E se bene dopo la morte d'Atalarico, ed indi a poco d'Amalasunta, le cose de' Goti in Italia si riducessero ad infelicissimo stato, e Giustiniano col valore di Belisario riportasse di loro più vittorie, ed avesse con particolar editto[815] ordinato l'osservanza delle leggi romane, ne' suoi libri contenute, per tutte le province d'Italia; e da poi che Belisario nel decim'anno del suo Imperio ebbe espugnata Napoli, la Puglia, la Calabria, il Sannio e la Campania, avesse tolte ai Goti queste province: nulladimeno avendo poi costoro sotto Totila, valorosissimo Principe, ripreso l'antico spirito e valore, e poste in tanta revoluzione le cose d'Italia, che a tutt'altro potè badarsi, che alle leggi in mezzo a tant'armi e guerre sì crudeli e feroci, rimasero perciò di nuovo senza vigore ed autorità alcuna le leggi romane ne' libri di Giustiniano contenute. E quantunque alla fine negli ultimi anni del suo Imperio avesse riportata de' medesimi intera vittoria, e sotto Teja ultimo loro Re gli avesse per mezzo di Narsete interamente debellati e sconfitti; contuttociò, sopraggiunto non molto da poi dalla morte, e succedutogli Giustino il Giovane, Principe inettissimo, non andò guari, che l'Italia passò sotto il dominio dei Longobardi, i quali seguitando gli esempi de' Goti, non altre leggi riconobbero, se non le proprie e quelle de' Romani, che nel Codice di Teodosio eran comprese, e ciò che per tradizione era rimaso delle medesime nella memoria de' provinciali; nulla curando dei libri di Giustiniano, de' quali poca e rada era la notizia, come quinci a poco partitamente vedrassi.

Si aggiunse ancora, che non passarono molti anni, che questa medesima fortuna cominciarono ad avere in Oriente, ove, come diremo ne' seguenti libri, parte per imperizia ed inezia de' suoi successori, parte per invidia, vennero in tanta dimenticanza, per le tante altre compilazioni, che ad emulazione di Giustiniano seguirono, che di questa di Giustiniano rimase ogni fama oscurata e spenta. E vedi in tanto le strane vicende delle mondane cose: questa grand'opera di Giustiniano con tanta cura e studio compilata, che per tutti i secoli avrebbe dovuto correre gloriosa e immortale, appena mancato il suo Autore, che restò anch'ella per lo spazio di cinque secoli sepolta in tenebre densissime, ed in una profonda oblivione: risorta poi in Occidente a' tempi di Lottario, fu così avventurosa, che alzò i vanni e la fama sopra tutte l'altre province del Mondo, nè trovò Nazione alcuna culta, o barbara che fosse, che in somma stima e venerazione non l'avesse, e che non la preferisse alle medesime loro proprie leggi e costumi.

CAPITOLO IV. Espedizione di Giustiniano contra Teodato Re d'Italia successor d'Atalarico.

Dopo aver Giustiniano in così fatta guisa posta l'ultima mano a dar certa e stabil forma alla giurisprudenza romana, disbrigato dalle leggi, passa con non disugual fortuna all'armi. Principe così nella pace, come nella guerra fortunatissimo; poichè, siccome per condurre a fine quell'impresa delle leggi, quanto magnanima e nobile, altrettanto ardua e difficile, ebbe ne' suoi tempi Giureconsulti insigni, quali furono Triboniano, Teofilo, Doroteo, e tutti quegli altri, dei quali s'è fatta onorata menzione, che poteron ridurla a perfezione; così nell'armi ebbe Capitani valorosissimi ed insigni, un Belisario, un Narsete, Mondo ed alquanti altri, i quali per le loro incomparabili virtù e gloriose gesta, accrebbero non meno la sua gloria, che per tante conquiste l'Imperio; onde potè il suo nome andarne appresso la posterità fregiato con tanti titoli, d'Alemannico, Gotico, Francico, Germanico, Antico, Alanico, Vandalico ed Affricano, per le tante genti vinte e debellate. Nè minor fu la sua fortuna per li tanti illustri e valorosi Capitani, che fiorirono a' suoi tempi, quanto per le opportunità, che se gli presentarono per agevolar le conquiste; e particolarmente nella guerra, che mosse a' Goti per l'impresa d'Italia, di cui saremo brevemente a narrare i successi.

Da poi che Belisario ebbe trionfato de' Vandali nell'Affrica, e presa Cartagine, avendo fatto prigioniero Gilimere loro Re, e portatolo in trionfo a Costantinopoli; vedendo Giustiniano sottomesso al suo Imperio quel vastissimo Regno, rivolse tutti i suoi disegni alla impresa d'Italia per sottrarla dalla dominazione dei Goti; ed una opportunità assai prospera, che presentossegli, accelerò l'impresa, e diede maggiori stimoli all'esecuzione.

