La prima di esse era quella dei Signori, a capo della quale stava il primo Segretario o Cancelliere della Repubblica. Questo era un ufficio assai onorevole, affidato ad uomini come Leonardo Aretino, Bartolommeo Scala e simili. Veniva poi la seconda segreteria o cancelleria, che, sebbene avesse una sua propria importanza, e forse anche maggior lavoro, dovendo trattare gli affari interni dello Stato, pure dipendeva dalla prima. V'erano inoltre due, più specialmente chiamati i Segretarî della Signoria, ai quali s'assegnavano uffici diversi. Spesso li mandavano in giro pel territorio o fuori, con speciali commissioni; qualche volta affidavano ad uno di essi la direzione della seconda cancelleria, o lo ponevano a servigio dei Dieci. Questi, come è noto, provvedevano alle cose della guerra; nominavano o proponevano i commissarî nel territorio della Repubblica; inviavano anche ambasciatori all'estero, e tenevano con essi corrispondenza, ma allora si trovavano come alla dipendenza dei Signori, i quali con la loro prima cancelleria trattavano di regola gli affari esterni. Così la seconda cancelleria, della quale i Dieci si valevano pei loro affari, riceveva spesso ordini dalla prima, e quando, cosa che seguì più volte, essi non venivano eletti, ne facevano le veci i Signori.[374]

Verso la fine del 1497 era morto Bartolommeo Scala, celebre erudito, il quale, salvo una breve interruzione, era stato fin dal 1465 Segretario della Repubblica, ed in sua vece fu, nel febbraio del 1498, nominato Marcello Virgilio Adriani.[375] Più tardi fu privato d'ufficio Alessandro Braccesi, che era uno dei due Segretari della Signoria, messo a capo della seconda cancelleria, ed allora, il 15 giugno, vennero messi a partito quattro nomi, nel Consiglio degli Ottanta, e dopo quattro giorni, cioè il 19 dello stesso mese, nel Consiglio Maggiore. Fra questi nomi trovavasi appunto quello di Niccolò di Bernardo Machiavelli, il quale ebbe il maggior numero di voti, e restò quindi eletto. Fu così il primo dei due Segretari della Signoria, con l'incarico di reggere la seconda cancelleria.[376] Il 14 luglio seguente venne dai Signori rinominato, con incarico di servire anche i Dieci; ed in questo doppio ufficio cui era stato eletto allora per un anno, fu di tempo in tempo riconfermato, fino a che non cadde il governo repubblicano nel 1512.[377] Dopo la riforma delle segreterie, fatta nel 1498, al cancelliere della seconda spettava lo stipendio di fiorini 200 l'anno, al primo dei due Segretarî della Signoria ne spettavano invece 192, ma il Machiavelli, per le riduzioni recentemente fatte, ne riceveva solamente 100.[378] Egli aveva circa ventinove anni, quando si trovò la prima volta in ufficio accanto a Marcello Virgilio, il quale potè essere perciò il suo dotto amico, non il suo maestro come da alcuni si pretese.

Marcello Virgilio era nato nel 1464, aveva quindi soli cinque anni più del Machiavelli. Era stato discepolo del Landino e del Poliziano; conosceva il greco ed il latino, la medicina e le scienze naturali; aveva una grande facilità di parlare improvviso, anche in latino. E queste qualità oratorie venivano favorite dalla sua apparenza esteriore; giacchè egli era alto della persona, di un portamento dignitoso, con una fronte spaziosa, un viso aperto. Nominato nello Studio professore di lettere nel 1497, continuò per alcuni anni, certamente fino al 1502, a dar lezione, cumulando, dopo il 1498, l'ufficio di professore con quello di segretario. Egli in realtà continuò ad esser sempre un erudito, ed anche come segretario della Repubblica si occupò più che altro di dar forma classica alle lettere che scriveva, secondo gli ordini ricevuti, e non tralasciò mai i suoi studi. Nelle biblioteche fiorentine si trova un gran numero di suoi lavori manoscritti. Molte sono le sue orazioni latine di ogni genere, filosofiche, letterarie, politiche, sempre erudite e retoriche. Egli fece, come vedremo fra poco, la solenne orazione, quando fu dato a Paolo Vitelli il bastone del comando dell'esercito, e fece anche l'elogio funebre di Marsilio Ficino. Non pochi sono gli scritti letterari che lasciò: poesie latine, traduzioni, comenti di autori greci o latini. Ma l'opera sua più nota, cominciata sin dai primi anni del suo ufficio di professore, fu la traduzione dell'Ars Medica di Dioscoride, pubblicata a Basilea nel 1518 e dedicata a Leone X. Nel 1515, per una caduta da cavallo, ebbe a soffrir molto degli occhi e restò balbuziente per tutta la vita.[379] Morì nel 1521 in età di 56 anni.

