Il terzo erudito di cui dobbiamo parlare, è appunto Enea Silvio de' Piccolomini, che successe a Niccolò V col nome di Pio II (1458-64). Noi lo vedemmo già al Concilio di Basilea, dove sostenne l'elezione dell'antipapa Felice V, di cui fu segretario; più tardi lo vedemmo nella cancelleria imperiale, dove restò lunghi anni, e mutò le sue opinioni, divenendo sostenitore dell'autorità papale contro le idee del Concilio, già prima difese da lui. Nella giovinezza s'era abbandonato al suo carattere leggiero, al suo ingegno vario, e aveva scritto poesie, commedie, novelle oscene, lettere in cui parlava con cinico sarcasmo della vita dissoluta che faceva. Come erudito, anche a lui mancava la conoscenza del greco e degli autori greci, dei quali aveva letto solo qualcuno nelle traduzioni fatte in Italia; dei latini però, massime di Cicerone, fece assai lungo studio: mirava alla facilità e semplicità, seguiva l'esempio di Poggio Bracciolini, che era in ciò quasi il suo ideale. Gli scritti del Piccolomini avevano una spontanea disinvoltura che risultava principalmente dalle qualità pratiche del suo ingegno, dalla conoscenza degli uomini e del mondo. Diverso in ciò da tutti gli eruditi, scrivendo, cercava sempre di andare al pratico ed al reale, senza farsi dominare troppo dalle classiche reminiscenze dell'antichità. Perfino nelle sue opere oscene, invece di fermarsi a far prova di stile, ed a citare esempî cavati dagli antichi, raccontava fatti veri seguiti nella sua vita ed in quella degli amici. Le sue Orazioni al Concilio non erano certo saggi di grande eloquenza, ma avevano uno scopo chiaro, volevano ottenere un fine determinato. Nelle Epistole, o si occupava d'affari o descriveva i paesi in cui era; e così vediamo spesso il segretario della cancelleria imperiale, disperato di trovarsi in mezzo a Tedeschi che bevevano birra da mattina a sera. Gli studenti, egli dice, ne tracannano quantità enorme; un padre svegliava i suoi bimbi la notte, per far loro a forza bere del vino. Intanto egli diffondeva l'umanesimo italiano in Germania, e le sue lettere formarono per molti anni l'anello di congiunzione fra i due paesi, ricevendo da ciò la loro principale importanza storica.

Al Piccolomini mancavano il valore d'un pensatore indipendente, l'erudizione del vero umanista e la pazienza del raccoglitore; ma la vivacità, prontezza e spontaneità dell'uomo di lettere e di mondo arrivavano in lui ad un tal grado da fargli giustamente, per questo lato, attribuire una propria originalità. Egli non era un filosofo che avesse un proprio sistema, era anzi talmente pieno dell'antichità, che voleva confondere la filosofia greca e romana con la cristiana. In ciò per altro non sta la vera indole del suo ingegno, la quale si manifesta invece quando egli parla di materie affini alla filosofia, ma più pratiche, come, per esempio, di educazione. Allora cita assai poco Aristotele e Platone; nota invece osservazioni suggerite dalla propria esperienza. Non riuscì mai a scrivere veri trattati scientifici, ma ciò che in tutte le sue opere più ferma la nostra attenzione, è sempre la descrizione dei paesi e dei costumi. Così, se scrive De curialium miseriis,[125] la parte più notevole del libro è quella che narra la vita infelice che faceva egli stesso, insieme coi minori curiali della cancelleria imperiale, i loro viaggi, i loro alloggi in comune, i cattivi alberghi, il pessimo desinare, la nessuna quiete.[126] In altre delle sue opere troviamo descritti i paesi nei quali aveva viaggiato, scene della natura, costumi, istituzioni. Questo è ciò che si presenta a lui con maggiore evidenza, e che con maggiore evidenza egli presenta a noi. Non è un viaggiatore che cerca regioni ignote; ma la natura è sempre nuova per lui, sempre ammirabile, sempre gli parla. Anche quando fu Papa, vecchio e malato, si faceva trasportare per monti e per valli, a Tivoli, ad Albano, a Tuscolo, per contemplare la bellezza di quella campagna, che tanto ammirava, e così bene descriveva. La forma e la varietà della vegetazione, il sistema dei monti e dei fiumi, l'origine filologica dei nomi, la diversità dei costumi, nulla gli sfugge, tutto vede coordinato in unità. Genova, Basilea, Londra, la Scozia sono da lui descritte, notando la estensione del paese, il clima, i costumi, i cibi, il vivere, la costruzione delle case, le opinioni politiche degli abitanti. La descrizione di Vienna è tanto vera, che qualche volta se ne trovano anche oggi dei brani ristampati nelle Guide più recenti di quella città.[127] La sua grandezza, il numero degli abitanti, la vita dei professori e degli studenti, la costituzione politica e amministrativa, il modo di vivere, gli scandali nelle vie, la condizione dei nobili e dei borghesi, la giustizia, la polizia, tutto sembra che avesse quello stesso carattere generale che Vienna serba ancora oggi.[128] Qui non è un dotto che scrive, è un semplice viaggiatore costretto dalla propria curiosità ad osservare e fare osservar tutto. Il Piccolomini è l'uomo del suo tempo; le sue qualità sono nell'atmosfera stessa che egli respira, e le manifesta tanto più facilmente, quanto minore è la sua individuale originalità. Egli visse, è ben vero, nel secolo degli eruditi; ma questo fu anche il secolo in cui nascevano Leonardo da Vinci, Paolo Toscanelli, Cristoforo Colombo, e si educava, si formava il loro genio collo spirito d'osservazione, col metodo sperimentale.

