VI

Ma chi supponesse, che questo dominio delle Arti maggiori fosse, almeno nell'interno della Città, sicuro e non contrastato, anderebbe assai lungi dal vero. Il giorno in cui, nella corte di Calimala, si concepí la prima volta il disegno di farle salire al governo, esse dovettero subito riconoscere che ciò era possibile solamente perché, con l'aiuto delle Minori, avevano combattuto e vinto i nobili. E quindi da un lato avevano ora gli avanzi di questa aristocrazia feudale, la quale doveva nutrire contro di esse un odio inestinguibile, e da un altro avevano le Arti minori, che chiedevano di partecipare a quel governo, che col loro aiuto s'era potuto costituire. Cosí nella Repubblica si trovarono tre ordini di cittadini e tre partiti diversi. Certo le Arti maggiori costituivano di gran lunga il partito piú forte; ma gli altri due, riunendosi, potevano divenire un nemico assai minaccioso. E questa riunione non era impossibile.

Le Arti maggiori e minori, infatti, non differivano solo per essere piú o meno ricche, piú o meno potenti; ma perché avevano interessi diversi, che le spingevano ad una diversa politica. Il mercante della lana o della seta era sempre pronto a sacrificare il suo ultimo fiorino, purché Livorno e Porto Pisano cadessero in potere della Repubblica. Egli teneva perciò sempre l'occhio aperto a vegliare sulla politica dei Lucchesi e dei Genovesi, perché non s'avvicinassero ai Pisani. Il banchiere fiorentino voleva, che la Repubblica tenesse sempre accorti ambasciatori e Consoli, che ragguagliassero costantemente di tutto ciò che si faceva a Roma, ad Anversa, a Caffa; che non lasciassero colà pigliar troppo vantaggio ai Senesi, ai Genovesi, ai Veneti, ai Lombardi. Quando uno di questi interessi era in pericolo, essi si trovavano sempre pronti a promuovere anche una guerra lunga, costosa e pericolosa, sottoponendo sé medesimi e la Repubblica ad ogni sacrifizio. Ma tutto ciò importava assai poco al fabbro ferraio, al muratore, al legnaiuolo, ad un membro qualunque delle 14 Arti minori, le quali pure costituivano una grandissima parte della popolazione fiorentina. Ad esse importava molto piú che in Firenze vi fossero ricchi e splendidi signori; che s'innalzassero sontuosi palazzi, ville e chiese monumentali; che il lusso e l'agiato vivere di quella ricca e nobile cittadinanza, sulla quale essi vivevano, andasse sempre crescendo. Le guerre, invece, lo frenavano; e le Arti Maggiori, a cagione appunto dei bisogni delle guerre, che di continuo promovevano, facevano sempre nuove leggi contro il lusso. Il popolo minuto perciò odiava questi popolani grassi, che da esso erano stati aiutati ad impadronirsi del governo, dal quale poi lo avevano insieme coi nobili, escluso; che accumulavano milioni e milioni, per vivere assai spesso in Città con una parsimonia spartana; che ogni giorno facevano nuove leggi contro il lusso delle donne; che vietavano gli ornamenti d'oro e d'argento; che nelle feste e nei conviti per nozze, proibivano ogni lauta spesa; che presumevano di limitare perfino il numero e la varietà delle vivande, e non volevano nei conviti vasellame d'oro o argento; ma erano poi prontissimi a gettar milioni per fare la guerra ai Pisani, al re di Napoli, ai Visconti di Milano, o anche per avere una chiesa, un Console di piú a Caffa o a Pera. Questa diversità di umori generava odio di parte. Né è da tacersi, che fra coloro che piú aspramente si lamentavano delle Arti maggiori, v'erano le donne fiorentine, come suole avvenire, nemiche della guerra ed amiche del lusso, il quale esse non volevano ristretto da leggi, che trovavano vessatorie, ma che sapevano eludere con indicibile scaltrezza.[365]

È ben facile intendere l'opportunità che si presentava ai Grandi di soffiare in queste passioni, per trovar favore nel popolo minuto. Essi non esercitavano alcuna industria, vivevano colle loro entrate, ma facevano tutte le maggiori e piú laute spese in Firenze. Ogni volta quindi che volevano fare un nuovo tentativo, per impadronirsi del governo, o non perdere affatto la parte che ancora v'avevano, s'alleavano con quel popolo minuto, che viveva, o almeno credeva di vivere, solo alle loro spalle, e sollevavano le sue passioni contro i popolani grassi, facendogli notare che tutte le Arti esercitavano del pari l'industria ed il commercio, ma che una parte non piccola di esse trovavasi esclusa da quel governo, di cui le altre facevano monopolio a loro esclusivo profitto. Con questi mezzi i Grandi non riuscirono certo a salvarsi, molto meno a ripigliare il potere, perché lo spirito democratico era troppo vivo in Firenze; affrettarono invece quelle leggi draconiane, che a piú riprese furon fatte contro di loro; ma riuscirono a stimolare nel popolo minuto un desiderio ardente, irresistibile di partecipare al potere, ed a destare nell'infima plebe passioni rivoluzionarie. Cosí, nel momento stesso in cui dovettero rinunziar per sempre a comandar nella Città, si vendicarono lasciando dietro di loro una lunga eredità di odi, che tennero la Repubblica divisa e ne affrettarono la rovina.

