Firenze, ottobre 1911.
AVVERTENZA PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE
Nel presentare al lettore una nuova edizione di questo libro, non ho bisogno di aggiungere molte parole. Mi basta dir solamente, che l'ho riveduto con quella maggiore diligenza che ho saputo, correggendo gli errori di cui mi sono avvisto, tenendo conto di tutte le osservazioni che mi furono fatte dai critici, e dei nuovi scritti che vennero alla luce sul Machiavelli. Sento però il dovere di ringraziar sinceramente i miei amici professor Cesare Paoli e cav. Alessandro Gherardi. Il primo di essi mi ha aiutato rileggendo tutte le bozze di stampa, il secondo, facendo per me nell'Archivio fiorentino i moltissimi riscontri di cui l'ho continuamente pregato.
Firenze, 1895.
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE
Si è scritto e si scrive tanto sul Machiavelli, che nel pubblicare una nuova biografia di lui, mi par necessaria qualche spiegazione.
Per lungo tempo sembrava che egli fosse una sfinge, di cui niuno poteva comprendere l'enigma. Chi lo dipingeva come un mostro di perfidia, e chi lo diceva animato dal più puro e nobile patriottismo. Secondo alcuni, i suoi scritti davano iniqui consigli, per rendere sicura la tirannide; secondo altri, il Principe era una satira sanguinosa dei despoti, fatta per affilare i pugnali contro di essi, ed istigare i popoli a ribellione. A coloro che esaltavano il merito letterario e scientifico delle sue opere, rispondevano altri affermando che erano un ammasso di dottrine erronee e pericolose, capaci solo di corrompere e di mandare a rovina qualunque società stolta abbastanza per accettarle. E così il nome stesso del Machiavelli divenne nel linguaggio popolare un'ingiuria.
Non poche di queste esagerazioni, è vero, sono coll'andare del tempo, e per opera di critici autorevoli scomparse; ma s'ingannerebbe di certo chi credesse, che almeno sui punti di capitale importanza vi sia oggi un giudizio universalmente accettato. Molti ricorderanno le grida d'indignazione che alcuni sollevarono, specialmente in Francia, contro il Governo Provvisorio della Toscana, quando sin dai primi giorni della rivoluzione del 1859, esso decretava una nuova edizione di tutte le opere del Segretario fiorentino. Alle ingiurie che allora furono scagliate contro gl'italiani in generale, e contro il Machiavelli in particolare, risposero altri esaltandone il genio politico e l'animo incorrotto. È scorso appena qualche anno dacchè vide la luce una nuova Storia della Repubblica di Firenze, scritta da uno degli uomini più amati e venerati in Italia. In essa troviamo un paragone molto eloquente, pieno di acute e giuste osservazioni, fra il Guicciardini ed il Machiavelli, nel quale, dopo aver manifestato una preferenza decisa pel primo dei due scrittori, si afferma che il Machiavelli ebbe malvagio l'ingegno, l'anima corrotta dalla disperazione del bene.[1] Questo giudizio non è certo improvvisato; è anzi il resultato di molti studî e di lungo meditare, ed è dato da uno storico fra noi autorevolissimo. I due eruditi toscani, che incominciarono nel 1873 la più recente edizione delle opere del Machiavelli, alludono più volte all'intima e cordiale amicizia che, secondo essi, egli avrebbe avuta col Valentino, di cui lo fanno consigliere, anche quando questi insanguinava le sue mani nei più atroci delitti; e pubblicano qualche documento inedito a conferma della loro asserzione. Da un altro lato i più recenti biografi, sebbene non vadano sempre fra di loro d'accordo, pure esaltano di nuovo il patriottismo non meno che l'ingegno del Machiavelli, e qualcuno, dopo accurate indagini sulle opere di lui e su documenti inediti, ne loda la generosità, la nobiltà e squisita delicatezza d'animo, tanto da farne un modello impareggiabile di virtù pubbliche e private. Tutto questo prova, mi sembra, che siamo assai lontani da un giudizio, da un'opinione concorde, e che però nuove ricerche e nuovi studî non sono del tutto superflui.