È facile comprendere che le opere storiche e geografiche del Piccolomini sono le più importanti; che in esse il merito principale si trova là dove descrive cose ed uomini da lui veduti, e quando storia, geografia, etnografia si presentano come una sola scienza. La storia greca e romana egli conosceva solamente a brani; quella del Medio Evo trattava leggermente, cavando molto dal Biondo e da altri, esaminando però con acume gli scrittori di cui si serviva, il tempo, il valore, la credibilità delle opere loro, perchè la critica era penetrata nel sangue stesso degli uomini di quel tempo. Tuttavia non giunse mai ad una forma, ad un rigore veramente scientifico; raccoglieva alla rinfusa dalla memoria e da appunti in cui registrava ciò che vedeva, leggeva o sentiva. Questo modo di comporre, unito alla sua mobilità e mutabilità di carattere, gli fece in tempi diversi esprimere giudizî diversissimi sopra lo stesso soggetto, perchè scriveva sempre sotto l'impressione del momento. Ma ciò appunto cresce la spontaneità de' suoi scritti, e ci permette di leggere nella mutabilità delle opinioni, la storia del suo spirito.

Meditò lungamente una specie di Cosmos, in cui voleva scrivere la geografia delle varie regioni allora conosciute, e la loro storia dal principio del secolo fino ai suoi giorni. La sua Europa è un frammento di quest'opera colossale, non mai compiuta, ed in essa la geografia è come il sostrato della storia. Egli ragionò con disordine e senza proporzione dei popoli diversi, scrivendo assai spesso di memoria, come era suo costume. Più tardi scrisse la geografia dell'Asia, valendosi delle tradizioni dei geografi greci, e dei viaggi del veneziano Conti, stato 25 anni in Persia, dei quali Poggio aveva lasciata un'assai minuta narrazione nelle sue opere, raccolta dalla bocca dello stesso viaggiatore.[129] L'ultima e più importante opera del Piccolomini è la sua autobiografia, che egli scrisse quando era già Papa, chiamandola Commentarii, ad imitazione di Giulio Cesare. Usava dettarli quando gli affari lasciavano a lui tempo: sono è ben vero dei brani mal cuciti fra loro; ma forse appunto perciò dànno una più giusta idea delle qualità intellettuali dell'autore, e manifestano, insieme riuniti, i varî e diversi pregi, che si trovano sparsi nelle altre sue opere. Qui infatti egli si mostra qual era veramente come erudito, poeta, descrittore di paesi, ammiratore della natura, pittore di genere, con uno spirito tutto pieno del realismo moderno.[130] Qui sono quelle descrizioni, cui accennammo più sopra, della Campagna romana, di Tivoli, della Valle dell'Anio, di Ostia, di Monte Amiata, dei Monti Albano, che possono anche oggi servire di guida al forestiero, e fanno sentir quasi il soffio della fresca aura dei monti; e qui ancora l'immagine di tutto un secolo si specchia, senza ordine prestabilito, ma fedelmente, nell'animo dello scrittore, il quale appunto perchè non ha un carattere ed una personalità propria, non impone mai un colore subiettivo alle cose ed agli uomini di cui parla. Questi Commentarii vanno dall'anno 1405 fino al luglio del 1464.[131]

