La guerra divenne allora per gli Stati italiani una specie di operazione diplomatica e finanziaria: vinceva chi sapeva trovare più danari, procurarsi più amici, meglio lusingare e pagare i capitani più reputati, la cui fedeltà si alimentava solo con nuovi danari o nuove speranze. Ma il vero spirito militare andò presto decadendo in questi soldati, che avevano oggi di fronte i compagni di ieri, coi quali potevano essere domani nuovamente uniti. Il loro scopo non era più la vittoria, ma la preda. Più tardi le compagnie di ventura scomparvero affatto cedendo il luogo agli eserciti stanziali, cui avevano apparecchiato la via; ma esse lasciarono dietro di loro la memoria di grandi calamità, durante le quali gl'Italiani dettero prova di molto ingegno e molto coraggio; fondarono la nuova arte della guerra; manifestarono una varietà infinita di attitudini e di qualità militari; produssero una gran moltitudine di capitani, e pure sbandarono indebolendo e corrompendo sempre di più.

Nelle lettere, meglio che altrove, si vede chiara la generale trasformazione che seguiva in quel tempo. Gli storici deplorano generalmente, e sembrano non comprendere per qual ragione gl'Italiani, dopo avere creata una così splendida letteratura nazionale con la Divina Commedia, il Decamerone ed il Canzoniere, deviassero dal cammino gloriosamente percorso, volgendosi alla imitazione degli antichi, disprezzando quasi la propria lingua, e rimettendo in onore l'uso del latino. Ma leggendo le opere di Dante, del Boccaccio, del Petrarca, si vede subito che aprirono essi la via per cui il secolo XV entrò. Nella Divina Commedia l'antichità riceve continuamente un posto d'onore, ed è quasi santificata da un'ammirazione senza limiti; nel Decamerone il periodo latino già trasforma e sconvolge il periodo italiano; il Petrarca è addirittura il primo degli eruditi. Chi poi paragona gli scrittori italiani del Trecento con quelli che compariscono sul finire del secolo XV e sul cominciare del XVI, s'accorge subito, che il tempo speso in questo mezzo sui classici, non è andato perduto. Leggendo infatti, non dirò i Fioretti di San Francesco e le Vite del Cavalca, ma il De Monarchia ed il Convivio di Dante, anche alcuni canti della Divina Commedia, noi dobbiamo come trasportarci in un altro mondo: l'autore assai di frequente ragiona ancora al modo scolastico, non osserva e non vede il mondo come lo vediamo noi. Se invece apriamo le opere del Guicciardini, del Machiavelli e dei loro contemporanei, troviamo degli uomini che, anche avendo opinioni diverse dalle nostre, pensano o ragionano come noi. La scolastica, il misticismo, l'allegoria del Medio Evo sono scomparsi per modo che sembra quasi se ne sia perduta la memoria. Siamo sulla terra, in mezzo alla realtà, con uomini che non guardano il mondo attraverso alcun velo fantastico di mistiche illusioni, ma con i propri occhi, con la propria ragione, senza essere schiavi d'alcuna autorità. E così vien fatto di chiedere: in che modo gli eruditi del secolo XV, tornando verso gli antichi, poterono scoprire un mondo nuovo, simili quasi, come fu detto, al Colombo che trovò l'America, cercando d'arrivare alle Indie per un'altra strada?

Il Medio Evo, per ridestare nell'uomo una nuova vita dello spirito, aveva disprezzato la vita terrena e la società civile; sottomesso la filosofia alla teologia, lo Stato alla Chiesa. Il reale gli sembrava utile solo come simbolo o allegorìa per esprimere l'ideale, la Città terrena solo come un apparecchio alla Città di Dio: si reagiva contro tutto ciò che era stata l'essenza del Paganesimo, l'ispirazione dell'arte antica. E così lo spirito umano restò chiuso nei sillogismi della scolastica, nelle nebbie del misticismo, nelle fantastiche e intricate creazioni della poesia cavalleresca e delle canzoni provenzali. Ma quando, come per uno slancio improvviso di nuova ispirazione, in mezzo alle libertà comunali, sorsero la poesia e la prosa italiana a descrivere gli affetti, le passioni reali e vere dell'uomo, il mondo del Medio Evo fu condannato a perire. Le vecchie forme, incerte e fantastiche, non resistettero più di fronte a quelle nuove analisi così precise, a quelle immagini così splendide e chiare, a quello stile, a quel linguaggio, in cui il pensiero trasparisce come attraverso purissimo cristallo. Ma questa letteratura, dando un nuovo indirizzo allo spirito umano, fece ben presto nascere anche bisogni nuovi, che essa non poteva tutti soddisfare. Il linguaggio poetico s'era già trovato, e s'erano avuti, in una forma ammirabile, la novella, il sonetto, la canzone ed il poema; ma il nuovo stile filosofico, epistolare, oratorio, storico mancavano affatto: il bisogno di trovarli diveniva irresistibile.

