Ma ritornando al Re Grimoaldo da noi in Benevento lasciato, questo Principe, vedendo già tutte a terra le fortune de' Greci, da poi ch'ebbe premiato Mitula Conte di Capua, al quale oltre ad aver data per isposa una sua figliuola, per la morte di Zotone, lo fece anche Duca di Spoleti, a Pavia sua regal sede si restituì. Mentre quivi è tutto inteso a gastigar la fellonia di Lupo Duca del Friuli, ecco che viene a lui Alezeco Duca de' Bulgari[135], il quale abbandonando, nè si sa per qual cagione, i suoi proprj paesi, entrato pacificamente in Italia co' suoi Bulgari, offre a Grimoaldo il suo servigio, cercandogli di voler abitare co' suoi in qualche luogo, che gli destinasse del suo dominio. I Bulgari erano usciti da quella parte della Sarmazia asiatica, ch'è bagnata dal fiume Volga; e dopo avere traversati tutti que' vasti paesi, che si stendono da questo fiume fin alle bocche del Danubio, lo passarono per la prima volta al tempo dell'Imperador Anastasio, e diedero spesso grandissimi guasti alla Tracia ed all'Illirico, e stabilironsi finalmente lungo il Danubio, in quel tratto di paese, che comprende le due Misie con la picciola Scizia, che vien detta oggidì Bulgaria dal nome di questi Popoli.
Il Re accoltolo benignamente, pensando potergli molto giovare a soccorrere e ajutare suo figliuolo contra i Greci, lo mandò in Benevento a Romualdo, al quale impose, che a lui colla sua gente assegnasse alcuni luoghi del Ducato beneventano, ove potessero abitare. Il Duca Romualdo graziosamente ricevendogli, diede per loro abitazione molte buone città di quel Ducato, cioè Sepino, Bojano, ed Isernia, con altre città e territorj vicini: ma volle, che lasciato il titolo di Duca (come che que' luoghi glieli assegnava, non in Signoria, nè perpetualmente), chiamar si facesse per l'avvenire Gastaldo, riputando forse ancora cosa inconveniente, che non avendo egli altro titolo, che di Duca, potesse anche un altro a se soggetto ritenerlo. Quindi anche avvenne, che diviso il Ducato beneventano in più Contee, essendo tutte al Duca di Benevento soggette, non avessero altro nome coloro, ch'erano destinati al governo delle medesime, che di Conti o di Gastaldi, e ritenessero que' luoghi, come dice Cujacio, Jure Gastaldiae, non perpetuo, proprioque Feudi Jure[136].
Ed ecco in questo anno 667 introdotta nel nostro Regno una nuova Nazione di Bulgari: gente, che per molti secoli abitò in quelle contrade, che ora Contado di Molise chiamiamo, e che se bene cento cinquanta e più anni da poi, quando Varnefrido scrisse la sua istoria, avessero appreso il nostro comune linguaggio italiano, non aveano però ne' tempi di quest'Istorico ancora perduto l'uso della lor propria favella; come egli rapporta nel lib. 5 de' gesti de' Longobardi al capo 11, nel qual luogo dovrà notarsi, che scrivendo egli, che i Bulgari ritenessero nella sua età il proprio linguaggio, se bene parlassero ancora latinamente, quamvis etiam latine loquantur, non perciò dovrà intendersi, come si diedero a credere alcuni[137], che favellassero colla lingua latina romana, la quale ne' tempi, ne' quali scrisse Varnefrido, cioè verso il fine del nono secolo, era già andata presso al comune in disusanza, e solo nelle scritture, ma molto corrotta, era ritenuta: ed un'altra nuova popolare e comune, dalle varietà e mescolamenti e confusioni di tante straniere lingue colla latina cagionata, erasi già in Italia introdotta, che Italiana appellossi.
Nè bisogna dubitar punto, se in questa stagione avesse la lingua italiana preso piè e vigore, essendo ella più antica che altri non crede. Fin da' tempi di Giustiniano Imperadore attesta Fornerio[138] essersi in Ravenna stipulato istromento, conceptum eo fere sermone, quo nunc vulgus Italiae utitur. Costantino Porfirogenito pur ne' suoi tempi verso l'anno 910 chiamò Città nova Benevento e Venezia[139]. L'Autore degli Atti di Alessandro III presso il Cardinal Baronio[140], riferendo l'ingiurie dette dalle donne Romane ad Ottaviano Antipapa, dice che lo chiamavano lingua vulgari: smanta compagno. Ne' tempi poi di Federico II, già era comunissima, e resa ormai già vecchia: oltre di quel Romito calabrese, che secondo narra Riccardo di S. Germano[141] andava gridando: Benedittu, laudatu e santificatu lu Patre: Benedittu, laudatu, e santificatu lu Fillu: Benedittu, laudatu, e santificatu lu Spiritu Santu, dell'istesso Federico, d'Enzio suo figliuolo bastardo, di Pietro delle Vigne, e di tanti altri di quel secolo, si leggono molte composizioni dettate in italiana favella.
