[607]. Tutte le edizioni dicono: «e per più assicurarsi, licenziò le genti francesi;» ma l'autografo, che si conserva nell'Archivio fiorentino (Carte Strozziane, filza 139, carte 208 e seg.) dice: «e per più assicurargli,» cioè, per meglio ingannare i congiurati.

[608]. Il 28 dicembre 1502 i Dieci scrivevano al commissario Giovanni Ridolfi, in conseguenza delle notizie avute dal Machiavelli e da altri, che non si capiva la ragione di questa improvvisa ritirata, non essendo sorto pericolo in Lombardia. «Donde pare si possa concludere, che sia suto solo a fine di raffrenare el corso di questa sinistra fortuna et pensieri et disegni di accrescere.» In ogni caso era tutt'altro che furberìa del Duca. (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 104, fog. 59t). Vedi anche A. Giustinian, Dispacci, vol. I, pag. 293, e doc. III in fine dello stesso volume.

[609]. Parenti, Storie Fiorentine, Ms. nella Biblioteca Nazionale di Firenze, Cl. II, Cod. 133, vol. V, a c. 87 e seg.

[610]. Parole da dirle sopra la provvisione del danaio, fatto prima un poco di proemio e di scusa. Questo discorso fu pubblicato la prima volta nell'Antologia di Firenze (luglio 1822, tomo VII, pag. 3-10) da un manoscritto autografo del Machiavelli; venne poi ristampato a Milano, coi torchi di Felice Rusconi, 1823; nelle Opere minori del Machiavelli: Firenze, Le Monnier, 1852; e nell'edizione (poco nota) di tutte le Opere, fatta in Firenze, A. Usigli, 1857. Alcuni lo credettero recitato dal Machiavelli nel Consiglio Maggiore; ma nè egli, che come ufficiale amministrativo e stipendiato non vi poteva essere ammesso a discutere e votare, nè altro cittadino, ad eccezione del Gonfaloniere stesso, poteva tenere il linguaggio tenuto in quel discorso. Nel Consiglio Maggiore allora o si votava senza parlare, contro le proposte del governo, o si parlava in favore, per poi votare. E non si parlava in nome proprio, ma delle varie pancate, in cui i cittadini si dividevano a consultare sul partito da prendere: tutto ciò sempre con infiniti riguardi. Il Parenti racconta d'un tale che venne in questa occasione appunto imprigionato e poi esiliato, per avere parlato con troppa vivacità contro le passate imposte. (Vedi anche la mia Storia di Girolamo Savonarola, lib. II, cap. V, dove ho minutamente esposto come si soleva procedere allora in Consiglio). Nelle Consulte o Pratiche, assai più ristrette, si discorreva con maggiore libertà; ma oltre che non è credibile che il Machiavelli v'intervenisse, il Discorso di cui parliamo è diretto ai cittadini in genere, ed ha tutta la solennità del linguaggio che si tiene in una grande assemblea. Nè molto meno crediamo ammissibile l'altra ipotesi che lo vuole indirizzato ai Dieci di Balìa, i quali erano i superiori del Machiavelli. Esso è scritto per esser detto nel Consiglio Maggiore, dove solo il Soderini poteva tenere quel linguaggio. Il Parenti racconta, infatti, che il Gonfaloniere fece allora un discorso solenne; e noi teniamo per certo che il Machiavelli lo componesse in questa occasione, sia che gli venisse commesso, sia che lo scrivesse allora come semplice esercizio letterario. Anco il Guicciardini ci lasciò molti discorsi dello stesso genere, che sono, senza dubbio, semplici esercizî letterarî, spesso anche destinati a far parte della sua Storia.

[611]. Vedi la Commissione che gli fu data dai Dieci. Opere, vol. VI, pag. 261.

[612]. Lettera del dì 1º maggio 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 104, a carte 157.

[613]. Loc. cit., a carte 163.

[614]. La prima probabilità era di 12, la seconda di 18 su 20, la lira essendo di 20 soldi. Lettera del 14 maggio 1503, Cl. X, dist. 3, n. 103, a carte 172. Vedila in Appendice, doc. XX. Le filze 103 e 104 contengono un gran numero d'altre lettere del Machiavelli sullo stesso argomento.

[615]. Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 7t.

[616]. Lettera del 25 maggio 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 18.