I Principi Vestrogoti della stirpe de' Balti, essendo stata loro sotto l'Imperio d'Onorio, da questo Principe stabilmente assegnata l'Aquitania, e molte altre città della Narbona, in Tolosa fermaron la loro sede, onde poi Re di Tolosa si dissero. Essi a tutto potere proccuravano stender il lor dominio nell'altre province della Gallia, e delle Spagne, le quali eran da' Vandali malmenate ed oppresse. Più volte a Vallia, che, come si disse nel precedente libro, a Rigerico successor di Ataulfo succedè, fortunatamente avvenne, che nelle Spagne trionfasse d'essi, e lor desse molte gravi, memorabili rotte. Morì Vallia, dopo aver riportate contro a' Vandali tante vittorie, in Tolosa l'anno di Cristo 428 ed a lui succedè nel Regno Teodorico[635]. Gli scrittori variano nel nome di questo Principe: Gregorio di Tours[636] lo chiama Teudo: Isidoro, Teudorido: Idacio, Teodoro; ma noi seguendo Giornandes[637] Scrittore il più antico, e 'l più accurato delle cose de' Goti lo chiameremo con Alteserra[638] Teodorico. Resse questo Principe l'Aquitania anni ventitrè, prode ed eccellente Capitano, che contro ad Attila ne' campi di Chaalon diede l'ultime prove del suo valore: fu egli in questa battaglia gravemente ferito, e sbalzato di cavallo restò tutto infranto, ed indi a poco morì. Lasciò di lui sei figliuoli maschi, Torrismondo, Teodorico il Giovane, Federico, Evarico, Rotemero, ed Aimerico, ed una figliuola, che collocolla in matrimonio con Unnerico figliuolo di Gizerico Re de' Vandali.

Torrismondo adunque succedè nel Reame, il quale, ancorchè si fosse trovato insieme col padre contro ad Attila, e fosse stato in quella battaglia ferito, intesa ch'ebbe la morte del medesimo, tornò subito in Tolosa, ove con universale acclamazione fu nel Trono regio assunto[639]. Il Regno di questo Principe ebbe brevissima durata, e se dee prestarsi fede ad Isidoro, non imperò più che un sol anno; poichè per opera di Teodorico e Federico suoi fratelli, che mal soffrivan il suo governo, fu crudelmente ucciso[640].

Teodorico il Giovane suo fratello gli succedè nel Regno: Principe, secondo Sidonio Apollinare[641], dotato di nobili ed eccellenti virtù: ed ancorchè il genio degli Vestrogoti mal s'adattasse alle leggi romane, contra il costume degli Ostrogoti, che l'ebbero sempre in somma stima e venerazione, fu non però Teodorico II amantissimo delle medesime, e n'ebbe grandissima stima.

Gli Vestrogoti per le continue guerre, ch'ebbero co' Romani, furon non poco avversi alle leggi romane; tanto che parlando de' loro tempi, ebbe a dire Claudiano[642] : Moerent captivae pellito judice leges. Ataulfo loro Re, che, come si disse, ad Alarico I succedè, per la ferocia del suo animo, già meditava d'esterminarle in tutto; ma raddolcito per le continue persuasioni e conforti di Placidia sua moglie cotanto da lui amata, se n'astenne, e mutò consiglio; ed ancorchè i suoi Goti mal ciò soffrissero, pur egli appresso Orosio[643] confessò, che non poteva senza quelle la Repubblica perfettamente conservarsi, nè gli dava il cuore di toglierle affatto: Neque Gothos, e' dice, ullo modo parere legibus posse, propter effraenatam barbariem, neque Reip. interdici leges oportere, sine quibus Resp. non est Respublica. Onde narrasi[644], che questo Principe nell'anno 412 avesse per pubblico editto comandato a' suoi sudditi, che le leggi de' Romani insieme co' costumi de' Goti osservassero. Goldasto[645] tra le costituzioni imperiali ne rapporta l'editto, ma si vede esser conceputo coll'istesse parole poc'anzi riferite di Orosio, e molte cose in esso aggiunte, che in quell'Autore non sono.

