Ora, visitando il Museo Nazionale in Napoli, dove tutti gli oggetti più importanti degli scavi, sì d’Ercolano che di Pompei, sono stati diligentemente radunati e si vanno illustrando sotto la direzione dell’illustre Fiorelli, si può visitare il gabinetto dove furono rinchiusi tutti gli oggetti d’arte pornografici, come pitture erotiche, statuette lubriche, emblemi itifallici ed altre congeneri curiosità, ed anzi dagli studiosi, che pur da tutto argomentano per la storia del costume antico, può essere acquistata separatamente presso l’Economo della Amministrazione la Raccolta Pornografica, che forma una sezione del Catalogo del Museo Nazionale.

Mette conto di qui far cenno delle sorti subite dalla Raccolta Pornografica, epperò lascerò che parli il Fiorelli nello speciale proemio mandato innanzi da lui al Catalogo summentovato di essa.

— La Raccolta Pornografica, scrive egli, fondandosi anche su quanto ne scrisse il suo predecessore Marchese Arditi, venne costituita nell’anno 1819, a richiesta di Francesco I, Duca di Calabria, il quale nel visitare il Museo osservò che sarebbe stata cosa ben fatta di chiudere tutti gli oggetti osceni, di qualunque materia essi fossero, in una stanza, alla quale avessero unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale[161]. Essa fu composta di 102 oggetti, ed ebbe nome di Gabinetto degli oggetti osceni, che il 28 agosto 1823 mutò in quello degli oggetti riservati, con l’assoluta inibizione di mostrarsi a chichessia, senza averne prima ottenuto il permesso dal Re. Durò in tal guisa più o meno visibile sino al 1849, quando la ipocrita religiosità degli agenti del Governo provocò ordini severi, onde fossero chiuse e ribadite le porte di quella Raccolta, e tolte dalla vista dei curiosi tutte le Veneri ed altre figure ignude dipinte o scolpite, qualunque ne fosse l’autore.

E questo sacro fervore andò tant’oltre, che nel 1852 il Direttore del Museo, dopo aver trasportati in un antro tutti i monumenti che già avevano formata quella collezione e murata la porta di esso, chiedeva che si distruggesse qualunque esterno indizio della funesta esistenza di quel Gabinetto e se ne disperdesse, per quanto era possibile, la memoria. Nè contento di ciò, nel marzo 1856 espulse dalla Pinacoteca e rinchiuse con triplice e diversa chiave in luogo umido ed oscuro la Danae del Tiziano, la Venere che piange Adone di Paolo Veronese, il cartone di Michelangelo con Venere ed Adone, le Virtù di Annibale Caracci ed altri 29 dipinti, insieme a 22 statue di marmo, giudicate corrompitrici della morale, tra cui la Nereide sul pistrice, che sarebbe stata distrutta, se lo scultore Antonio Calì non si fosse ricusato più volte ad occultare con restauri di marmo le nudità della figura.

Finalmente, il giorno 11 settembre 1860, per ordine del Dittatore, gli oggetti riservati rividero la luce, e si procedette al riscontro dell’antico inventario nel 19 dicembre dello stesso anno. Fu allora che molti se ne rinvennero non descritti, perchè trovati in Pompei posteriormente alla chiusura di quelle sale, e furono aggiunti all’antica collezione, che venne più opportunamente denominata Raccolta Pornografica.

Un accurato esame di tali oggetti avendo dimostrato che non tutti erano veramente osceni, e che molti di essi avrebbero potuto ritornare alle rispettive collezioni senza offendere per nulla il pudore de’ riguardanti, alcuni di questi furono restituiti alle varie classi, onde per tal ragione non fanno più parte del Catalogo pornografico.

Il quale enumera 206 oggetti, divisi in due classi principali: la prima de’ Monumenti greci ed etruschi; la seconda de’ Monumenti romani; suddivisa quest’ultima in varie sezioni: a, dipinture e musaici; b, sculture; c, amuleti; d, utensili: e di tutti questi oggetti descritti dal Fiorelli, ben centocinque furono raccolti dagli scavi di Ercolano e di Pompei. Io mi dispenso dallo scenderne a maggiori particolari e il discreto lettore ne comprenderà di leggieri la ragione.

Faccio ora ritorno al più concreto argomento della prostituzione sacra, per compiere il quale, finalmente debbo dire della festa che si celebrava in onore della Buona Dea, i cui misteri già narrai come fossero stati violati da Publio Clodio introducendovisi sotto spoglie femminili, quando essi celebravansi nell’anno di Roma 678, nella casa sul Palatino di Giulio Cesare pretore. Forse codesta dea rappresentava la terra, la dea Tellure, e quantunque il suo tempio veramente sorgesse tra Aricia e Bovilla, secondo si raccoglie dall’orazione di Cicerone pro Tito Annio Milone, la sua festa avveniva in Roma prima nel dicembre, e dopo la riforma del calendario fatta dallo stesso Giulio Cesare, nel primo di maggio. Si celebrava essa al chiaror delle torce, nella casa de’ primi magistrati, come consoli, pretori, o del primo Pontefice. Non si ammettevano che donne, intervenivano anche le Vestali. Perfino si escludevano gli animali maschi e la cautela d’escluderne il sesso giugneva a tale da velare statue o quadri che avessero alcun maschio rappresentato.

La superstizione insinuava che un uomo che avesse assistito a questi misteri, anche senza intenzione di sorta, sarebbe rimasto cieco; quegli che vi fosse studiosamente penetrato, se patrizio, voleva la legge fosse multato di un quinquennio di carcere mamertino e quindi di perpetuo esiglio; se plebeo, di morte. Clodio provò il contrario rispetto alla cecità, e alla pena seppe sottrarsene per corruttela di giudici.

La narrazione di questo curioso episodio è splendidamente pennelleggiata da quel robusto ed originale ingegno ed amicissimo mio che è Giuseppe Rovani, nella sua dotta, amena e squisitissima opera La Giovinezza di Giulio Cesare, testè uscita per le stampe alla luce a soddisfare la universale legittima aspettazione, e vi rimando il lettore che amasse gustarvi la leggiadria di tutto quanto il racconto: io credo far cosa grata al lettore collo spiccarvi qui almeno quelle eleganti pagine le quali forniscono la descrizione della festa: