Vengono, Principe eccelso, in quest'Opera, dove l'opportunità l'ha richiesto, sostenute le vostre regalie e preminenze, e le ragioni di quelle con ischietta e pura verità messe in chiaro; non già con intendimento, che s'abbia punto da scemare altrui ciò, che dirittamente se gli dee, che questo alla santa sua mente non s'affarebbe; ma perchè possan riformarsi con modi legittimi quegli abusi, a' quali la debolezza umana, in processo di tempo, ha potuto abbandonarsi; e per quell'affezione ed ardore, che ciascun vostro fedel vassallo è tenuto d'avere, non men per amore della verità, e per l'obbligo dovuto al proprio Signore, che per l'interesse che noi medesimi ci abbiamo. E quindi fia, se non m'inganno, che non solamente non abbia a dispiacer altrui, se vedrà d'averle io con franchezza cristiana difese; ma che questa Storia si renda meritevole dell'alta protezione della vostra potente mano: il che reputerò io degna mercede di queste mie lunghe fatiche, le quali portando in fronte la gloriosa scritta del vostro Imperial Nome, ed uscendo alla luce, come dono, ancorchè basso e mal conveniente a tanto Principe, sotto l'ombra de' vostri temuti allori, saranno sicure di non esser percosse dagli ardenti fulmini della maledica invidia, nè pur crollo veruno, o scossa dovran temere d'ingiuriosa fortuna.
La vostra sola benignità mi fa ragion di sperare, che siate per accettarle con lieto e favorevol viso, onde le obbligazioni, ch'insieme con questo comune io porto, me con particolar maniera costringano a pregare con incessabili voti la Divina Bontà, che lungamente e sempre più prosperandola, conservi la sua eccelsa Persona, in guisa, che non ce n'abbiano a portar invidia i nostri nipoti: largamente concedendole ciò, che tanto si sospira, e che sol manca per compimento della universal tranquillità e contentezza.
Napoli 12 febbraio 1723.
Di V. S. C. e C. M.
Umiliss. devotiss. ed ossequiosiss. Vass. e Serv.
Pietro Giannone.
INTRODUZIONE
L'Istoria, che prendo io a scrivere del Regno di Napoli, non sarà per assordare i leggitori collo strepito delle battaglie, e col romor dell'armi, che per più secoli lo renderon miserabil teatro di guerra; e molto meno sarà per dilettar loro colle vaghe descrizioni degli ameni e deliziosi suoi luoghi, della benignità del suo clima, della fertilità de' suoi campi, e di tutto ciò, che natura, per dimostrar suo potere e sua maggior pompa profusamente gli concedette: nè sarà per arrestargli nella contemplazione dell'antichità e magnificenza degli ampj e superbi edificj delle sue città, e di ciò, che l'arti meccaniche maravigliosamente vi operarono: altri quest'ufficio ha fornito; e forse se ne truova dato alla luce vie più assai, che non si converrebbe. Sarà quest'Istoria tutta civile; e perciò, se io non sono errato, tutta nuova, ove della politia di sì nobil Reame, delle sue leggi e costumi partitamente tratterassi: parte, la quale veniva disiderata per intero ornamento di questa sì illustre e preclara region d'Italia. Conterà, nel corso poco men di quindici secoli, i varj stati, ed i cambiamenti del suo governo civile sotto tanti Principi, che lo dominarono; e per quanti gradi giugnesse in fine a quello stato, in cui oggi 'l veggiamo: come variossi per la politia ecclesiastica in esso introdotta, e per li suoi regolamenti: qual uso ed autorità ebbonvi le leggi romane, durante l'Imperio, e come poi dichinassero; le loro obblivioni, i ristoramenti, e la varia fortuna delle tant'altre leggi introdotte da poi da varie nazioni: l'accademie, i Tribunali, i Magistrati, i Giureconsulti, le Signorie, gli Ufficj, gli Ordini, in brieve, tutto ciò, che alla forma del suo governo, così politico e temporale, come ecclesiastico e spiritual s'appartiene.
Se questo Reame fosse sorto, come un'isola in mezzo all'Oceano, spiccato e diviso da tutto il resto del Mondo, non s'avrebbe avuta gran pena a sostenere, per compor di sua civile istoria molti libri: imperciocchè sarebbe bastato aver ragione de' Principi, che lo dominarono, e delle sue proprie leggi ed istituti, co' quali fu governato. Ma poichè fu egli quasi sempre soggetto, e parte, o d'un grand'Imperio, come fu il romano, e da poi il greco, o d'un gran Regno, come fu quello d'Italia sotto i Longobardi, o finalmente ad altri Principi sottoposto, che tenendo collocata altrove la regia lor sede, quindi per mezzo de' loro Ministri 'l reggevano; non dovrà imputarsi, se non a dura necessità, che per ben intendere la sua spezial politia, si dia un saggio della forma e disposizione dell'Imperio romano, e come si reggessero le sue province, fra le quali le più degne, ch'ebbe in Italia, furon certamente queste, che compongono oggi il nostro Regno. Non ben potrebbe comprenders'il loro cambiamento, se insieme non si manifestassero le cagioni più generali, onde variandosi il tutto, venisse anche questa parte a mutarsi; e poichè queste regioni, per le loro nobili prerogative invitarono molti Principi d'Europa a conquistarle, furon perciò lungamente combattute, ciascheduno pretendendo avervi diritto, e chi come tributarie, chi in protezione, e qual finalmente come feudatarie le pretese: si è riputato perciò pregio dell'opera, che i fonti di tutte queste pretensioni si scovrissero; nè potevano altramente mostrarsi, se non col dare una general'idea, e contezza dello stato d'Italia in varj tempi, e sovente degli altri principati più remoti, e de' trasportamenti de' reami di gente in gente, onde sursero le tante pretensioni, che dieron moto all'imprese, e fomento.
Nè cotali investigamenti sono stati solamente necessarj per dare un'esatta, e distinta cognizione dello stato politico e temporale di questo regno, come per avventura sarà da alcuni riputato; ma eziandio per quello, che s'aspetta ad ecclesiastici affari; imperocchè non minori furon le contese fra' Principi del secolo, che fra' maggiori Prelati della Chiesa. Fu anche questo regno combattuto da' due più celebri Patriarchi del Mondo, da quel di Roma in occidente, e dall'altro di Costantinopoli in oriente. Per tutte le ragioni apparteneva il governo delle nostre Chiese al Pontefice romano, non pur come Capo della Chiesa universale, ma anche come Patriarca d'occidente, eziandio se l'autorità sua patriarcale avesse voluto restringersi alle sole città suburbicarie; ma il costantinopolitano con temerario ardire attentò usurpare le costui regioni: pretese molte Chiese di questo Reame al suo patriarcato d'oriente appartenersi: che di lui fosse il diritto di erger le città in metropoli, e d'assegnar loro que' Vescovi suffraganei, che gli fossero piaciuti. Era perciò di mestiere far vedere, come questi due patriarcati dilatassero pian piano i loro confini: il che non potea ben farsi senza una general contezza della politia dello Stato ecclesiastico, e della disposizione delle sue diocesi e province.