Al Lettore parrà strano questo star con la tremarella per la pubblicazione, dopo che il mio racconto ha già sperimentato il giudizio del pubblico, e dopo aver'io detto che spero non abbia in tutto a dispiacere. Ma pensi il Lettore che altra cosa è il pubblicare un lavoro spezzatamente per appendice a un giornale politico, dove i lettori leggono a intervalli[9] e non sempre attentamente; ed altro il veder raccolto ogni cosa in un libro, dove ad una occhiata si vede se tutto è al suo posto, se l'una cosa risponde all'altra, se il disegno è corretto, se il colorito è quale lo richiede il soggetto. Pensi che, se io spero di non dispiacere a que' pochi, i quali ne posson giudicare secondo i precetti dell'arte, manca a questo racconto tutto ciò che è più ghiottamente richiesto dai lettori volgari: amori lascivi, atroci delitti, maledizioni e improperj scandalosi di frati e di preti: furibonde declamazioni politiche; tutte quelle pazzie insomma, che piacciono al volgo cieco, il quale va in brodo di succiole leggendole, ed urla bravo e batte furiosamente le mani, se le vede rappresentate, o se le ode briacamente declamate da qualche Cetègo Prefetto o da qualche Bruto Commendatore. Ma del giudizio del volgo, mi dirà qualcuno, non è da curarsi. È vero; ed io non dicevo che me ne importasse nulla: solo volevo dire che temo di fallire al fine a cui miro, di avvezzare il popolo a letture, che lo educhino alla virtù piuttosto che al vizio.
Odo farmi un'altra domanda: Il tuo libro potrà essere un libro popolare?
Io non prenderò per denaro contante quello che del mio Cecco d'Ascoli scrisse il signor Zaccaria nel suo opuscolo intitolato De' Romanzieri e del signor Pietro Fanfani; anzi quell'encomio, non mosso certo da affetto speciale, perchè il signor Zaccaria me non conosceva nè io lui, lo reputo effetto di particolari impressioni, e disposizione di animo: ricorderò solo quello che ne scrisse la Rivista Bolognese, la quale appunto toccò l'argomento della popolarità. A pag. 417 dell'anno 1.º si legge: «Il romanzo del Fanfani, per quanto deliziosamente scritto (grazie: è troppo), non otterrà vanto di popolare. Mettere dinanzi gli occhi del popolo costumanze e avvenimenti di secoli addietro, parmi non saggio consiglio. Il vero popolo quello, che lavora, e suda, e patisce, ed è tutto immerso nelle dure realtà del presente, non li comprende e non li gusta; egli non trova là dentro la propria immagine, non si muovono là que' sentimenti, quelle passioni che riscaldano oggi il suo cuore». Mi perdoni il valente autore di quello scritto: a me sembra che la popolarità delle scritture si debba ripetere da altri principj; ma come questa sarebbe discussione lunghissima, nè qui può aver luogo, dirò solo che, se popolarità è quella che egli dice, io non ho certo avuto una intenzione al mondo di fare un libro popolare. Per altro gli domanderò: sono popolari in Inghilterra i Romanzi di Walter Scott? Bene: o non sono appunto di quelli che mettono dinanzi agli occhi costumanze e avvenimenti di secoli addietro? non hanno mirabilmente servito a render popolare in Inghilterra l'antica storia, e le antiche costumanze inglesi? E non è questo servizio utilissimo e popolarissimo? Mi dica piuttosto che il popolo inglese è troppo diverso dall'italiano, ed allor dirà bene. Poi aggiungo io, sorga fra noi un Walter Scott, e allora anche i romanzi che mettono dinanzi agli occhi avvenimenti, e costumanze de' secoli addietro, diventeran popolari, cioè efficacemente utili alla educazione del popolo. Ma già, che parlo io di Walter Scott? o i Promessi Sposi, o l'Assedio di Firenze, o la Battaglia di Benevento, Niccolò de' Lapi, la Margherita Pusterla ec. ec. non sono essi popolari, benchè la loro materia sia di secoli addietro? Quanto al presente libro ed a me, sarò contento che mi sia valutata la buona intenzione.
Ora due sole parole circa la tela del mio racconto. L'orditura è scrupulosamente storica, e storici sono i fatti principali: è storico tutto ciò che riguarda le azioni pubbliche del personaggio principale, e del duca di Calabria: la Bice, la Badessa, Guglielmo, frate Marco, il prete di Settimello con la Simona sua serva, gli amori, e ogni altro fatto privato di essi, ogni cosa è trovato della fantasía. Dino del Garbo è disegnato secondo gli accenni che ne lasciò il Villani, storico contemporaneo; e così il vescovo d'Aversa cancelliere del duca.
Le descrizioni di feste, di conviti, di cerimonie sacre; le ordinanze militari, la forma dei giudizj e delle sentenze, tutto è ritratto secondo le usanze di quel tempo, e quasi copiato da documenti autentici.
