S'aggiungeva ancora, che fin dalla mia giovanezza aveva io inteso, che il P. Partenio Giannettasio nelle solitudini di Surrento, sciolto da tutte le cure mondane, con grandi aiuti, e grandi apparati, erasi accinto a scrivere l'Istoria Napoletana, e se ben mio intendimento fosse dal suo tutto differente, nientedimeno dovendoci amendue, avvegnachè con fine diverso, raggirare intorno ad un medesimo soggetto, e ch'egli spiando più dentro, mi potesse toglier la novità di molte cose, ch'io aveva notate, ed altre forse meglio esaminarle, che non poteva io, a cui e tanti aiuti, e tant'ozio mancava, fui più volte in pensiero d'abbandonar l'impresa.

Ma per conforto, che me ne davano alcuni elevati spiriti, non tralasciai intanto di proseguire il lavoro, con intendimento, che per me solo avesse avuto a servire, e per coloro, che se ne mostravan vaghi; fra' quali non mancò chi, oltre d'approvare il fatto, e di spingermi al proseguimento con acuti stimoli, di soverchia viltà accagionandomi, più audace perciò mi rendesse. Considerava ancora, che queste fatiche, quali elle si fossero, non doveano esporsi agli occhi di tutti: esse non dovean trapassare i confini di questo Reame; poichè a' curiosi solamente delle nostre cose erano indirizzate; e che se mai dovessero apportar qualche utilità, a noi medesimi fossero per recarla, e spezialmente, a coloro, che ne' Magistrati, e nell'Avvocazione sono impiegati, l'umanità de' quali essendo a me per lunga sperienza manifesta, m'assicurava, non dover essere questo mio sforzo riputato per audace, e che appo loro qualunque difetto avrebbe trovato più volentieri scusa e compatimento, che biasimo o disprezzo.

Ma mentre io così spinto per tanti stimoli proseguiva l'impresa, ecco, ch'appena giunto al decimo libro di quest'opera, si vide uscire alla luce del Mondo nell'anno 1713. la cotanto aspettata Istoria Napoletana, dettata in idioma latino da quel celebre letterato. Fu immantinente da me letta, e contro ad ogni mia espettazione, non si può esprimere, quanto mi rendesse più animoso al proseguimento; poichè conobbi, altro quasi non essere stato l'intendimento di quel valentuomo, che in grazia di coloro, che non hanno della nostra italiana favella perfetta contezza, trasportare in buon latino l'Istoria del Summonte.

Essendomi pertanto liberato da questo timore, posso ora imprometter con franchezza a coloro, che vorranno sostenere il travaglio di legger quest'Istoria, d'offerirne loro una tutta nuova, e da altri non ancor tentata.

Mi sono studiato in oltre, tutte quelle cose, che da me si narrano, di fortificarle coll'autorità d'uomini degnissimi di fede, e che furono, o contemporanei a' successi, che si scrivono, o i più diligenti investigatori delle nostre memorie. Il mio stile sarà tutto schietto e semplicissimo, avendo voluto, che le mie forze, come poche e deboli, s'impiegassero tutte nelle cose, più che nelle parole, con indirizzarle alla sola traccia della verità; ed ho voluto ancora, che la sua chiarezza dipendesse assai più da un diritto congiungimento de' successi colle loro cagioni, che dalla locuzione, o dalla commessura delle parole. Non ho voluto nemmeno arrogarmi tanto d'autorità, che si dovesse credere alla sola mia narrazione; ho perciò procurato additar gli Autori nel margine, i più contemporanei agli avvenimenti, che si narrano, o almeno de' più esatti, e diligenti; e tutto ciò, che non s'appoggiava a documenti legittimi, o come favoloso l'ho ricusato, o come incerto l'ho tralasciato.

Io non son cotanto ignaro delle leggi dell'istoria, che non m'avvegga, alcune volte non averle molto attentamente osservate; e che forse l'aver voluto con troppa diligenza andar ricercando molte minuzie, abbia talor potuto scemarle la dignità; e che sovente, tirando le cose da' più remoti principj, siami soverchio dilungato dall'istituto dell'opera. Ma so ancora, che non ogni materia può adattarsi alle medesime forme, e che il mio suggello, raggirandosi intorno alla politia e stato civile di questo Reame, ed intorno alle sue leggi, siccome la materia era tutt'altra, così ancora doveasi a quella adattare altra forma; e pretendendo io, che qualche utilità debba ricavarsene, anche per le cose nostre del Foro, non mi s'imputerà a vizio, se discendendo a cose più minute, venga forse in alcuna parte a scemarsene la gravità, perchè finalmente non dovranno senza qualche lor frutto leggerla i nostri Professori, a' quali per la sua maggior parte, e massimamente in ciò, che s'attiene all'Istoria legale, è indirizzata; anzi alcune cose avrebbero per avventura richiesto più pesato e sottile esaminamento; ma non potendomi molto giovar del tempo, sarebbe stato lo stesso, che non venirne mai a capo. E l'essermi io talora dilungato ne' principj delle cose, fu perchè non altronde poteano con maggior chiarezza congiungersi gli avvenimenti alle cagioni; il che, oltre alla notizia, mena seco anche la chiarezza, come si scorgerà nel corso di quest'Istoria.

Ma sopra quali più stabili fondamenti potea io appoggiar l'Istoria civile del nostro Reame, se non cominciando da' Romani, de' quali fu propria, per così dire, l'arte del Governo, e delle leggi; quando queste istesse nostre province ebbero la sorte d'esser per lungo tempo da essi signoreggiate? Per questo fine nel primo libro, anzi che si faccia passaggio a' tempi di Costantino Magno, che sarà il principio della nostra Istoria, si darà, come per Apparato, un saggio della forma e disposizione dell'Imperio romano, e delle sue leggi: dei favori de' Principi, onde furon quelle sublimate: della prudenza delle loro costituzioni: della sapienza de' Giureconsulti; e delle due celebri Accademie del Mondo, una di Roma in occidente, l'altra di Berito in oriente; poichè conoscendosi in brieve lo stato florido, in cui eran queste nostre province, così in riguardo di ciò, che s'attiene alla loro politia, come per le leggi, ne' tempi, ch'a Costantino precederono, con maggior chiarezza potranno indi ravvisarsi il dichinamento, e le tante rivolte e mutazioni del loro stato civile, che seguiron da poi, che a questo Principe piacque di trasferire la sede dell'Imperio in Costantinopoli, e d'uno, ch'egli era, far due Imperi.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO PRIMO

Quest'ampia e possente parte d'Italia, che Regno di Napoli oggi s'appella, il qual circondato dall'uno e dall'altro mare, superiore ed inferiore, non ha altro confine mediterraneo, che lo Stato della chiesa di Roma, quando per le vittoriose armi del Popolo romano fu avventurosamente aggiunta al suo Imperio, ebbe forma di governo pur troppo diversa da quella, che sortì da poi ne' tempi degli stessi romani Imperadori. Nuova politia sperimentò quando sotto la dominazione de' Re d'Italia pervenne. Altri cambiamenti vide sotto gl'Imperadori d'oriente. E vie più strane alterazioni sofferse, quando per varj casi trapassata di gente in gente, finalmente sotto l'Augustissima Famiglia Austriaca pervenne.