Pigliam la barca pertanto, e il nostro uomo costeggi pur lentamente questa sponda, su cui poggia il Nino; chè pria di giugnervi, avremo a parlar di più cose.
E poichè ci siamo, vedete là su in alto del monte il paesello di Brunate. A me che amo raccogliere le leggende popolari, come ad un geologo balzerebbe il cuore di gioja alla scoperta d’un petrefatto, o ad un numismatico il ritrovare una medaglia antica, non è possibile passar oltre senza narrarvi che lassù raccontino le comari, come la figliuola di un possente re d’Inghilterra, a cui fanno il nome di Guglielmina, avesse un bel dì (l’epoca però non sanno e tutt’al più se ne sbarazzano colla frase d’uso: ne’ tempi antichi) a fuggire dalla reggia di suo padre, e per farvi vita santa ricoverasse a Brunate e vi morisse poscia in odore di santità. E la pia leggenda ha sì fonde le radici, che le madri alle quali il latte faccia difetto, la invocano protettrice. Quale poi sia la relazione che corra fra la santa giovinetta ed il latte, nè esse lo sanno dire, nè m’accingo a indovinarlo.
Alla falda del monte v’è la Grotta del Mago che potrebbesi visitare, costituita di banchi calcarei che s’incavernano; ma siccome non mi fu detto perchè mai così con nome di mistero nominata, voghiamo avanti.
Qui appena usciti dalla cinta del nuovo porto — il quale, se risponde forse meglio al bisogno cittadino e varrà fors’anco a infrenare certe piene che in passato troppo spesso han nuociuto alla parte di Como che si curva intorno al lago, certo poi le ha rapito anche parte della vista del lago stesso, e il discapito mi par grande —, passato il borgo di Sant’Agostino, incominciano le ville.
E prima la Castiglioni, indi la Sessa, poi la Pertusati; e questa che s’avanza sul promontorio detto di Geno è la villa dei Marchesi Cornaggia, dove un giorno era un convento di Umiliati, che durò dal 1225 al 1516, tramutatosi poi in lazzaretto pei colpiti dalla peste, onde fu travagliata non solo Como, ma Lombardia tutta sul finir del secolo XVI.
Svolta la punta di Geno, si nicchia, come in un angolo che fa il monte, la villa Angiolini; ma più in vista vi tien dietro quella che assume il nome da quell’eminente uomo di Stato che è il commendatore Urbano Rattazzi, a cui ingiustamente tiene Lombardia il broncio per averle estese sollecitamente quelle leggi amministrative che aveva il Piemonte e che le sarebbero pervenute egualmente più tardi, se non dovevano essere un’irrisione il patto dello Statuto patrio che vuol la legge eguale per tutti e l’unità nazionale; senza aggiungere che taluno de’ lombardi deputati d’allora avesse fatto nel Parlamento suonare alta la voce che, fossero state anche ottime le leggi austriache che si avevano prima, per ciò solo si dovessero mutare. Il più liberale di quanti ministri ebbero Piemonte ed Italia, è sventura che scribivendoli piovutici in Milano, e impossessatisi de’ nostri giornali, abbiano potuto sostituirne l’opinione e, facendo la storia a loro talento, avessero a presentare questo illustre personaggio, dal cuore pari allo ingegno eccellente, poco men d’un nemico del paese. Il tempo che non è così grullo e che non giura nelle parole di questi sicofanti, farà la giustizia.
È in questa leggiadra casina che Maria Bonaparte Wyse, bella e colta consorte sua, e fra le più riputate scrittrici francesi, dettò le più lodate pagine della sua Louise de Kelner, in cui tanta parte è trasfusa delle amarezze, onde l’anima sua generosa venne dagli stolti abbeverata.
Se recinto da maggiori simpatie, alle quali avrebbe avuto diritto Urbano Rattazzi, nella quiete di codesta sua villa, dopo le lotte parlamentari e le cure di Stato, vi sarebbe più frequente venuto a ritemprare lo spirito e rinnovare le forze.
Tien dietro, a poca distanza, la villa Pedraglio, e poi ci si affaccia il sospirato Nino.
Diamovi gli ordini pel pranzo, indi proseguiamo a costeggiare questa sponda.