Della lingua che dirò? Dirò che ci ho speso attorno ogni più amorosa cura; studiandomi di essere italiano, senza abuso di toscanità. Dovendo far parlare personaggi del trecento, sono stato un pezzo infra due, se dovessi far loro usare voci e modi speciali del loro tempo, o farli parlar tutti al modo odierno. Pensando però essere una ridicolezza il sentir dire a un trecentista colazione e non asciolvere; far le barricate e non asserragliare; capitolo di una chiesa, e non chericía; projettili e non saettamento e simili; ed essendo stretto mio dovere il nominare col loro nome proprio gli ufficii, e le dignità, e i titoli del cerimoniale, o come direbbero i nostri, della etichetta di allora, presi partito, tanto più che la lingua italiana ha poco cambiato da sei secoli in qua, di far parlare i miei personaggi nella lingua del loro tempo; ma ingegnandomi di scegliere solo da essa quella maggior parte che è tuttora viva; salvochè, dovendo significare cose speciali, modi di salutare, titoli, nomi di uffici ec., ho usato i modi di allora, diversi dai presenti, dandone la dichiarazione in un glossarietto in fine del volume, per comodo di que' pochi lettori che non ne sapessero il vero significato. Mi sono ingegnato insomma di scrivere in modo che coloro i quali conoscono l'arte, veggano esser questa la lingua non dell'avvenire, ma la italiana secondo l'uso buono degli scrittori e del popolo; e gl'indòtti non ci trovino nulla di affettato e d'insolito, fuor che quelle voci e modi detti di sopra, da me postici per necessità.
P. Fanfani.
[ INDICE.]
| Pag. | ||
| Cenni sopra Pietro Fanfani | [V] | |
| Origine e proposito di questo libro | [XXIII] | |
| Cap. | I. L'entrata del duca di Calabria in Firenze | [1] |
| » | II. Un poco di storia. — Cecco d'Ascoli, maestro Dino del Garbo, e l'inquisitore | [5] |
| » | III. L'omaggio e l'amore | [10] |
| » | IV. Il duca e il gonfaloniere | [13] |
| » | V. Guglielmo e Dino del Garbo | [16] |
| » | VI. L'ajuto di Cecco | [21] |
| » | VII. Il giardino di casa Cavalcanti | [23] |
| » | VIII. La quarta cerchia e i contorni di Firenze | [27] |
| » | IX. La scomunica | [31] |
| » | X. La invidia | [37] |
| » | XI. La gelosia | [41] |
| » | XII. Il convito | [43] |
| » | XIII. Accortezza femminile | [50] |
| » | XIV. L'addio | [56] |
| » | XV. La partenza per il campo e il monastero | [60] |
| » | XVI. Le logge de' grandi, e specialmente quella de' Gherardini | [65] |
| » | XVII. La guerra | [72] |
| » | XVIII. Lo sgomento | [81] |
| » | XIX. La cena di Settimello | [84] |
| » | XX. Da Settimello a Prato | [93] |
| » | XXI. In città, e in palagio | [97] |
| » | XXII. Nelle case de' Cavalcanti | [102] |
| » | XXIII. Da Firenze a Prato | [109] |
| » | XXIV. Da Settimello in Mugello | [111] |
| » | XXV. La Bice e il prete; la badessa e il cavaliere | [116] |
| » | XXVI. La confidenza | [121] |
| » | XXVII. Si vedono | [125] |
| » | XXVIII. La lettera e il commiato | [137] |
| » | XXIX. Il ritorno | [140] |
| » | XXX. L'amor paterno | [143] |
| » | XXXI. Maestro Cecco abbandona la corte | [149] |
| » | XXXII. La Bice si parte dal monastero | [154] |
| » | XXXIII. Torna a Firenze | [158] |
| » | XXXIV. Gli apparecchi di guerra e la tassa della ricchezza mobile | [162] |
| » | XXXV. Il parto | [164] |
| » | XXXVI. La congiura di Lucca | [168] |
| » | XXXVII. Le feste di s. Giovanni | [170] |
| » | XXXVIII. La seconda guerra | [177] |
| » | XXXIX. In Firenze, e nelle case de' Cavalcanti | [183] |
| » | XL. La vendetta si matura | [192] |
| » | XLI. Suocero e genero | [196] |
| » | XLII. Convito ed esequie | [201] |
| » | XLIII. La festa d'amore, e lo sposalizio | [204] |
| » | XLIV. Cecco resta al laccio | [209] |
| » | XLV. La denunzia | [218] |
| » | XLVI. L'amicizia alla prova | [223] |
| » | XLVII. Gli sposi in Mugello | [228] |
| » | XLVIII. La Simona | [234] |
| » | XLIX. La dipartenza | [240] |
| » | L. La trama piglia corpo | [247] |
| » | LI. Cecco è preso | [253] |
| » | LII. L'esame di frate Marco | [261] |
| » | LIII. Il processo | [266] |
| » | LIV. La sentenza | [270] |
| Glossario | [285] | |