Ciò che abbiam detto del Valla, del Biondo e del Piccolomini dimostra chiaro che, sebbene gli eruditi di Roma non avessero l'importanza ed il carattere proprio di quelli di Firenze, pure la Città Eterna fu sempre un gran centro, a cui i dotti accorrevano da ogni parte d'Italia, e fra poco potrà dirsi anche d'Europa. Quando i tre dotti di cui abbiamo parlato, non vivevano più, noi troviamo che vi fiorivano Pomponio Leto, il Platina e l'Accademia Romana. Il primo di essi era noto assai meno pel suo ingegno che per la singolarità del suo carattere, ed era generalmente tenuto figlio naturale dei principi Sanseverino di Salerno. Discepolo del Valla, cui successe nell'insegnamento, era venuto a Roma, lasciando i suoi, ai quali dicesi che rispondesse, quando lo chiamarono, con questa laconica lettera: Pomponius Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis fieri non potest. Valete. Preso d'un amore entusiasta per l'antichità romana, menava una vita da eremita, coltivando una sua vigna secondo i precetti di Varrone e Columella; andava innanzi giorno alla Università, dove l'aspettava un uditorio immenso; leggendo i classici, e abbandonandosi intere ore a contemplare i monumenti romani, era qualche volta in presenza di essi così esaltato che piangeva. Faceva rappresentare le Commedie di Plauto e di Terenzio, e divenne il capo di molti eruditi che raccolse nell'Accademia Romana da lui fondata. In essa ognuno dei membri si ribattezzava pigliando un nome pagano; e nelle ricorrenze dei fasti di Roma, specialmente l'anniversario dei natali di essa, si radunavano ad un desinare, nel quale venivano letti componimenti in verso ed in prosa.[132] Qui si parlava di repubblica e di paganesimo; qui vennero il Platina e molti altri degli eruditi che Paolo II aveva cacciati dalla Segreteria, e davano nei loro discorsi sfogo all'ira contro il Papa. Questi, che era un uomo energico ed impaziente, sciolse l'Accademia: molti degli accademici furono imprigionati, alcuni anche torturati, altri fuggirono (1468). Pomponio Leto era a Venezia, e fu rimandato a Roma, dove si salvò, sottomettendosi e chiedendo perdono, cosa sempre facile agli eruditi, nei quali tutto ciò che pensavano e sentivano prendeva forma e carattere semplicemente letterario.[133] E così potè sotto Sisto IV, in forma alquanto diversa, riaprire l'Accademia, che durò fino al sacco di Roma nel 1527.[134] Morì nel 1498, in età di 70 anni, e i suoi funerali furono solenni. Pubblicò varie edizioni dei classici, qualche lavoro sulle antichità di Roma; ma la sua vera importanza veniva dal suo insegnamento, dall'entusiasmo pagano che seppe infondere negli altri, dalla vita semplice e tutta data allo studio.

Un altro membro dell'Accademia, e di maggiore ingegno, era Bartolommeo Sacchi di Piadena nel Cremonese, soprannominato il Platina. Imprigionato la prima volta, quando protestava contro la perdita del suo ufficio, fu di nuovo chiuso in Castel Sant'Angelo, quando l'Accademia venne sciolta. Posto alla tortura, egli non solo piegò, ma si sottomise al Papa con parole basse, promettendo di obbedirgli, di celebrarlo con altissime lodi, di denunziargli[135] chiunque sparlasse di lui, e tutto ciò avendo l'animo sempre pieno d'un gran desiderio di vendetta. Uscito di carcere, e nominato bibliotecario della Vaticana da Sisto IV, con l'incarico di raccogliere documenti sulla storia del potere temporale, egli si vendicò nelle sue Vite dei Papi, descrivendo Paolo II, come il più crudele dei tiranni, che si dilettava a torturare e straziare gli eruditi in Castel Sant'Angelo, divenuto perciò un vero «toro di Falaride». Avendo le biografie del Platina avuto una grande popolarità, Paolo II passò ai posteri come un mostro, e l'erudito ottenne per qualche tempo il suo scopo. Ma il merito principale del libro e la ragione della sua fortuna stavano sopra tutto nello stile: la critica storica dell'autore era assai debole. Bisogna però convenire che egli tentò un'impresa difficilissima, alla quale neppure oggi basterebbero le forze d'un uomo solo, per quanto dotto e d'ingegno, e riuscì la prima volta a cavare dalle favolose cronache del Medio Evo un compendio storico assai chiaro, nel quale sono molti modelli della biografia erudita del secolo XV, che si leggono volentieri, perchè l'autore cercava sinceramente la verità storica, quantunque non sempre la ritrovasse. Avvicinandosi ai suoi tempi, l'importanza ed il valore delle biografie crescono, quando però non lo acceca la passione. Gli altri suoi lavori storici hanno minor pregio. Egli morì nel 1481, in età di 61 anno.[136]

A Roma, accorrevano anche allora, come già notammo, non solo Italiani, ma stranieri, specialmente Tedeschi, e fra questi meritano una particolar menzione tre giovani, Conrad Schweinheim, Arnold Pannartz, Ulrich Hahn, i quali avevano nel loro paese lasciato le officine di Faust e Schöffer, e verso il 1464 portarono l'arte della stampa in mezzo a noi. Essi dovettero combattere con la fame, e vincere immense difficoltà, perchè in Italia la passione degli antichi codici era tale, che molti, fra cui, come vedemmo, lo stesso duca d'Urbino, preferivano i volumi manoscritti agli stampati. Pure la nuova industria si diffuse rapidamente, e prima del 1490 si stampava già in più di trenta delle nostre città.

