Pittura.

L’architettura interna delle case, per ispiegare tutto quel lusso e magnificenza che superiormente dissi, si giovò ben presto anche dell’arte sorella, la pittura; e se sappiam per le istorie che Ludio coprisse le pareti delle case di paesaggi, di vendemmie e di scene campestri; gli scavi di Pompei ci hanno messo in grado di stabilire con tutta certezza che altrettanto si dovesse fare ovunque a que’ giorni.

Nè furono soltanto dipinti, fregi, festoni, fiori, uccelli, delfini e animali, tritoni, sfingi, paesaggi, genj od altri leggieri soggetti, che ne fecero le spese; ma vi si istoriarono fatti mitologici e veri e perfino soggetti di genere, come avvenne già di più volte mentovare in queste mie pagine, nelle quali, in difetto di meglio, dovetti ricorrere a cotali dipinti per chiarire la natura di commerci e de’ mestieri che si esercitavano nelle diverse tabernæ.

Ma dirò per ordine di tutte queste specie di pittura e prima di queste che direi strettamente architettoniche.

Descriverle partitamente è impossibile all’economia di quest’opera, per la loro infinita varietà, tal che costituirono per chi lo volle fare i soggetti di più volumi: basti adunque il constatarne per la massima parte l’eleganza delle linee e dei fregi, l’interesse delle storie che vi sono congiunte e la bontà de’ paesaggi, i quali, se non sempre, tuttavia offrono talvolta la conferma di quanto venne dagli scrittori d’arte affermato, della profonda cognizione, cioè, che avevano gli antichi delle discipline della prospettiva sì aerea che lineare. Spesso giovano alle cornici, uccelli, grifoni, ippocampi, pesci e bestie, frutta ed arbusti, talvolta patere, genietti, Vittorie alate e Fame, e vie via mille altre leggiadrie del miglior gusto. L’arte decorativa de’ nostri giorni vi avrebbe indubbiamente a studiare, desumere e guadagnare; nè chi s’è fatto nome in essa, ha veramente lasciato di attingervi a piena mano.

I colori rosso e giallo vi campeggiano nella parte architettonica e nella decorativa: già l’osservai parlando sovente de’ colonnati rivestiti di stucco di questi colori e di altre parti di edificj e templi. È per altro da notarsi come nelle più antiche pitture e in Pompei ed altrove si facesse uso di un sol colore, dette perciò monocromatiche, fondendosi quindi l’interesse nel concetto e nel disegno.

Ma poichè sono a dir de’ colori, la riserva che ne ho fatto nel Capitolo antecedente mi invita a parlare della Taberna del mercante di colori, che fu rinvenuta negli scavi pompejani e che doveavi necessariamente essere in una città nella quale anche nelle più modeste case si ammiravano buoni dipinti. Essa è in quella località che vien designata dalle Guide per la casa dell’Arciduca di Toscana, così chiamata, perchè spazzata dalle ceneri nel 1851 alla presenza del principe ereditario del granduca Leopoldo II; ed è segnata dai n. 47, 48 e 49 che stanno su tre botteghe, in cui vennero appunto trovati in grandissima quantità molti colori, coi relativi mulini che li dovevano macinare, suppergiù eguali a quelli di cui si valevano per la macinazione de’ grani. La differenza consiste forse unicamente nella maggior piccolezza loro.

Sottoposti questi colori alla analisi chimica, si conobbe come vi fosse commista molta resina, che, per quel che verrò a dire tra breve, serviva nella pittura all’encausto, per far attecchire i colori colla azione del fuoco e così fu in certo modo strappato al silenzio dei secoli una parte del processo di che si valeva appunto l’encaustica. Quantità di resina pura fu rinvenuta nelle stesse botteghe, dove si raccolsero eziandio quattordici scheletri; forse il personale tutto impiegato in quella officina.

Uscendo adesso da questa interessante taberna, e passando a dir della restante pittura, seguì ella, come la scoltura e l’altre arti, le medesime origini, fasi e condizioni. In Roma non si può dire che avesse avuto favore dapprima: di pochi artisti pertanto romani è fatto cenno dalle storie: Plinio ricorda appena tra essi Fabio, Arellio, Amulio, Cornelio Pino e Accio Prisco, pittori, oltre Pacuvio, che distinto poeta tragico, trattò anche la pittura. La coltura delle arti consideravasi poco più che opera servile, e se la rapacità de’ proconsoli tolse a Grecia, per arricchirne Roma e le ville ad essi spettanti, tanti preziosissimi oggetti; essi tuttavia riguardavansi più come stromenti di lusso, che altro, nè svegliavano quell’intellettuale interesse che si suscitò di poi; se Virgilio non fu rattenuto dal sentimento di nazionale orgoglio dal riconoscere che il merito di foggiare marmi e bronzi da farne volti animati e quello del perorar meglio le cause spettassero a gente straniera:

Excudent alii spirantia mollius æra,