Quam quæ longorum vehitur cervice Syrorum[210].
La disposizione dell’interno d’un lupanare era stato dapprima un soggetto di controversia e cercavasi coll’aiuto degli scrittori antichi e massime di Giovenale, che ne disse alcuni particolari nell’episodio della imperiale prostituta che sotto il mentito nome di Licisca lo bazzicava, di ricostruirli fantasticamente, ma oramai gli scavi di Pompei hanno risoluta la questione. — Costituivasi di molte cellette o cubiculi angustissimi che aprivansi in un cortile od atrio, aventi appena lo spazio d’un letto formato di materia laterizia su cui si saran posti materazzi o stuoje. A sera una lampada itifallica accesa sull’esterno della porta, annunziava il luogo impuro, il cui ingresso era difeso da una coltrina. Sugli usci dei cubiculi stava sospeso il cartello recante il nome della prostituta che vi operava dentro, il quale spesso era nome di battaglia, meretricium nomen, come quello di Licisca era di Messalina, e quando il cubiculo veniva occupato si voltava il cartello. Allora la camera, al dir di Marziale, si chiamava nuda. Camere e cortile avevano poi sporche le pareti di figure e di iscrizioni oscene. In uno de’ lupanari pompejani, in quello detto nuovo, lessi fra le altre inverecondie la seguente graffita: Phosforus hic f....
Vedremo più avanti come, oltre le camere terrene ad uso delle più abbiette, vi potessero essere anche quelle di un piano superiore pei lussuriosi disposti a maggiore spesa.
Le meretrici avevano poi un proprio abbigliamento, distinte principalmente dalla parrucca bionda, avendo presso che tutte le romane nera la capellatura, vietato poi loro di portare la benda alla fronte e la stola o tunica che scendeva al tallone, come portavano le matrone. Petronio nel suo Satyricon, che è il quadro, come sappiamo già, de’ cattivi costumi di Roma imperiale, ce le presenta nel lupanare nude affatto e perfino in questa guisa sulla porta di esso. Avrebbesi tutto un trattato a scrivere per dire di tutti gli artifici per destare la lussuria, e procacciarsi amori: de’ filtri afrodisiaci, degli unguenti, de’ fascini, che Ovidio nel Remedium Amoris affermò nuocere alle fanciulle grandemente, contenendo i germi della pazzia furiosa, non che degli ausiliari della prostituzione nelle medicæ juratæ o levatrici, nelle sagæ, nelle profumatrici e nelle cosmete. Ci son rimasti i nomi di alcuni fra i più usitati filtri afrodisiaci: Orazio menzionò il poculum desiderii che preparava Canidia, Marziale le aquæ amatrices, Giovenale l’hippomane in quel verso:
Hippomanes carmenque loquar colcumque venenum[211].
Voglion taluni fosse l’ippomane un liquore virulento, che eccitava gli ardori amorosi; altri invece che fosse un’escrescenza di carne nera che talvolta si forma sulla fronte d’un puledro appena nato e che gli antichi credevano materia a filtro potente. Teofrasto dice essere una composizione immaginata dagli Arabi; Esiodo e Teocrito che fosse invece una pianta che produce il furore ne’ cavalli, ed altri pel contrario vi almanaccarono su altre supposizioni. Buffon ne parla nel vol. IV dell’edizione in quarto dell’opera sua e riferisce tutte queste diverse opinioni.
La plebaglia poi rinveniva eziandio lo sfogo a’ propri sensuali appetiti in altri peggiori e più schifosi luoghi, come nelle tabulæ sullo strame, nel casaurium o baracca per lo più fuori di città, nel lustrum o ritrovo isolato, e vie via altri nomi immaginati dalla depravazione.
Diversi furono i lupanari che gli scavi pompejani misero alla luce, e siccome la parte scoperta di questa città, come già dissi più volte, doveva essere la più nobile perchè prossima alla marina e perchè ricca di pubblici edifizi e templi e delle case dei maggiorenti, così è dato arguire che altri e più se ne scopriranno negli scavi venturi, come che siffatti infami ritrovi fossero più frequentati dalle classi infime della società, ciò rivelando eziandio la nessuna eleganza od agiatezza loro. Non è augurio, nè importa, da che quanto fu a quest’ora trovato può sopperire alle indagini nell’argomento.
Una casetta che fu detta dei Cinque scheletri, per gli avanzi di cinque infelici colti dalla catastrofe nel punto che cercavano involarsene col loro piccolo tesoro che si rinvenne ad essi vicino, consistente in armille, anelli d’oro e monete, scoperti nel 1872, in novembre, permise che nel successivo mese si trovasse la comunicazione con una taverna e unito lupanare, forse quella località che i latini denominavano ganeum, e già al lettore ho detto come ganeum o ganæa fosse appunto una taverna sotterranea, ove commettevansi oscenità, ed anche bottega che si prestava alla prostituzione. Il proprietario allora della casetta de’ Cinque scheletri non sarebbe stato anche il proprietario o conduttore di quell’infame ritrovo? È permesso trarne l’induzione. La taverna si apre nella via di Mercurio, ha un davanzale rivestito di marmi con una lastra di porfido verde, sventuratamente spezzata in due. Sono incastrate in esso tre urne di terra cotta, ed uno scalino di marmo che doveva servire alla mostra de’ comestibili e de’ vasi. A destra della stanza è un fornello per cuocervi le vivande e nel profondo s’aprono due porte, conducenti l’una in una specie d’anticamera, che doveva essere stata dipinta grossolanamente, ma che di presente nulla lascia intravedere che mai vi potesse essere un dì rappresentato, dove eran due usci, che davan accesso questo alla casetta de’ cinque scheletri suddetta, e quello ad un salotto pei bevitori; l’altra porta ad una camera che dava sul vicolo di Mercurio e che serba tutte le apparenze di uno sconcio postribolo. Pitture da imbianchino e sporche eran distribuite sulle sue pareti: sopra di una raffigurante un garzoncello d’osteria che versa a bere ad un soldato, si lessero queste parole scritte con qualche arnese a punta:
DA FRIDAM PUSILLVM[212]