Lo scrittore del Trecento somigliava perciò assai spesso ad un uomo che, pure avendo buone gambe, si trovi in una via così piena di ostacoli e di pericoli, che non può camminar senza aiuto: di tanto in tanto egli s'appoggia novamente alle grucce della scolastica. Quando lo stesso Alighieri, nella sua Monarchia, discute se il Papa debba essere paragonato al sole, e l'Imperatore alla luna; se il fatto di Samuele che depose Saul, e l'offerta dei re Magi a Cristo bambino possano provare la dipendenza dell'Impero dalla Chiesa, chi non vede che egli ha ancora un piede nel Medio Evo? Leggendo la Cronica di Giovanni Villani, troviamo non solo uno scrittore molto chiaro, ma un osservatore acutissimo, cui nulla sfugge; un uomo pratico del mondo e degli affari. Tutto egli vede e registra: battaglie, rivoluzioni politiche e sociali, forme di governo, nuovi edifizî, quadri, opere letterarie, industria, commercio, tasse, entrate ed uscite della Repubblica, perchè egli comprende che di tutto ciò si compone la società umana, e che da ciò risulta la potenza e la prosperità degli Stati. Ma egli ci dà ancora come storie le più favolose e fantastiche leggende sull'origine di Firenze. E neppure una volta sola gli riesce di trovare la logica unità della narrazione storica, che connette i vari avvenimenti, e ne rende visibile il legame; il suo lavoro non esce perciò mai dai modesti confini della cronica. Ogni volta che lo scrittore del Trecento scrive di filosofia o di politica, ogni volta che compone una orazione o una lettera, egli è condannato a tornare fra quelle pastoie, che poco prima sembrava avere spezzate per sempre.

Bisognava dunque allargare lo stile; diffondere la lingua; renderla più universale, più duttile; trovare le nuove forme letterarie, che ancora mancavano ed erano divenute necessarie. Ma questo bisogno cominciava a sentirsi nel momento stesso in cui ogni giovanile e vigoroso incremento delle forze nazionali veniva contrastato dalle complicazioni politiche e sociali, che abbiamo più sopra accennate. Cominciava perciò a mancare quella forza creatrice che già aveva dato origine alla nostra letteratura, e sola poteva portarla al suo naturale compimento, facendole trovare le altre forme che essa cercava. Se non che, queste forme non sono mutabili a capriccio, sono determinate dalle leggi stesse del pensiero e della natura, ed erano state trovate la prima volta dai Greci e dai Romani, negli scritti dei quali serbano in eterno tutto il vigore, lo splendore e la originalità, che le opere dell'arte raggiungono solo nel momento della prima creazione. Il ritorno al passato si presentava quindi come un progresso naturale, necessario, e la grande relazione della cultura latina con la italiana lo faceva sembrare come un ritemprarsi alle prime sorgenti, un ritorno all'antica grandezza nazionale. I Greci ed i Latini presentavano inoltre agl'Italiani una letteratura ispirata alla natura ed alla realtà, guidata dalla ragione, non sottoposta ad alcuna autorità, non circondata da nessun velo allegorico, da nessun misticismo: imitarla era quindi un liberarsi affatto dal Medio Evo. E così tutto spingeva ora verso il mondo antico. La pittura e la scultura vi trovavano lo studio perfezionato delle forme umane, un disegno insuperabile; l'architettura vi trovava una costruzione più solida e meglio pieghevole ai varî bisogni della vita sociale; l'uomo di lettere, quel magistero di stile, di cui andava in cerca; il filosofo, l'indipendenza della ragione e l'osservazione della natura; il politico trovava nel concetto di Roma antica quella unità dello Stato, che non solo la scienza, ma la società stessa cercavano allora come un loro fine necessario. La imitazione dei Greci e dei Romani divenne perciò come una manìa, che s'impadronì rapidamente di tutti gli animi: i tiranni vollero imitare Cesare ed Augusto; i repubblicani, Bruto; i capitani di ventura, Scipione ed Annibale; i filosofi, Aristotele e Platone; i letterati, Virgilio e Cicerone; perfino i nomi stessi delle persone e dei paesi si mutarono in greci e romani.

