E finalmente, dopo avere enumerato i principi e gli Stati, che nel secolo XV tenevano divisa l'Italia, il Machiavelli conchiude: «Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati. Il duca Filippo,[312] stando rinchiuso per le camere, e non si lasciando vedere, per i suoi commissarî le sue guerre governava. I Veneziani, come e' si volsero alla terra, si trassero di dosso quelle armi, che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro. Il Papa, per non gli star bene le armi in dosso, sendo religioso, e la regina Giovanna di Napoli, per essere femmina, facevano per necessità quello che gli altri, per mala elezione, fatto avevano. I Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perchè, avendo per le spesse divisioni spenta la nobiltà, e restando quella repubblica nelle mani della mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri.» «Erano adunque le armi d'Italia divenute mercenarie, in mano di condottieri che ne facevano mestiere, e che, alleatisi per comune interesse, avevano ridotto la guerra a un'arte in cui nessuno vinceva. Finalmente» «la ridussero in tanta viltà, che ogni mediocre capitano, nel quale fosse alcuna ombra dell'antica virtù rinata, gli avrebbe con ammirazione di tutta Italia, la quale, per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi adunque oziosi principi e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria, alla quale prima che io discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promisi, tornare a raccontare dell'origine di Firenze.»[313] E di qui infatti comincia il secondo libro, che è veramente il primo della storia fiorentina.
Riepilogando, adunque, l'Italia, invasa dai barbari, dei quali fu preda per la decadenza dell'Impero, e per colpa di alcuni generali romani, che, mossi da gelosie e da odî privati, li chiamarono, godette un momento di pace e di felicità quando Teodorico, principe accorto, seppe unirla, formandone uno Stato solo. Ma dopo la sua morte riuscirono vani tutti gli sforzi fatti per mantenerla unita, e ciò principalmente a cagione dei papi, i quali, per aumentare sempre più il proprio potere, la vollero divisa, invitando sempre nuovi barbari e nuovi stranieri, che in fatti vennero di continuo a lacerarla ed a conculcarla. Vani del pari riuscirono gli sforzi dei Comuni a renderla sicuramente libera, perchè nè essi nè altri seppero tenerla unita. Tutti caddero finalmente in balìa degli eserciti mercenarî, che furono l'ultima rovina d'Italia, la quale si trovò così esposta ai colpi di chiunque volle assaltarla; e con la venuta di Carlo VIII ricominciò la serie delle invasioni e delle calamità. Ecco quale è dunque il concetto fondamentale del primo libro delle Storie. Da esso ne resulta naturalmente un altro, che è veramente il pensiero dominante del Machiavelli: unico rimedio a tanti mali che travagliarono l'Italia, era la istituzione delle armi nazionali, comandate da un principe che sapesse con esse difenderla, costituendo fortemente lo Stato, emancipandolo dalla Chiesa e dall'aristocrazia feudale, assicurandone con buone leggi la libertà per l'avvenire. Chi vorrà e saprà fare tutto ciò, sarà veramente degno di salire in cielo, per sedere accanto agli Dei.
Ed ora dobbiamo esaminare che cosa dice il Machiavelli della storia interna di Firenze, nei tre libri che seguono.
NOTA AL CAPITOLO XII. (Pag. 208 e seg.)
Alcuni brani del libro I delle Storie del Machiavelli, messi a confronto con altri delle Decadi di Flavio Biondo.[314]
Erano da Teodosio preposti alle tre parti dell'Imperio tre governatori, Ruffino alla orientale, alla occidentale Stilicone, e Gildone all'affricana; i quali tutti, dopo la morte del principe, pensarono non di governarle, ma come principi possederle; de' quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principii furono oppressi. Ma Stilicone, sapendo meglio celare l'animo suo, cercò d'acquistarsi fede coi nuovi imperatori, e dall'altra parte turbare loro in modo lo Stato, che gli fosse più facile dipoi l'occuparlo. E per fare loro nemici i Visigoti, gli consigliò non dessero più loro la consueta provvisione. Oltre a questo, non gli parendo che a turbare l'Imperio questi nemici bastassero, ordinò che i Burgundi, Franchi, Vandali ed Alani, popoli medesimamente settentrionali, e già mossi per cercare nuove terre, assalissero le provincie romane. Privati adunque i Visigoti delle provvisioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, crearono Alarico loro re, ed assalito l'Imperio, dopo molti accidenti guastarono l'Italia, e presero e saccheggiarono Roma (Machiavelli, Istorie fiorentine, Lib. I, p. 2-3).