Le Arti minori, infatti, arrivarono pure un giorno ad aver parte nel governo, ed allora non andarono mai d'accordo colle Maggiori. Si osteggiarono continuamente nei Consigli, nei magistrati, in piazza; e qualche volta ricorsero al pericoloso partito d'infiammare le passioni piú sfrenate dell'infima plebe, che, come sempre, si dimostrò docile strumento delle mire degli ambiziosi. Si scatenarono cosí quelle passioni anarchiche, che ora portarono al tumulto dei Ciompi, ora alla necessità di cercare un protettore alla Repubblica, e finalmente al dominio de' Medici. Ma prima di giungere a questi estremi, corsero due secoli di lotte, in mezzo alle quali la politica fiorentina fu quasi costantemente diretta dai popolani grassi. Il potere piú volte parve sfuggire dalle loro mani; ma essi sapevano ritener sempre tanta autorità da restar costantemente padroni delle elezioni dei magistrati. Cosí la loro volontà trionfava di nuovo, e s'impadronivano da capo del governo. Quando invece le passioni anarchiche trionfavano per modo, che era necessario ricorrere ad un protettore, e questi, chiamato a difender la Repubblica, appoggiandosi agli scontenti, cercava farsi tiranno, allora i popolani grassi sapevano riunire tutti i partiti, in nome della libertà, e restaurar la Repubblica, che cosí poté rimanere lungamente in vita. Non è credibile l'accortezza, l'ardire e la costanza, con la quale essi seppero lottare, in mezzo a mille pericoli interni ed esterni. Costretti a combattere di continuo con coloro che volevano la pace, e chiedevano sempre maggiori libertà; circondati da nemici esterni potentissimi, che ora volevano distruggere il loro commercio, ora la Repubblica stessa, l'attività ed il patriottismo loro non ebbero mai posa, non si stancarono mai. Era una lotta, una febbre, una violenza continua, in cui la libertà sempre in pericolo di perdersi, fu per due secoli salvata sempre, in mezzo a Municipi che l'andavano perdendo. E come questi popolani grassi avevano saputo creare mille istituzioni di credito, per aumentare l'industria e moltiplicare la ricchezza, cosí fu inesauribile del pari il loro ingegno, nell'immaginare sempre nuovi trovati e nuove istituzioni, che prolungarono la vita della Repubblica.

Nella politica estera i diplomatici fiorentini s'acquistarono tale e tanta reputazione d'accortezza e di prontezza, che in alcune parti superarono perfino quella grandissima dei Veneti ambasciatori. Questi, infatti, con una lunga tradizione di sapienza politica, seguivano le norme costanti d'un governo forte, tranquillo, sicuro di sé. La loro forza veniva dalla forza e dal senno d'una repubblica rispettata e temuta, che sembrava parlare essa stessa per la bocca de' suoi ambasciatori. Il Fiorentino aveva, invece, un'azione individuale e diretta, che veniva dall'acume del suo ingegno, dalla conoscenza straordinaria che aveva degli uomini, da un'attitudine maravigliosa di tutto comprendere e tutto far comprendere. La Repubblica operava certo in lui e per suo mezzo; ma non tanto perché parlasse per la sua bocca, quanto perché aveva invece saputo ridestare ed affinare in lui tutte quante le facoltà dello spirito umano, formare la sua intelligente, indipendente personalità. Il mercante, il notaio, l'amministratore, il diplomatico fiorentino erano cercati per tutto, ed in ogni angolo della terra pareva che fossero a casa loro. Quindi è che si narra come Bonifazio VIII, vedendo un giorno arrivare a lui da ogni parte del mondo, ambasciatori che eran tutti fiorentini, egli, senza esserne punto maravigliato, dicesse loro: — I Fiorentini sono il quinto elemento nel mondo. —

Ed in mezzo a queste lotte politiche, a questo moto di tutte le facoltà dello spirito umano, apparve quello splendore di arti e di lettere, per cui il mondo si vide come illuminato dalla luce che sorgeva dalle città italiane, ma che in nessuna rifulse cosí viva come a Firenze. L'attività della sua industria, del suo commercio si trovava quasi per tutto; ma anche là dove essa non arrivava, pareva che fosse pur sempre presente il suo genio letterario ed artistico, che iniziava in Europa la cultura dei popoli moderni.

