Quando feci et ut Chelidon,
Meque Phœbus respicit.
Perderem Musam tacendo;
Ni tacere desinam:
Sic Amyclas, dum silebant,
Perdidit silentium.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Ovidio, nel quarto libro dei Fasti, forse prima dell’autor del Pervigilium, aveva splendidamente descritte le feste e le veglie di Venere, e data la ragione dell’essersi scelta la primavera a celebrarle. E narra in tal libro come, fra l’altre cerimonie, madri e spose latine traessero al mirteto di Venere, dove sorgeva il simulacro della Dea e quivi sciogliessero dal di lei candido collo il monile d’oro e le gemme e la lavassero interamente, e prosciugata poi di loro mano la riornassero di quelle preziosità e fregiassero di corone; poi dovessero esse medesime lavarsi pure, in memoria di quando la bella Iddia uscita dal mare e ignuda, tergendo gli umidi crini, sorpresa da impura frotta di satiri, ebbe a riparare appunto sotto un bosco di mortella. E il lavacro che tutte le vedeva denudate era presso il tempio della Fortuna Virile, quasi a dire ch’esse le dovesse proteggere dagli sguardi degli uomini e intanto, pur in memoria di quel che Venere bevve, quando fu condotta al marito, bevessero esse bianco latte con pesto papavero e miele; e tutte queste supplicazioni e cerimonie compissero, a renderla propizia, perchè reputassero procedere dalla Dea, bellezza, costume e buon nome:
Supplicibus verbis illa placate; sub illa