Le cagioni di un così grande e continuo dissenso furono varie. I tempi in cui il Machiavelli visse, sono per lo storico pieni di difficoltà e contradizioni, che in lui si personificano e moltiplicano in modo da farlo qualche volta sembrare addirittura un mistero inesplicabile. Vedere un uomo che in alcune pagine esalta la libertà e la virtù con eloquenza inarrivabile; in altre insegna come ingannare e tradire, come opprimere i popoli e render sicuri i tiranni, deve far nascere certamente molti dubbî. Vederlo quindici anni servire fedelmente la Repubblica, sostenere poi miseria e persecuzioni pel suo amore alla libertà, e vederlo più tardi ancora raccomandarsi per essere adoperato a servire i Medici, fosse pure a voltolare un sasso, non può certo dissipare questi dubbî. Pure le contradizioni nella storia e nell'umana natura sono molte, e nel caso presente si sarebbero assai più facilmente spiegate, se la maggior parte degli scrittori non avessero in ogni modo voluto essere accusatori o difensori del Machiavelli, facendosi giudici non sempre imparziali della moralità e del patriottismo di lui, piuttosto che veri biografi. A molti sembrava, specialmente in Italia, che bastasse aver provato che egli amò la libertà, l'unità e l'indipendenza della patria, per essere indulgenti su tutto il resto, esaltarne le dottrine ed il carattere morale, anche prima d'averli con diligenza e con critica esaminati, quasi che il patriottismo fosse una prova sicura del genio politico e letterario, nè venisse mai accompagnato da vizî e da colpe nella vita privata. Questo doveva inevitabilmente promuovere opinioni contrarie, cui dettero facile alimento le contradizioni più sopra notate. Così fu che, a poco a poco, tutta la questione parve ridotta a sapere se il Principe e i Discorsi erano stati scritti da un uomo onesto o disonesto, da un repubblicano o da un cortigiano, quando invece si doveva cercar di sapere che valore scientifico avevano le teorie in essi sostenute: erano vere o erano false, contenevano o no verità nuove, facevano o no avanzare la scienza? Nessuno vorrà negare che se le dottrine fossero false, le virtù dello scrittore non le muterebbero in vere; come, se fossero vere, non potrebbero i suoi vizî renderle false.
Certo non mancarono scrittori autorevoli, i quali intrapresero un esame imparziale e razionale delle opere del Machiavelli; ma essi ci dettero quasi sempre opuscoli storici o dissertazioni critiche, non vere e proprie biografie. Occupati nell'esame filosofico delle dottrine, si fermarono troppo poco ad esaminare i tempi ed il carattere dell'autore, o ne parlarono solo, come se ogni disputa si potesse comporre dicendo, che il Machiavelli ebbe la sua indole dal secolo in cui visse, e che fedelmente ritrasse nei proprî scritti. Ma in un secolo v'è luogo per molti uomini, molte idee, vizî e virtù diverse; nè possono i tempi per sè soli spiegare tutto ciò che è opera, creazione personale del genio. Lo studio di essi è tuttavia sempre necessario a chi vuol conoscere e giudicare le dottrine di un pensatore, massime quando si tratta d'un uomo come il Machiavelli, che tanto ricevette dalla società in cui nacque, e tanta parte di sè pose ne' suoi libri. Ma io non voglio qui prendere in esame i biografi ed i critici, dei quali dovrò parlare altrove, assai spesso citandoli e valendomi delle loro opere. Il mio scopo è ora solamente di dichiarare che non intendo essere nè l'apologista, nè l'accusatore del Segretario fiorentino. Mi accinsi a studiarne la vita, i tempi e gli scritti, per tentare di conoscerlo e descriverlo quale fu veramente, con tutti i suoi meriti e demeriti, i suoi vizî e le sue virtù.