Nel 1469 moriva ed era poi sepolto in San Piero in Vincoli il celebre cardinale Niccola di Cusa, chiamato il Cusano, che, nato da un pescatore della Mosella, aveva studiato a Padova, ed era divenuto uno dei pensatori più illustri del secolo. Egli precedette il Piccolomini ed il Valla nel porre in dubbio l'autenticità della donazione di Costantino, ma non combattè il potere temporale dei Papi. Più tardi mutò alquanto le sue opinioni, e venne poi fatto cardinale; ma il suo carattere si mantenne sempre integro. Avverso all'autorità d'Aristotele, ingegno filosofico di grandissima originalità, panteista, ed in ciò vero precursore di Giordano Bruno, più che erudito fu un vero pensatore.[137] Nel 1461 venne la prima volta a Roma un altro straniero, Giovanni Müller o sia il celebre Regiomontanus, dotto nel greco, sommo per quei tempi nelle matematiche e nell'astronomia; egli fu da Sisto IV incaricato della riforma del Calendario, e morì a Roma nel 1475. Nell'82 venne Giovanni Reuchlin, il quale fece più tardi esclamare all'Argiropulo, professore nell'Università di Roma, che le Muse della Grecia passavano le Alpi per emigrare in Germania.[138] Colà infatti l'erudizione s'era allora propagata, e portava già i suoi frutti. Il sole della nuova cultura italiana, levatosi in alto, illuminava tutta l'Europa; ma sorgeva sempre dall'Italia, che era più che mai l'antica madre del sapere.

Dalla morte di Paolo II a quella d'Alessandro VI, le cose in Roma peggiorarono assai, e i Papi pensarono a ben'altro che agli eruditi, all'erudizione o alle arti belle. Pure Sisto IV aprì la Vaticana al pubblico, e compiè molte costruzioni importanti nella Città. Nè, per lungo tempo ancora, l'ammirazione a tutto ciò che era antico, si spense nel popolo, come prova un fatto seguìto appunto in quegli anni. Nell'aprile del 1485 si sparse la voce che alcuni muratori, scavando nella via Appia, presso il sepolcro di Cecilia Metella, avevano in un sarcofago romano trovato il cadavere d'una «formosa e pulita giovane,» Julia filia Claudi, secondo l'iscrizione, che alcuni pretendevano avervi letta: «era adornata sua trezza bionda da molte e ricchissime pietre preziose.... e erano suoi chiome d'oro ligate cum una bendella di seta verde.»[139] Altri scrivevano invece che i capelli erano neri, che iscrizione nel sarcofago non v'era; ma che Pomponio Leto credeva fosse il cadavere d'una figlia di Cicerone. Certo lettere e cronache del tempo sono piene del fatto, e vanno d'accordo nel ripetere, che il cadavere era maravigliosamente conservato; che gli occhi, la bocca si potevano aprire e chiudere, le membra muovere; la bellezza del volto superava ogni immaginazione. Tutto ciò provava «quanto li antiqui nostri studiavano li animi gentili farli inmortali, ma ancora li corpi, neli quali la natura per farli belli havea posto ogni suo inzegno.»[140] Si disse che i muratori erano fuggiti con le gioie ritrovate; certo è che, quando il cadavere venne portato in Campidoglio, una moltitudine, che qualcuno fece ascendere fino a ventimila persone, andò in pellegrinaggio a vederlo. Vi fu chi suppose ai nostri giorni, che il cadavere avesse una maschera in cera, come se ne trovarono a Cuma ed altrove. Ma dagli scrittori contemporanei apparisce invece, che esso era stato artificialmente conservato, con qualche processo simile a quelli adoperati dagli Egizi. In ogni modo, ciò che destava così grande entusiasmo era la convinzione allora universale, che una bellezza antica dovesse essere immortale e superiore ad ogni bellezza vivente. Tale sembrava davvero il pensiero o meglio l'illusione del secolo. Ma tutto questo mondo erudito era adesso assai vicino a crollare, e ben presto doveva sembrare come l'eco d'una società che s'andava allontanando. Una dura realtà apparecchiava nuove e ben più tristi esperienze: sotto Innocenzo VIII ed Alessandro VI ogni cosa doveva andare a rovina in Italia.

4. — MILANO E FRANCESCO FILELFO.