Talvolta il popolo era tanto feroce che dava tumultuosi segni d’impazienza quando il combattimento durava un po’ più dell’usato, senza che alcuno dei due campioni fosse rimasto ucciso o ferito.
V’eran tuttavia degli intervalli di riposo in queste lotte di gladiatori e si chiamavano deludia: Orazio usò nell’Epistola XIX la frase deludia posco, per dire chieggo un armistizio, togliendola a prestanza dallo stile gladiatorio e dall’anfiteatro.
La presenza dell’imperatore faceva d’ordinario accordare la vita al vinto, e fu ricordato come un esempio di crudeltà il fatto di Caracalla, che a Nicomedia, in uno spettacolo gladiatorio, avesse licenziato coloro che eran venuti ad implorarne la vita, sotto pretesto d’interrogarne il popolo; lo che si ritenne quanto l’ordine di trucidarli.
Byron, l’immortale poeta del Corsaro, di Lara e di Don Juan, nel Pellegrinaggio di Childe-Harold, dinnanzi al capo d’opera di Ctesilao, il Gladiatore morente, da lui veduto in Roma, e del quale Plinio il Vecchio aveva detto che l’artefice vulneratum deficientem fecit in quo possit intelligi quantum restat animæ[145], così lo descrisse e gli prestò tal sentimento da sembrare che le barbare orde settentrionali e le sventure tutte piombate poi sull’Italia e Roma, non altro fossero che la giusta espiazione del sangue sparso da’ poveri e innocenti prigionieri di guerra condannati in sollazzo pubblico a’ cruenti spettacoli dell’Anfiteatro.
Così alla meglio tento di rendere in italiano i bellissimi versi inglesi:
Ecco il vegg’io prostrato in sul terreno,
Colla man regge il capo il gladiatore:
Col guardo esprime, di fierezza pieno,
Ch’ei frena l’ineffabile dolore;
La testa piega e il lacerato seno