Ma colui ben stava
Dentro il mio sonno... Eppur non vo’ tristezza.
Tocca, o donna, le corde alla mia cetra,
Come solevi un tempo—io vo’ cantare,
Io, poeta maggior di quanti illustri
Ebbe il mondo latino... Ecco il teatro
Suona di plausi... Datemi corone,
E sian di rose; il lauro è pianta vecchia,
Nè dà più onore.
ATTE
È fuor di sè.
EPAFRODITO
Dagli occhi
Manda paura.
NERONE
Quanta folla! E dove
M’aggiro?—Mi s’accalcano d’intorno
Gl’importuni... Scostatevi... Littori,
Date loco al mio passo... È vano: i morti
Uccider non si ponno un’altra volta...
Sei tu, mia madre?—Non m’ascolta, sfibbia
Dalle mie spalle il manto imperïale,
Sorride—e fugge.—E tu, Cassio Longino,
Da me che chiedi? e come puoi guardarmi?
Nella vita eri cieco: e che? fa tali
Miracoli la tomba?—E tu qual nome
Avevi? la tua fronte è laureata,
Il volto ài scarno, e le nudate braccia
Verso di me agitando, lento, lento
Goccia il tuo sangue dalle rotte vene...
Ti ravviso, o cantor della Farsaglia,
E perchè mi sogghigni sulla faccia?
Credi che il tuo poema abbia vittoria
Sopra i miei versi?—Stolto! È ver, cantasti
Nel supremo momento di tua vita,
Ma che perdevi? la vita—ed io perdo
Vita ed imperio, e nondimeno canto.
Dunque il poeta e l’uomo è assai più forte
Di te. Sgombra, e non ridere!
ATTE (circondandolo amorosamente con le sue braccia)
Nerone,
Ài d’uopo di tua mente, in te ritorna.