Il primo nucleo, da cui questa leggenda s'andò poi sempre piú svolgendo ed accrescendo, dovette formarsi nel secolo XII, perché essa è già nota al cronista Sanzanome, che la ricorda, ed egli scrisse ai primi del secolo XIII. Molto piú antica non si può supporre che sia, perché i fatti cui accenna, e le date cui allude, per quanto indeterminate e vaghe, la portano, come vedremo, a dopo del mille. Di questa leggenda si trovano ancora parecchie copie inedite nelle biblioteche fiorentine,[18] e tre diverse compilazioni ne furono pubblicate per le stampe. La piú antica di esse, in latino, l'abbiamo in un codice della fine del secolo XIII, o dei primi del XIV.[19] La seconda, che è in italiano, trovasi in un manoscritto lucchese, compilato fra il 1290 e il 1342;[20] essa ricorda in un punto l'anno 1264,[21] nel quale assai probabilmente fu compilata. Un'ultima e piú recente, conosciuta col titolo di Libro fiesolano, trovasi nella Marucelliana di Firenze, in un codice italiano, che ha la data del 1382, e fu scoperta dal signor Gargani, il quale la pubblicò sin dal 1854.[22] L'Hartwig scoprí la seconda di queste compilazioni, che differisce dalla prima solo nella lingua, e le pubblicò tutte e tre col titolo di Chronica de Origine Civitatis,[23] titolo che le dà il codice lucchese; altri codici la chiamano, invece, Memoria del nascimento di Firenze.

Tale è il genere di materiali, che sull'origine di Firenze trovarono, e di cui dovettero servirsi i piú antichi cronisti. Il primo di essi che ci sia rimasto, è il giudice e notaio Sanzanome, il quale, come già dicemmo, scrisse i suoi Gesta Florentinorum in sul principio del secolo XIII. Il suo nome s'incontra piú d'una volta nei documenti fiorentini dal 1188 al 1245.[24] E se non si può affermare che questo nome si riferisca sempre ad una sola e medesima persona, è pur certo che lo stesso cronista ricorda d'essersi trovato presente alla guerra di Semifonte nel 1202, ed a quella di Montalto nel 1207. La sua opera trovasi del resto in un codice fiorentino del secolo XIII, non autografo, ma sincrono o quasi.[25] Questo primo saggio di storia fiorentina, scritto in latino da un giudice e notaio, venuto in Firenze da qualche vicino castello, come suppongono il Milanesi e l'Hartwig, è di un genere a sé, diverso assai da tutti gli altri lavori dei cronisti fiorentini che vennero dopo. Dell'origine del Comune e della sua interna costituzione il Sanzanome non dice neppure una parola. Dopo avere sommariamente, vagamente accennato alla leggenda,[26] incomincia colla guerra e distruzione di Fiesole nel 1125, cum eius occasione Florentia sumpsisset originem. Cosí egli ci mostra, sin dal principio, già costituito il Comune, co' suoi Consoli e capitani, e continua narrando le sue guerre co' vicini, in una forma gonfia e retorica, con date spesso incerte, qualche volta errate, con discorsi nei quali pretende imitare gli antichi storici romani. E per tutto ciò il suo lavoro fu da alcuni scrittori giudicato senza alcuna importanza storica. Ma critici piú imparziali e ponderati, come l'Hartwig, l'Hegel ed il Paoli, riconobbero invece che l'opera di questo notaio, quasi precursore degli umanisti del secolo XV, è un fenomeno letterario, nella sua solitaria apparizione, assai notevole, perché ci dà prova dell'antica cultura de' Fiorentini, e perché al di sotto della retorica c'è pur da ritrovare in essa non poche notizie e cognizioni assai utili sull'antica storia di Firenze.