Amalasunta, Principessa prudentissima, come vide suo figliuolo Atalarico per la sua dissolutezza caduto in una mortale languidezza, che non v'era più da sperare di sua vita, dubitò, che dopo la morte di suo figliuolo non sarebbe potuta vivere in sicurezza fra i Goti, i quali l'odiavano a morte, perciocchè non poteva ella sofferire i loro disordini e dissolutezze; e perch'era ella infinitamente stimata dall'Imperadore Giustiniano, e tenuta dal medesimo così cara ed in tant'onore, che venne fino ad insospettirsene e rendersene gelosa Teodora sua moglie, incominciò celatamente a trattar con Giustiniano, come potesse mettere il Reame d'Italia fra le sue mani, pensando, che in questa maniera otterrebbe la sua quiete e sicurezza; ma la morte improvvisa di suo figliuolo non le diede tanto tempo di potere adempiere il suo disegno; per la quale cosa dubitando, che i Goti, non volendo sofferire il suo governo, non facessero prontamente un Re a loro capriccio, destramente gli prevenne, mettendo sul Trono Teodato suo cugino, figliuolo d'Amalafrida sorella del Gran Teodorico, pur egli dell'illustre gente Amala[816]. Era costui un Principe, che aveva menata sua vita nelle solitudini di Toscana, e nello studio della filosofia Platonica era tutto immerso[817]; uomo di molte lettere, e per la lingua latina sopra ogn'altro eccellente, la quale a' suoi tempi era tanto caduta dal suo candore, che riputavasi a gran pregio, chi fosse di quella a pieno esperto; anzi se dobbiamo prestar fede a Cassiodoro[818], poichè Procopio nulla ne dice, fu Teodato anche versato nella teologia, e negli studi ecclesiastici; imperocchè nell'epistola d'Amalasunta scritta al Senato di Roma, ove gli dà conto dell'innalzamento al Trono del medesimo, fra gli altri pregi e lodi, che si danno a Teodato, è l'essere ancora un Principe molto erudito nelle discipline ecclesiastiche. Ma tutte queste lettere e queste erudizioni non furono bastanti a mutar la sua natura e la bassezza della sua mente; poichè del rimanente fu un uomo inespertissimo delle cose militari, timido, pigro, e sopra tutto avarissimo, senza onore, senza probità e pieno di tanta perfidia e malvagità, ch'era capace di fare le più cattive azioni del Mondo, quando gli fossero ispirate, o dalle sue proprie, o dall'altrui passioni.

Ben di questa sua perfida natura sen accorse da poi con suo estremo periglio l'infelice Principessa Amalasunta; poichè assunto al Trono, obbliando tutte le promesse, ch'aveva fatte alla sua benefattrice, si lasciò governare da' parenti di coloro, che questa Principessa avea fatti morire per loro falli; e seguendo il consiglio di queste genti la fece levare dal palagio di Ravenna[819], e condurre in prigione in un'isola posta nel mezzo del lago di Bolsena, e dopo scorsi alquanti giorni la fece barbaramente strozzare nel bagno, nel medesimo tempo, ch'egli domandava la pace all'Imperador Giustiniano: avendo costretta prima questa miserabile Principessa a scrivere all'Imperadore per ottenerla. Non mancano Scrittori, che narran Teodato esser indotto a tanta scelleratezza non pure per la malvagità della sua natura, e per li consigli di quelli di sua Corte, ma anche per opera e per le persuasioni di Teodora moglie di Giustiniano, la quale ingelosita per l'amor, che suo marito portava a questa Principessa, dubitò, che questi un giorno non dovesse abbandonar lei per Amalasunta.

Giustiniano in tanto, furiosamente sdegnato per sì orribile brutalità di Teodato e degli Ostrogoti, si risolse di vendicar la morte di Amalasunta: e dall'altro canto ardente di desiderio di riunire l'Italia all'Imperio, pensò questa esser la miglior opportunità, che mai potesse presentarsegli per mover guerra a' Goti, e discacciargli d'Italia.

(Un altro pretesto ebbe Giustiniano per l'invasione di Sicilia, e fu per la restituzione del Promontorio, o sia castello Lilibeo di Sicilia, che Giustiniano pretendeva appartenersi all'Affrica. Questo Promontorio, ancorchè parte della Sicilia, Teodorico avealo dato per dote alla sua sorella Amalafrida, quando la maritò a Trasimondo Re de' Vandali, siccome narra Procopio Lib. I, Belli Vandal. c. 8. Avendo dunque Giustiniano per Belisario estinto il Regno vandalico, e restituita l'Affrica all'Imperio, pretendeva che il Lilibeo, come parte accessoria ed appartenente all'Affrica, dovesse Amalasunta restituirlo all'Imperio; ma questa savia Regina destramente andava sfuggendo la dimanda con umilmente rispondergli che di quella dotazione fatta da Teodorico non dovea aversi conto, come contraria alle leggi de' Goti, le quali proibiscono potersi alienare alcuna parte del Regno, siccome Procopio istesso, rapportando le vicendevoli pretensioni, scrisse nel Lib. 2 c. 5. Amalasunta, vedendo che colla forza non potea resistere a Giustiniano, gli rispondeva con ogni rispetto, dicendo: Lilybeum est Gothici juris, neque tanta odia meretur, come lo ripete Procopio anche nel Lib. I, Belli Gothici, c. 1 et 3 e con maniere rispettose ritenne l'Imperadore a non dare alcuna mossa. Ma morta questa infelice Principessa, Giustiniano non ebbe più quel rispetto, che avea fino allora avuto; onde con quest'altro pretesto del Lilibeo invase tutta la Sicilia, per la qual cosa saviamente ponderò Ludewig in vita Justiniani M. c. 8 §. 91 n. 456 pag. 417 dicendo: Quilibet facile intelligit hoc; non tam Lilybeum hic causam actam, quam viae vel claudendae, vel aperiendae Siciliae universae).

Adunque nell'anno del Signore 535, avendo scelto Belisario per quest'impresa, e fatti molti preparativi per mare e per terra, spedillo con potent'armata verso la Sicilia, riputando non d'altronde doversi cominciar le conquiste, che dalla Sicilia, la quale, come nutrice di quelle province ch'oggi formano il nostro Regno, dovea, quella presa, rendergli più facile la conquista delle medesime.