Ma a Teodorico il Giovane, del quale si favella, fu in tanto pregio lo studio delle romane leggi, che Sidonio Apollinare[646] introducendolo in un suo Carme a parlar con Avito, così gli fa dire:

————— mihi Romula dudum

Per te jura placent.

Ed altrove[647] chiamò questo Teodorico .... Romanae columen, salusque gentis. Ed appresso Claudiano, parlandosi di questo Principe, come osservò Grozio[648] pur si legge, Vindicet Arctous violatas advena leges. Nè gli Vestrogoti, ne' tempi di questo Re, o de' suoi predecessori ebbero proprie leggi scritte, nè si presero mai cura di formarle.

Ma morto Teodorico nel decimoterzo anno del suo Regno, essendogli stato renduto da Evarico ciò che egli fece a Torrismondo, succedette nel Reame Evarico suo fratello. Questi fu il primo, che diede a' Goti le leggi scritte, come ce n'accerta Isidoro[649]: Sub hoc Rege Gothi legum instituta scriptis habere coeperunt, nam antea tantum moribus, et consuetudine tenebantur: per la qual cosa da Sidonio[650] in un epistola, che dirizzò all'Imperadore Lione, fu celebrato Evarico per Principe saggio, e conditor di leggi: Modo per promotae limitem sortis, ut Populos sub armis, sic fraenat arma sub legibus.

Nel Regno di questo Principe cominciaron le leggi de' Romani ad oscurarsi, non già in Italia, ma nell'Aquitania, e nella Narbonia, ed in alcun'altre province della Spagna; poichè queste nuove leggi, che Teodoriciane furon dette, proposte per opera de' Goti a' provinciali, si fece in modo, che le Teodosiane non cotanto s'apprezzassero, ed al deterioramento di quelle non poco vi cooperò ancora la malvagità de' proprj romani Ufiziali, e particolarmente di Seronato Prefetto allora delle Gallie, il quale favorendo le parti de' Goti, e tradendo il suo proprio Principe, era ai Romani avversissimo; tanto che da Sidonio[651] era chiamato il Catilina di quel secolo. Costui fu pernizioso a' Romani stessi, non solamente per le gravi perdite cagionate dalla sua ribalderia all'Imperio d'Occidente nella Gallia, ma molto più per lo disprezzo e vilipendio, che faceva delle leggi Teodosiane, con innalzare all'incontro quelle de' Goti. Ancor oggi appresso Sidonio[652] si leggono le querele de' provinciali contra costui: Exultans Gotis, insultans Romanis, illudens Praefectis, colludensque numerariis, leges Theodosianas calcans, Teodoricianasque proponens, veteres culpas, nova tributa perquirit. Onde si vide in questi tempi la condizione de' Romani, per la rapacità di quest'uomo pestilente, che d'eccessivi ed esorbitanti tributi gli caricava, ridotta in tale stato, che come fu detto nel I libro, i provinciali eleggevan più tosto la servitù de' Goti, che la libertà de' Romani; onde Salviano[653] d'essi parlando disse: Passim, vel ad Gothos, vel ad Bagaudas, vel ad alios ubique dominantes Barbaros migrant et commigrasse non poenitet; malunt enim sub specie captivitatis vivere liberi, quam sub specie libertatis esse captivi. Itaque nomen civium Romanorum aliquando non solum magno aestimatum, sed magno emptum, nunc ultro repudiatur, ac fugitur, nec vile tantum, sed etiam abominabile pene habetur. Paolo Orosio[654] attesta ancora, che i provinciali eleggevan più tosto tra' Barbari vivere, che tra' Romani: Qui malint inter Barbaros pauperem libertatem, quam inter Romanos tributariam sollicitudinem substinere. Quindi Isidoro[655] potè conchiudere: Unde, et hucusque Romani, qui in Regno Gothorum consistunt, adeo amplectuntur, ut melius sit illis cum Gothis pauperes vivere, quam inter Romanos potentes esse, et grave jugum tributi portare. Ma cotanta ribalderia di Seronato non rimase lungo tempo impunita, poichè strascinato in Roma, fugli tronco il capo, in cotal guisa soddisfacendo la pena di tante sue scelleratezze.