Il problema quindi che allora si presentò a tutti gli altri cronisti, rimaneva sempre questo: come si poteva scrivere sui primi tempi di Firenze, una storia o anche una cronica, con le scarse e slegate notizie che si avevano? Il notaio Sanzanome se n'era uscito tacendo affatto delle origini, e poi gonfiando, a forza di retorica, la narrazione, con discorsi immaginarî, con descrizioni di battaglie, in cui la fantasia e l'imitazione classica avevano gran parte. Ma un tal metodo non poteva piacere, né poteva riescire a quegli uomini piú semplici, che, dopo di lui, volevano scrivere nella loro lingua parlata, e avevano una cultura minore o almeno assai diversa dalla sua. Rimanevano quindi con una leggenda e con pochi frammenti di notizie, il che non doveva certo soddisfare il loro patriottico orgoglio.

Fortunatamente per essi, allora appunto, cioè verso la metà del secolo XIII, avvenne un fatto che ebbe molta importanza letteraria, e che valse ad aprire ai cronisti fiorentini una strada nuova. Un frate domenicano, Martino di Troppau in Boemia, chiamato perciò anche Oppaviensis, e volgarmente noto col nome di Martin Polono, cappellano e penitenziario apostolico, piú tardi arcivescovo, scrisse un libro di storia, che, sebbene non avesse alcun notevole valore, ebbe pure una straordinaria e rapida fortuna. Era una specie di Manuale di storia universale, cronologicamente distribuita sotto i nomi dei varî Imperatori e Papi, sino al 1268. Piú tardi l'autore stesso la continuò per alcuni anni ancora, e vi premise una introduzione sulla storia anteriore all'Impero romano.[27] Questo libro, meccanicamente ordinato, era pieno di aneddoti, di errori, di favole; ma l'aveva scritto un prelato eminente, animato da spirito guelfo. L'aver poi l'autore diviso i fatti del Medio Evo sotto i nomi dei Papi e degl'Imperatori, dava come una guida, un filo conduttore nel vasto laberinto. Certo è che il libro si diffuse subito in tutta Europa, ma specialmente in Italia, e piú che altrove in Firenze. «Un Fiorentino primo lo tradusse, e un Fiorentino, Brunetto Latini, primo lo adoperò», dice il prof. Scheffer Boichorst. Le biblioteche fiorentine ne conservano infatti un grandissimo numero di copie, in codici latini del secolo XIV, ed in altri dello stesso secolo hanno una traduzione italiana, che, secondo le ricerche degli studiosi,[28] dovrebbe essere stata fatta a Firenze circa il 1279.[29] Questo solo fatto basterebbe a provar luminosamente la rapida popolarità e diffusione dell'opera. In alcuni di coloro che a Firenze copiavano, e copiando rifacevano, come allora usava, questa traduzione, dovette facilmente nascere il pensiero d'introdurvi, qua e là, le piú importanti almeno fra le poche notizie che s'avevano sull'antica storia della Città. Ma siccome, verso la fine del secolo XIII, l'opera di Martin Polono si fermava, e le notizie fiorentine invece crescevano molto di numero e di estensione, cosí ne avveniva che, senza quasi pensarvi, tutti questi rifacimenti smettevano allora la storia universale, e continuavano con la fiorentina, a cui la prima veniva in tal modo a servire d'introduzione, con non piccola soddisfazione dell'amor proprio municipale.

