Et quanto circum mage sunt inclusa Theatri
Mœnia tam magis hæc intus perfusa lepore
Omnia conrident, conrepta luce diei[73].
Nè, a temprare l’ardore della stagione, usavasi nel teatro tragico di Pompei del velario soltanto: ma ben anco d’altro curioso trovato, che scaltrirà il lettore del quanto fossero innanzi i nostri maggiori negli artifizj dilicati.
Nella parte superiore del teatro, oltre l’emiciclo, evvi una specie di torre che figura tonda nel teatro e quadra al di fuori, in cui stava un serbatojo d’acqua derivata dal Sarno, che serviva ad inaffiare e rinfrescare teatro e spettatori, facendola scendere in minutissima pioggerella, o spruzzaglia, a mo’ di rugiada.
Stando a Valerio Massimo che lasciò scritto: Cnejus Pompejus ante omnes aquæ per semitas decursu æstivum minuit fervorem[74], sarebbe stato questo valoroso capitano il primo che avesse ad introdurre l’anaffiamento delle vie a diminuzion di caldura e di polverio ed additasse così il bene dell’evaporazione: facile ne era allora l’applicazione a’ luoghi di trattenimento, massime ne’ teatri, ne’ quali, per esservi rappresentazioni mattutine e nel pomeriggio, vi si rimaneva tanta parte del giorno.
La ricercatezza venne spinta dipoi a mescere a quell’acqua, onde rinfrescavansi i teatri, anche odorose essenze, e massime di zafferano allora in voga ed a mezzo di tubi, disposti dentro de’ muri. Esse venivano quindi sprizzate fuori, giusta quanto si legge nella nonagesima epistola di Seneca: Hodie utrum tandem sapientiorem putas qui invenit quemadmodum in immensam multitudinem crocum latentibus fistulis exprimat[75]. Queste pioggie d’essenze, che Antonio Musa, il celebre liberto e medico di Augusto e amico di Virgilio, presso Seneca, appella odoratos imbres, pioggie odorose, e Marziale nimbos, nimbi; più comunemente chiamavansi sparsiones, nome anche comune alle liberalità che facevano i principi al popolo; ma come già erano stati di molti che austeramente avevano rimproverato di mollezza campana l’invenzion del velario, pur furono a più ragione di quelli che a ricordo di virtù e sobrietà antica, rinfacciassero alla loro età queste effeminate invenzioni.
E Properzio fra gli altri, nella sua Elegia, in cui accenna a un grandioso tentativo poetico sui fasti di Roma antica sventato dai consigli di un indovino forestiero, che lo ricondusse ai suoi canti d’amore, ha questo distico:
Nec sinuosa cavo pendebant vela theatro,
Pulpita solemni non oluere croco[76].