Diverso assai appariva il Machiavelli. Di media statura, magro, con occhi vivacissimi, capelli scuri, naso piuttosto piccolo; la sua testa non era grossa, la fronte era larga, e la bocca soleva tenere sempre stretta: tutto aveva in lui l'espressione di un accortissimo osservatore e di un pensatore, non però d'un uomo molto autorevole, che s'imponesse agli altri.[380] Nè poteva facilmente liberarsi da un sarcasmo che stava continuo sulle sue labbra, e scintillava da' suoi occhi, dandogli tutta l'apparenza d'uno spirito calcolatore, impassibile e mordace. Pure la sua fantasia aveva su di lui un gran potere, e facilmente lo dominava, qualche volta anzi lo trasportava a segno da farlo inaspettatamente sembrare un visionario. Cominciò subito a servire la Repubblica fedelmente, con tutto l'ardore d'un antico Fiorentino, esaltato com'era dalle reminiscenze di Roma pagana e repubblicana. Se egli non era in tutto contento del presente governo, era però contentissimo che fossero cessati la tirannide dei Medici, e il predominio di un frate. Certo il conversare con Marcello Virgilio fu utile ai suoi studî, ed è credibile che egli assistesse ancora ad alcune lezioni del suo superiore di ufficio; ma non gli poteva restare molto tempo libero, perchè era occupato da mattina a sera a scrivere lettere d'affari, delle quali si trovano anche oggi molte migliaia nell'Archivio fiorentino. Oltre di ciò, egli fu di continuo mandato dai Dieci in giro pel territorio dello Stato, e ben presto gli vennero affidate anche importanti legazioni all'estero. In queste faccende poneva tutto sè stesso, perchè erano di suo gusto, e perchè ebbe sempre una febbrile attività. Le poche ore che gli restavano libere dedicava alla lettura, al conversare, ed anche ai piaceri della vita. Di allegra compagnia, si trovava in buoni termini coi colleghi delle due cancellerie, e più assai che con Marcello Virgilio, fece lega con quelli che avevano un grado inferiore al suo, sopra tutto con Biagio Buonaccorsi, il quale, sebbene di non grande ingegno, era assai buon uomo e amico fedele. Quando il Machiavelli si trovava lontano, il Buonaccorsi gli scriveva lettere lunghe e affettuose, dalle quali trasparisce una vera amicizia; ma si vede ancora che il capo della seconda cancelleria e segretario dei Dieci era molto dato al vivere allegro, ai mutabili e poco casti amori, dei quali discorrevano fra loro con un linguaggio tutt'altro che edificante.

CAPITOLO II.

Niccolò Machiavelli comincia ad esercitare l'ufficio di Segretario dei Dieci. — Sua legazione a Forlì. — Condanna e morte di Paolo Vitelli. — Discorso sopra le cose di Pisa.

(1498-1499)

La principale faccenda che la Repubblica avesse ora alle mani era la guerra di Pisa, e pareva che gli altri Stati dovessero finalmente permetterle che si misurasse coll'antica sua avversaria, senza altrimenti mescolarsene. Il Papa e gli alleati si dichiaravano, infatti, contenti di Firenze per il supplizio del Savonarola, e non chiedevano altro; l'amicizia di Firenze colla Francia si sperava che dovesse tenere in freno gli altri potentati italiani. È vero che Luigi XII, salendo sul trono di Francia, aveva assunto ancora i titoli di re di Gerusalemme e di Sicilia, di duca di Milano, alle antiche pretese sul Napoletano aggiungendo così quelle sulla Lombardia, da lui vantate a cagione della sua avola Valentina Visconti; ed è vero del pari che ciò faceva prevedere nuovi guai all'Italia, aveva anzi già messo Milano e Napoli in una grandissima paura. Ma da un altro lato tutto ciò procurava ai Fiorentini i segreti aiuti del Moro, che cercava d'averli amici; e così crescevano le loro speranze. Se non che i Veneziani continuavano apertamente a favorire Pisa; i Lucchesi, come più deboli, si contentavano d'aiutarla di nascosto, ed essa con animo risoluto, con mirabile energia, si teneva sempre pronta alla difesa. Aveva armato non solo tutti i suoi cittadini, ma anche gli uomini del contado, che nelle continue scaramucce s'erano agguerriti. I Veneziani le avevano mandato trecento Stradiotti, o sia Albanesi a cavallo, armati alla leggera, abilissimi nelle scorrerie e negli assalti improvvisi; parecchi soldati francesi erano, fin dalla venuta di Carlo VIII, rimasti nelle sue mura a difenderla. A questo s'aggiungeva che, negli ultimi tempi, a causa delle interne dissensioni, i Fiorentini avevano trascurato assai le cose della guerra, ed il loro capitano generale, conte Rinuccio da Marciano, insieme col commissario Guglielmo de' Pazzi, avevano in uno scontro di qualche importanza ricevuto tale rotta, che a fatica ne erano essi stessi scampati vivi.[381] E fu questo appunto il momento scelto dai Veneziani, per minacciare d'avanzarsi nel Casentino, a fin di richiamare colà l'esercito assediante. Occorrevano adunque nuovi e sempre più energici provvedimenti.