Uno dei primi lavori che ci presenti Martin Polono tradotto, abbreviato, rifatto, con l'innesto d'alcune notizie fiorentine, è quello che ha per titolo: Le Vite dei Pontefici et Imperatori romani, che fu attribuito al Petrarca, e trovasi in parecchi codici fiorentini del secolo XIV. In esso però la storia di Firenze ha ancora un'importanza molto secondaria, tanto è vero che, essendo stato piú tardi raffazzonato e continuato fino al 1478, quando fu la prima volta pubblicato,[30] si seguí sempre il metodo primitivo del Polono, dando cioè, via via, in compendio, le Vite degli altri Papi ed Imperatori. Ma non mancarono ben presto nuovi tentativi, nei quali si dette a Firenze una parte assai maggiore. Un manoscritto del secolo XIV, nella Biblioteca Nazionale di Napoli, esaminato la prima volta dal Pertz, ci presenta, in fatti, molto abbreviate le notizie di Martin Polono, dando assai piú larga estensione a quelle su Firenze, le quali arrivano sino al 1309.[31] Qui si comincia a veder chiaro che le seconde son per l'autore lo scopo principale del lavoro, tanto che all'Hartwig poté sembrare opportuno estrarle dal codice, e stamparle a parte, come una delle fonti di cui assai probabilmente si valse il Villani.[32] Lo stesso concetto apparisce molto piú chiaro in una Cronica attribuita a Brunetto Latini. Alcune delle notizie fiorentine che in essa si trovano, furono da lungo tempo e piú volte estratte, stampate, adoperate, specialmente la nota dei Consoli e dei Podestà, di cui anche l'Ammirato si valse, e una narrazione del fatto del Buondelmonti (1215), diversa assai da quella dataci dal Villani. Si poté subito affermare che l'autore scriveva nel 1293, perché in quell'anno appunto ricorda un fatto cui dice essersi trovato presente.[33] Piú tardi la Cronica fu attribuita a Brunetto Latini, sebbene la narrazione arrivi fino ad un tempo in cui il maestro di Dante era certamente morto.[34] Nelle sue dotte ricerche il dottor Hartwig scoprí in Firenze quello che, secondo ogni apparenza, dovrebbe essere l'autografo.[35] Quantunque il codice sia mutilo, cominciando solo dal 1181, pure è doppiamente prezioso, perché ci pone dinanzi chiarissimamente il metodo con cui questo lavoro, al pari certo di molti altri simili, fu compilato. Una colonna nel mezzo contiene il solito rifacimento di Martin Polono;[36] nei margini, fra le rubriche, qualche volta anche negl'interlinei, sono aggiunte notizie di storia generale, cavate da altre fonti, ma sopra tutto notizie di storia fiorentina.

E cosí s'arriva al 1249, dove c'è una lacuna che va sino al 1285, quando l'autore ripiglia la sua narrazione, per arrivare al 1303.[37] In questa seconda parte però il suo lavoro muta affatto carattere. Egli non ha piú dinanzi a sé la guida di Martin Polono, e ne abbandona anche il metodo. Le notizie dell'Impero e della Chiesa diminuiscono sempre piú, e crescono invece quelle di Firenze, le quali non sono ora staccate ed introdotte capricciosamente nella narrazione, ma riunite e fuse insieme. Cosí, a poco a poco, noi abbiamo dinanzi una vera cronica di Firenze, che acquista un suo proprio valore indipendente. Il dott. Hartwig, che l'aveva scoperta, la credette in principio autografa, ma finí poi col dubitarne. La gran confusione del manoscritto; l'essere mutilo in sul principio; la lacuna di trentasei anni nel mezzo; la mancanza d'alcune notizie, che si trovavano negli estratti di essa, riportati da antichi scrittori; il vedere che molti di questi citavano un altro codice della Cronica, appartenuto alla Biblioteca Gaddi; tutto ciò gli fece a buon diritto affermare, che per risolvere definitivamente il problema occorreva prima trovare il codice gaddiano, da lui invano sino allora cercato. Il prof. Santini invece sostenne, in una sua tesi di laurea, che il codice gaddiano doveva essere la copia di quello scoperto dall'Hartwig, che egli giudicava essere l'originale mutilo. Non molto dopo la questione fu definitivamente risoluta da un altro alunno del nostro Istituto Superiore, il sig. Alvisi, il quale scoprí nella Laurenziana il codice gaddiano, che è in fatti una copia del secolo XV.[38] In esso i varî brani, che nell'originale erano stati scritti in colonne separate, sono fusi cogli altri, ma in modo spesso arbitrario. Anche qui c'è la lacuna 1249-85, ma la Cronica, invece di cominciare dal 1181, comincia, come la prima compilazione di Martin Polono, da Gesú Cristo, primo e sommo Pontefice, e da Ottaviano imperatore. Cosí noi possiamo ora affermare, che nel codice della Biblioteca Nazionale di Firenze, abbiamo una vera fotografia del metodo seguíto nelle prime compilazioni di storiografia fiorentina. Con esso vediamo l'autore lavorar quasi sotto i nostri occhi.