Commiserat Theodosius in Imperio florens, tres potissimas Imperii partes tribus ducibus gubernandas, Buffino orientalem, occidentalem Stiliconi, et africanam Gildoni. Hic primus de morte Imperatoris compertum habens, parvique faciens in puerorum manibus Imperii vires, Africam sibi retinere conatus est.... Eodem vero in tempore Ruffinus Orienti praefectus, dum barbaris ad rebellionem concitatis, Imperium sibi parare contenderet, Archadio curante, interfectus est. Tertius ducum Stillico, genere Vandalicus, summam erat post Theodosii mortem apud novos principes gratiam consecutus.... Fuit vero et ipse impiissimus, sed suam perfidiam maximis tegens simulationibus, nihil apertum contra rempublicam est molitus, quin potius affectatum Eucherio filio Imperium, non prius invadere constituit, quam imperatores maximis calamitatibus involvisset. Itaque primum omnium immanes Svevorum, Burgundionum, Alanorum et Vandalorum suorum gentes, propriis excitas sedibus concitavit ad romani Imperii Galliarum provincias invadendas. Exinde Visigothos, gentem ut noverat ferocissimam, curavit stipendiis privari ab imperatoribus.... cuius machinationis haec ratio fuit, quod ipsos Visigothos, rerum necessariarum indigentia compulsos, optabat in Italiam se conferre (Blondi, Historiarum, ab Inclinatione Romanorum libri XXXI, ed. cit., Dec. I, lib. I, pag. 7-8).
Nè fu l'isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina, perchè temendo i Brettoni di quei popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come l'imperatore potesse difenderli, chiamarono in loro aiuto gli Angli, popoli di Germania. Presero gli Angli sotto Votigerio loro re l'impresa, e prima gli difesero, dipoi gli cacciarono dall'isola, e vi rimasero loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventarono per la necessità feroci, e pensarono, ancora che non avessero potuto difendere il paese loro, di poter occupare quello d'altri. Passarono pertanto colle famiglie loro il mare, ed occuparono quei luoghi che più propinqui alla marina trovavano, e dal nome loro chiamarono quel paese Brettagna (pag. 4-5).
Itaque romani cives, qui Britanniam frequentes diversis respectibus inhabitabant, et ipsi simul Britanni, salutis desperatione animos faciente, arma ceperunt, et tunc quidem Scotos Albienses, Pictosque, a quibus agitabantur, praelio superarunt, ac in ulteriorem insulae partem recedere compulerunt. Sed paulo post, cum Britanni sese a Scotis Pictisque diutius tueri diffiderent, Anglicos Saxones, datis in stipendium pecuniis, ex proximis Germaniae littoribus conduxerunt praesidio affuturos. Qui quidem Saxones cognomine Anglici, duce Vortigerio eorum rege, insulam ingressi, Scotos atque Pictos represserunt praelio superatos. Sed et ipsi postea mercenarii Saxones, ambitione ducti, magis Britonibus quam Picti et Scoti hostes nocuerunt, romanos enim cives et Britannorum primores, maiori ex parte vario mortis genere interfecerunt, ex eoque tempore cooperunt Saxones Anglici Britanniae dominari (Dec. I, lib. II, pagine 20-21).
Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poichè si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili sopra molti scogli, i quali erano nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovarli, tutte le loro cose mobili di più valore portarono dentro al medesimo mare, in un luogo detto Rivo Alto, dove mandarono ancora le donne, i fanciulli ed i vecchi loro, e la gioventù riserbarono in Padova, per difenderla. Oltre a questi, quelli di Monselice con gli abitatori dei colli intorno, spinti dal medesimo terrore, sopra gli scogli del medesimo mare ne andarono. Ma presa Aquileia, ed avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, ed i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo Alto; medesimamente tutti i popoli all'intorno di quella provincia, che anticamente si chiamava Venezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ritrassero. Così, costretti da necessità, lasciarono luoghi amenissimi e fertili, ed in sterili, deformi e privi di ogni comodità abitarono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo furono quelli luoghi non solo abitabili, ma dilettevoli, e costituite fra loro leggi ed ordini, fra tante ruine d'Italia, sicuri si godevano, ed in breve tempo crebbero in riputazione e forze (p. 45-46).