Si cominciò collo scrivere lettere urgenti al re di Francia, perchè impedisse ai Veneziani suoi alleati di penetrare nel Casentino; si chiese e s'ottenne dal Moro buona somma in prestito; si deliberò ancora di far venire di Francia, col consenso del Re, Paolo e Vitellozzo Vitelli, al primo dei quali, che aveva reputazione di gran capitano, venne offerto addirittura il comando dell'esercito.[382] Arrivato egli a Firenze, vi fu subito, ai primi del giugno 1498, una grande solennità. In piazza della Signoria, dinanzi al Palazzo, erano il popolo affollato e i magistrati della Repubblica; Marcello Virgilio leggeva un'orazione latina, in cui, celebrando le battaglie e le virtù del nuovo capitano, ivi presente, le paragonava a quelle dei più grandi dell'antichità.[383] E nello stesso tempo, l'astrologo che il Vitelli menava seco, era con quelli della Signoria dentro la corte del Palazzo, osservando ed «aspettando l'avvenimento del felice punto.»[384] Non appena che essi fecero il cenno convenuto, fu dato nelle trombe, e venne sospesa l'orazione, affrettandosi il Gonfaloniere a consegnare il bastone del comando, con la speranza di prosperi successi. Dopo di che, finita l'orazione, s'andò in duomo a sentire la messa, ed il 6 di giugno 1498 il celebrato capitano partì per il campo. Allora cominciò subito l'attività dei Dieci per dare impulso alla guerra, e cominciarono le molte e gravi faccende del Machiavelli.

È appena credibile quante brighe, noie e pericoli questa piccola impresa désse alla Repubblica. Si principiò subito con le gelosie tra il vecchio ed il nuovo capitano, per le quali fu necessario dare al conte Rinuccio la paga stessa che al Vitelli, lasciandogli il titolo di governatore generale, mentre a questo, col nome di capitano, veniva affidata la direzione principale della guerra. Le cose parevano cominciar prosperamente con la presa di varie terre, quando s'intese a un tratto che i Veneziani s'avanzavano già verso il Casentino. Bisognò quindi assoldare in fretta nuove genti e nuovi capitani, indebolire la guerra nel Pisano, per portare lo sforzo maggiore contro di questi, che nel settembre, passando per Val di Lamone, presero Marradi. Ivi trovarono però i Fiorentini comandati dal conte Rinuccio, ed ingrossati da genti mandate in aiuto dal Moro. Retrocessero perciò alquanto, ma s'inoltrarono invece per la via del Casentino, occupando la badìa di Camaldoli; passato poi il Monte Alvernia, pigliarono per sorpresa Bibbiena. Questi fatti costrinsero i Fiorentini a sospendere addirittura la guerra di Pisa, e, lasciati colà pochi uomini a guardia delle terre più importanti, a mandare tutto l'esercito col Vitelli contro il nuovo nemico. L'abate don Basilio dei Camaldolesi era corso intanto nella montagna a sollevare e comandare i contadini di quei luoghi alpestri, che a lui erano devoti, e riuscì a fermare i Veneziani, recando loro gravissimi danni.[385] In questo momento il duca d'Urbino, che comandava nel campo nemico, trovandosi ammalato, chiese un salvocondotto per sè e pei suoi al Vitelli, che subito glielo concesse. La qual cosa produsse uno sdegno, e destò un gravissimo sospetto nell'animo dei Fiorentini, i quali allora seppero anche come il loro capitano si era pubblicamente fatto vedere in colloquio con Piero e Giuliano de' Medici, che seguivano il campo nemico.