VII

Ma tutto ciò non seguiva senza continui e sempre nuovi pericoli, che minacciavano l'esistenza stessa della Repubblica, e per difendersi dai quali occorrevano qualche volta forze piú che umane. Quando si ricorre col pensiero all'antica Firenze col suo Consiglio, coi suoi Consoli, che usciva ogni anno, unita e concorde alla guerra, per abbattere i baroni, ed assicurare le vie del suo commercio; che, sottomessi uno alla volta questi baroni, li obbligava a vivere dentro lo due mura, sotto l'uguaglianza delle leggi repubblicane; che per vincere i piú potenti vicini, dovette accrescere le sue forze, liberando i servi della gleba, concedendo i diritti politici a quei mercanti che ancora non li avevano; quando il pensiero ricorre a quei tempi, ritrova subito in essi i germi della futura grandezza del Comune, che con una guerra continua riuscí ad accrescere da ogni lato le proprie forze. Ma le cose andarono poi sostanzialmente mutando, per molte ragioni, specialmente per quella rivoluzione nell'arte della guerra, alla quale abbiamo già accennato, e che dobbiamo ora piú particolarmente ricordare.

Fino al secolo XIV gli eserciti repubblicani erano composti di pedoni leggermente armati d'uno scudo, un elmo ed una daga, con qualche piastra di ferro che difendeva il petto o le gambe. La cavalleria era poca, e non decideva mai la sorte delle battaglie. Cosí avevano combattuto, presso a poco, tutti i barbari, meno gli Unni e gli Arabi, che andavano quasi sempre a cavallo, ed i Bizantini, che colla cavalleria piú volte vinsero i Goti. Con la fanteria aveva principalmente combattuto in Italia Federico Barbarossa, e con essa gli avevano resistito i nostri Comuni, che, da un giorno all'altro, potevano allora mutare in soldati tutti quanti i cittadini abili a portare le armi. Ma le guerre di Federico II, di Manfredi e di Carlo d'Angiò avevano di Francia e di Germania portato in Italia una nuova maniera di combattere. I Fiorentini se n'erano dovuti avvedere sin dalla battaglia di Montaperti, quando il loro numeroso esercito fu disfatto dall'urto di pochi cavalieri tedeschi. E d'allora in poi la cavalleria pesante o degli uomini d'arme fu quella che cominciò a decidere la sorte delle battaglie in Italia. Il cavaliere, sebbene non fosse ancora, come alla fine del secolo XV, chiuso, esso ed il suo cavallo, in un'armatura cosí pesante che, caduti una volta a terra, non potevano rialzarsi senza aiuto; pure già era coperto di ferro da capo a piedi. Colla sua lunghissima lancia, egli atterrava il fantaccino, prima che questi potesse raggiungerlo colla corta sua spada, la quale, in ogni caso, non riusciva mai a forare l'armatura del cavaliere o del cavallo. Né gli strali tirati dagli archi riuscivano a far danno maggiore. Bastava quindi, che poche centinaia d'uomini d'arme si spingessero, come una fortezza mobile ed impenetrabile, nel mezzo d'un esercito di fanti, per disfarlo in poco tempo. Un tale stato di cose durò sino alla invenzione della polvere e del fucile, e portò un radicale mutamento nelle condizioni dei Comuni italiani. Infatti, per formare questi cavalieri, ci voleva un lungo tirocinio ed una grande spesa. Bisognava non solo aver grandi fabbriche d'armi, non solo formare una nuova razza di cavalli, ed addestrarli; ma il cavaliere stesso doveva essere in continuo esercizio, dedicare la sua vita intera alle armi, tener continuamente occupati ed addestrati due o tre scudieri. Questi portavano tutti gli arnesi da guerra, e menavano il cavallo armigero del cavaliere, che se ne serviva solo nel giorno della battaglia, e solamente allora s'armava di tutto punto, perché altrimenti si sarebbero l'uno e l'altro trovati esausti di forze nell'ora del pericolo. Ma ciò doveva riuscire impossibile nelle nostre repubbliche, perché i loro cittadini vivendo tutti col commercio e coll'industria, non potevano abbandonare i traffici per darsi alle arti della guerra. Queste divennero allora un vero e proprio mestiere, e coloro che vi dedicavano la vita, cominciarono ben presto a mettere a prezzo la loro spada. Cosí è che sin dagli ultimi anni del secolo XIII, noi cominciamo a sentir parlare negli eserciti repubblicani di soldati catalani, borgognoni, tedeschi ed altri cavalieri oltramontani, che vanno ogni giorno crescendo di numero.