Il Medio Evo conosceva certo molti degli antichi scrittori; per alcuni di essi ebbe anzi come un ossequio religioso. Ma la sua erudizione, salvo alcune eccezioni, era ben diversa da quel rinascimento che cominciava ora. Essa restringevasi ad un piccolo numero di scrittori latini, dei più recenti, i quali, meno lontani dalle idee cristiane, e vissuti sotto l'Impero, che sembrava dominare ancora la società umana, essere anzi immutabile ed immortale, erano quasi letti come scrittori contemporanei, e le loro opere venivano forzate, piegate a sostenere i concetti stessi del Cristianesimo. Virgilio profetizzava la venuta di Cristo; l'etica di Cicerone doveva essere identica a quella del Vangelo; ed Aristotele, conosciuto solo nelle traduzioni latine, alterato dai comentatori, era costretto a sostenere l'immortalità e spiritualità dell'anima, cui non aveva creduto. Ben diversi erano i desideri e i gusti del secolo XV. Esso non voleva trasformare in cristiano il mondo pagano; voleva anzi tornare a questo, che lo riconduceva dalla Città di Dio a quella degli uomini, dal cielo alla terra. Non gli bastava perciò la conoscenza di pochi scrittori più recenti; li voleva leggere tutti, ed i più lontani con più ardore, perchè obbligavano ad uno sforzo maggiore della mente, e facevano fare un più lungo viaggio intellettuale. Si cercarono, quindi, si disseppellirono ed illustrarono gli antichi codici, gli antichi monumenti con una febbrile attività, di cui non v'è altro esempio nella storia. Sembrava che gl'Italiani volessero non solo imitare il mondo antico, ma evocarlo dalla tomba, farlo rivivere, perchè in esso sentivano di ritrovare sè stessi, entrando come in una seconda vita: era un vero e proprio rinascimento. E non s'accorgevano punto che le loro imitazioni e riproduzioni venivano animate da uno spirito nuovo, che si andava svolgendo, dapprima invisibile e nascosto, per liberarsi poi a un tratto dalla sua crisalide, uscendo alla luce in una forma nazionale e moderna.

Così l'erudizione fu il mezzo con cui gl'Italiani seppero liberare sè stessi e l'Europa dalle pastoie del Medio Evo, non interrompendo, ma continuando e compiendo, sotto diversa forma, l'opera iniziata dagli scrittori del Trecento. Ma le nuove opere letterarie ed artistiche non furono il risultato d'una giovane e vigorosa ispirazione, sorta in una società come quella in cui visse Dante, piena d'ardore e di fede, tra forti caratteri e fiere passioni. Formate in un tempo, nel quale continuava una febbrile attività della mente, ma si spegnevano le più nobili aspirazioni del cuore umano, risentirono le conseguenze di un tale stato di cose. Si riescì mirabilmente in tutti quei generi nei quali la natura visibile, lo studio esteriore dell'uomo e delle sue azioni hanno parte principale. Le arti belle, plastiche sempre di loro natura, perderono l'epica grandezza di Giotto e dell'Orcagna, quella ispirazione religiosa che tanto si ammira nelle antiche cattedrali cristiane; ma, assimilando le forme classiche, che modificarono inconsapevolmente, s'ispirarono al genio greco, imitarono la natura, e la riprodussero nelle loro nuove e spontanee creazioni, circondate d'un velo etereo, con colori che hanno uno smalto, una freschezza, una fragranza inarrivabili. È un'arte che, innestando le forme cristiane e pagane, acquista una spontaneità e verginità nuova; resta una gloria immortale del secolo e dell'Italia, la manifestazione più compiuta del Rinascimento, da cui riceve ed a cui comunica il proprio carattere. La poesia fu del pari inarrivabile nelle descrizioni e riproduzioni del vero, che apparisce chiaro e preciso anche in mezzo alle più fantastiche creazioni del poema cavalleresco ed eroicomico. La scienza politica, che esamina le azioni umane nel loro valore obbiettivo ed esteriore, nelle loro pratiche conseguenze, quasi astraendo dal carattere morale che acquistano nella coscienza dell'uomo, e dalle intenzioni con cui vengono compiute, non solo fiorì del pari, ma fu la creazione più originale nella letteratura dei secoli XV e XVI.

Si lavorò con energia irrefrenabile; si cercarono e si trovarono tutte le forme letterarie; si ottenne una grande verità e facilità nella prosa e nella poesia; si crearono il linguaggio e lo stile oratorio, diplomatico, storico, filosofico; ma svaniva il sentimento religioso; s'infiacchiva il senso morale, ed il culto della forma cresceva spesso a scapito della sostanza, difetto che rimase per molti secoli nella letteratura italiana. Nel vedere questa prodigiosa attività intellettuale, che sotto mille forme diverse si riproduce sempre più ricca e più splendida, eppur sempre accompagnata da una sociale e morale decadenza, lo storico che studia quei tempi, resta sgomento, sentendosi come in presenza di una misteriosa contradizione, che fa presagire futuri guai. Quando il male che travaglia internamente questo popolo, verrà alla superficie, una catastrofe sarà inevitabile. Il lento e continuo avanzarsi di essa, in mezzo a tanto progresso intellettuale, è appunto la storia del Rinascimento. Per meglio comprenderla bisogna esaminare le cose anche più da vicino.

II. I PRINCIPALI STATI ITALIANI

1. — MILANO.