(Atte prende i due pugnali e li dà a Nerone)

NERONE (declamando e scotendo la testa)

«L’uom giusto e tenace
Del proposito suo non lo sgomenta
Nè il fulmine di Giove
Nè di fiero tiranno
La faccia a lui vicina...
Se con estremo danno
Si rompe il mondo, costui non si move,
E impavido lo schiaccia la ruina
».

(Sorridendo tristamente ed alzando di più la voce)

Un gran buffone è quel poeta Orazio!
Vorrei vederlo qui, lui che a Filippi
Per ruggir meglio buttò via lo scudo!
E poi quei versi son proprio noiosi...
E la noia dà sonno...

(S’addormenta)

ATTE

E mai tu possa
Risvegliarti, o infelice!

(Dopo una lunga pausa)

Io non credeva
Che mi regnasse in cor così profonda
Virtù di affetto... Ahi l’indomata angoscia
M’astringe al pianto!—Finch’egli sul trono
Degli Augusti regnò vile e beato,
Come tutti gli oppressi anch’io sentia
il diritto d’odïarlo, ma lo vedo
Ora prostrato nella sua sventura,
Nè più ricordo i patimenti antichi
E i turpi oltraggi, e nel mio sen riarde
Il primo amore, il mio diletto amore,
Speranza della dolce giovinezza.
E inganno della vita.—Oh, ben feroci
Son questi Dei che chiedono gli altari
Al gener nostro, vittima di affetti
Da lor creati, per goder nel cielo
Dei mille inferni ch’ànno i petti umani!