Un altro esempio, ma assai piú imperfetto, di questi lavori, lo abbiamo nel codice lucchese qui sopra citato. L'autore ci dice esso stesso di averlo composto fra gli anni 1290 e 1342. Egli trascrive tutta la leggenda sull'origine di Firenze; prosegue quindi col rifacimento italiano di Martin Polono, incominciando da Ottaviano imperatore. Di tempo in tempo v'introduce però «molte cose, le quali pertengono ai fatti di Toscana e specialmente di Firenze... la maior parte si trovano in diversi libri di Toscana, e qual na piú, qual na meno». Arrivato cosí all'anno 1309, continua la sua narrazione, valendosi del Villani, che nel 1341 aveva già pubblicato alcuni libri della sua storia, e con questo aiuto va fino al 1342. Continua, riproducendo una descrizione latina di Firenze, scritta nel 1339, e poi, anche in latino, la introduzione che Martin Polono aggiunse alla sua storia. Il compilatore riconosce che l'ordine da lui seguíto non è né logico né cronologico; ma si scusa col lettore, dicendo che ha voluto porre insieme prima le parti italiane e poi le latine di questa sua opera, con l'intendimento però di meglio ordinarle piú tardi, e fonderle insieme, scrivendole tutte in latino, al che pare gli mancasse poi il tempo. Anche da questo codice furono estratte e stampate le notizie attinenti a Firenze.[39] Il metodo seguíto dal compilatore, come si vede, è sempre lo stesso, quantunque piú meccanico e materiale del solito, perché non v'è alcuna intrinseca unione fra le parti diverse. Quello però che v'ha di nuovo, si è l'avere trascritta, nella sua integrità, la leggenda, per farla servire da introduzione alla storia di Firenze, esempio che fu poi, come vedremo, imitato anche da altri.

Per quanto però questo sistema di fondere la storia del Comune nella storia universale, potesse piacere all'amor proprio fiorentino, era tuttavia chiaro che la prima ne rimaneva come soffocata. Non mancarono quindi nel secolo XIV tentativi di esporla separatamente. Paolino Pieri incomincia la sua Cronica dal 1080, anno in cui anche gli altri cronisti dànno la prima notizia storica di Firenze, e continua, accennando poco dei Papi e meno degl'Imperatori, sino al 1305, raccogliendo le scarse notizie fiorentine «di piú cronache, di piú libri trovate, et di nuovo per me Paolino di Piero vedute et ad memoriam scripte». Simone della Tosa, che morí nel 1380, comincia invece i suoi Annali con l'elenco dei Consoli e Podestà (1196-1278), e poi va subito dalla morte della contessa Matilde (1115) fino al 1346, aggiungendo, verso la fine, alle magre notizie su Firenze, anche quelle della sua famiglia. Ma tali modestissimi sunti di poche pagine, meno che mai potevano contentare nel secolo XIV una città, che era già fra le prime d'Italia, che nel suo crescente orgoglio si poneva alla pari di Roma, e voleva nella sua storia veder qualche cosa di simile a quella dell'antica capitale del mondo.

Questo fu l'ambizioso problema che si propose di risolvere Giovanni Villani, come egli stesso ci narra. Mi trovavo, egli dice, a Roma pel Giubileo, l'anno 1300, ammirando le grandi memorie di quella città, leggendone le gloriose imprese, narrate «da Virgilio, Sallustio, Lucano, Tito Livio, Paolo Orosio e altri maestri d'istorie, che scrissero non solo i fatti di Roma, ma eziandio degli strani dell'universo mondo; presi lo stile e forma da loro».[40] Ripensando che «per gli nostri antichi Fiorentini poche e non ordinate memorie ai trovino di fatti passati della nostra città di Firenze»,[41] e che essa «figliuola e fattura di Roma era nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare», deliberai «di recare in questo volume e nuova cronica tutti i fatti e cominciamenti della città di Firenze,... e seguire per innanzi stesamente i fatti de' Fiorentini, e dell'altre notabili cose dell'universo in brieve».[42] Connettere quindi la storia di Firenze con quella del mondo, come già altri avevano fatto; ma in modo che non vi si perdesse, avesse anzi la parte principale, ecco quale doveva essere la via da tenere, secondo il Villani. Egli quindi non fa piú un lavoro meccanico e di mosaico; coordina, divide la sua storia in libri e capitoli, al modo degli antichi. Noi non conosciamo quali sono tutte le sue fonti, perché su questo argomento non si è fatto ancora uno studio compiuto. Sappiamo però con certezza che sono molte. Per la storia generale, Martin Polono resta sempre la fonte principale; ma vi si aggiungono i Gesta Imperatorum et Pontificum di Thomas Tuscus; la Vita di San Giovanni Gualberto;[43] le Cronache di San Dionigi, la cui traduzione italiana fu stampata (1476) prima dell'originale; il Libro del Conquisto d'Oltremare, che è una storia delle crociate, tradotta nel Medio Evo dal francese in quasi tutte le lingue.[44]

Quale sia il gran valore del Villani per la storia fiorentina, a cominciare dalla fine del secolo XIII, tutti lo sanno e non è questo il luogo da parlarne. Quanto alle origini, le notizie veramente storiche che egli ci dà, sono assai poche. Incominciano al solito dal 1030, e vi si trova piú o meno tutto quello che è disseminato negli altri, non di rado coi medesimi errori, spesso anche colle stesse parole. Questa singolare somiglianza, che fu poi notata, pei primi tempi, fra tanti cronisti fiorentini, si spiegava facilmente quando si poteva supporre che gli uni avessero copiato dagli altri. Ma quando, il che seguiva piú volte, si poteva invece dimostrare che essa esisteva anche fra scrittori l'uno dall'altro affatto indipendenti, la soluzione del problema non era ugualmente facile. Fu questa la ragione per la quale il prof. Scheffer Boichorst, con giuste ed acute indagini, notando il fatto, mise innanzi l'ipotesi, che i varî cronisti avessero attinto ad una fonte comune, ora perduta. E siccome Tolomeo da Lucca, il quale aveva già finito i suoi Annali prima che il Villani cominciasse a colorire il proprio disegno, cita piú volte i Gesta e gli Acta Florentinorum, i Gesta e gli Acta Lucensium, cosí il critico tedesco dette il nome di Gesta Florentinorum a quella che sarebbe stata, secondo lui, la fonte comune dei cronisti fiorentini fino ai primi del secolo XIV. Una tale ipotesi, che in modo assai probabile, spiegava un fatto certo, il quale altrimenti rimarrebbe del tutto inesplicabile, venne generalmente ammessa. Quando però si vollero un po' troppo determinare la natura e i confini dei Gesta, la lingua non solo e l'anno in cui cominciarono, quello in cui finirono, ma anche lo stile ed il carattere preciso dell'opera e dell'autore, fu forza allora restare spesso sopra un terreno assai disputabile. Io perciò lascio da parte siffatte discussioni, estranee ad una sommaria esposizione. Ritengo bensí col prof. C. Paoli,[45] che i Gesta non furono un lavoro veramente personale, ma piuttosto una raccolta di notizie fiorentine, assai magra in sul principio, la quale s'andò poi via via accrescendo di nuove notizie annalistiche e di nuove aggiunte, secondo che passava di mano in mano. Una di tali compilazioni, piú autorevole e piú nota (ora sfortunatamente perduta), dovette venire nelle mani di alcuni cronisti, che l'adoperarono, senza che l'uno sapesse dell'altro. Da questi copiarono poi parecchi di coloro che vennero piú tardi.