MENECRATE

E a che pensare? Oggi siam vivi:
La dimane è del fato.

ATTE

E questo incerto
Fato non temi? Uscito dalla turba
Degli istrioni, te protesse il genio
Cattivo di Nerone, e, accovacciato
Presso il suo trono, adoperi la lingua
Come adopera il carnefice la scure;
Ogni motto è un’accusa, ogni tuo riso
Un vitupero alla virtù. Dall’empia
Arte che speri? Più di te possente
Era Seiano...

MENECRATE

E perdè la sua testa.—
Il fatto è vecchio e noto, ed io non pongo
Grandissima fiducia sulla mia.

ATTE

Nè su quella degli altri.

MENECRATE

È conseguenza
Legittima. Frattanto non mi credo
Nè ottimo nè tristo; io sono quale
Mi fabbricò natura, e in mezzo ai flutti
Di nostra vita navigo là dove
Mi sospinge il destino. In ciò mi vanto
Filosofo più assai di quel maestro
Che si chiamava Seneca. Che giova
Scrivere libri? Ogn’uomo è un libro vivo;
Apri le oscure pagine del core,
Se ti riesce, e leggi.—Io non mi perdo
In tal fatica, e penso che il delitto
E la virtù non siano altro che nomi
Che spesso il primo presta alla seconda
E viceversa, come vuole il tempo
E la gente mutata. Io son buffone;
E che perciò? La vita è un gioco alterno
Di lacrime e di riso e, dove questo
Abbondi, vi subentra il manigoldo
Per temperarlo. Le molte province
Di questo imperio pagano tributi
D’oro e di sangue... Ebbene? Roma à ventre
Per consumarli tutti in un banchetto.