Questa venne dagli Scrittori di questa età, e delle seguenti ancora, detta anche Latina; poichè si usava comunemente da que' medesimi antichi provinciali, che Latini o Romani, per distinguergli o da' Greci, o dai Longobardi, o dall'altre Nazioni, che vennero in Italia, erano appellati, il linguaggio de' quali, prima della corruzione, era il prisco latino; onde è che non solo Paolo Varnefrido, ma appo gli Scrittori molto a lui posteriori, il parlar latino comune e popolare, era lo stesso che il volgar italiano. Così Ottone frisingense[142] loda i Longobardi de' suoi tempi già fatti Italiani, per l'eleganza del sermon latino, cioè dell'italiano, col quale parlavano così bene ed espeditamente. Nè in questi tempi il nostro idioma italiano altro nome avea, che di volgar latino: tale fu appellato nella fine del primo capitolo di Ser Brunetto. Così anche latine loqui presso Dante Alighieri, Petrarca[143], e Giovanni Boccacci[144], sono detti coloro, i quali non del prisco latino, ma col sermon nostro italiano parlavano, come accuratamente osservò anche il diligentissimo Pellegrino[145].
E da questa residenza, ch'ebbero varie Nazioni in molte parti del nostro Regno, è nata quella tanta diversità di linguaggi, ancorchè tutti parlassero italicamente, che oggi osserviamo nelle nostre province. Imperocchè fermati i Bulgari per più secoli in quelle città, ancorchè essi a lungo andare renduti già Italiani, deponessero il sermon proprio, ed il popolare linguaggio apprendessero, e l'antico cedesse al comune italiano; nientedimeno questa mescolanza di due Nazioni in un medesimo luogo portò, che l'italiano, se ben superiore, rimanesse alquanto contaminato; ed oltre alle nuove parole di quella straniera Nazione, quell'aria, o accento, o pur vocabolo dello straniero ritenesse. Così anche nell'altre parti del nostro Regno, come nel Sannio e negli Apruzzi, ove i Longobardi più lungamente si mantennero, lasciarono, oltre a' vocaboli, un'impressione diversa dalla comune italiana favella. Ed in quelle regioni, ove i Greci lungo tempo dominarono, come in alcune città della Calabria, ed in Napoli particolarmente, ancor oggi si ritiene molta aria di quel parlare, e si ritengono ancora molti vocaboli: nè è mancato chi di essi abbia voluto tesserne lungo catalogo, come fece il Capaccio[146] dei vocaboli greci ritenuti anche oggi da' Napoletani, e de' quali nel comun parlare si vagliono. E non essendo finita qui la novità e varietà delle straniere genti, che invasero il Regno, ma succeduta una Nazione all'altra in varj tempi, ed anche in varie regioni di esso; quindi nacque il tanto vario e strano mescolamento, che oggi si vede.
Anche gli Arabi, o sieno Saraceni, lasciarono a noi la lor parte: questi fermati prima nel Garigliano, indi sparsi per le Calabrie, per la Puglia, ed in Pozzuoli, lasciarono fra noi varie parole, come per darne un saggio, sono quelle di Meschino, Magazzino, Maschera, Gibel, che significa monte; onde Gibel l'Etna per eccellenza s'appellò, e poi corrottamente Mongibello, dicendosi due fiate lo stesso; ed altre. E vi è, chi scrisse, che la rima data a' versi, non altronde, che dagli Arabi l'avessero prima i Siciliani e poi gli altri Italiani appresa, e che la portassero anche alle Spagne; e Tomaso Campanella, in conferma di ciò, ne recava in testimonio una canzone schiavona, ove ciò s'affermava, e ch'egli a memoria recitar soleva: donde poi l'appresero l'altre province d'Europa, ed arrivasse sino in Germania, siccome vedesi da quel Poema, o sian versi rimati d'Otfrido, che visse sotto Lodovico Pio, il qual crede Antonio Mattei[147], che fosse il più antico Scrittore, che oggi riconosca la Germania. Anzi, come vedremo ne' seguenti libri di questa Istoria, non altronde, che dagli Arabi venne a noi la filosofia, la medicina, la matematica e l'altre discipline, che per più secoli tennero occupate le nostre Scuole.
Ma essendo poi a' Longobardi, a' Greci, a' Saraceni succeduti i Normanni, e dapoi i Svevi, i Franzesi, gli Spagnuoli, gli Albanesi, e chi nò? si venne per questo, ancorchè tutte le nostre province ritenessero la medesima italiana favella, a quella diversità e mescolanza, che ora vediamo con tanta maggior maraviglia, quanto che non vi è luogo, benchè picciolo, che fosse nel Regno, che o nell'aria o nell'accento, e sovente ne' vocaboli non differisca, e dall'altro non si distingua: ma di ciò sia detto a bastanza, e forse non mancherà occasione di ragionarne altrove ad altro proposito.
§. III. Leggi di Grimoaldo, e sua morte.
Liberato intanto Grimoaldo da tutti gli sospetti e dalle cure militari, nel sesto anno del suo Regno fu tutto rivolto a' studj della pace, ed a ristabilire con nuove leggi il suo Imperio. Le leggi di Rotari per ventiquattro anni, da che furon promulgate, avevano nell'Italia poste profonde radici; a quelle cominciavano ad accomodarsi non pure i Longobardi, per li quali erano state fatte, ma i provinciali medesimi, ancorchè loro non fosse stato mai interdetto l'uso delle romane. Ma col correr degli anni, come suole accadere, fu osservato non essersi per le medesime proveduto a tutto ciò che era di mestieri, e molte di esse, venendosi all'uso ed alla pratica, sembravano alquanto dure e crudeli[148]. Quindi Grimoaldo, prudentissimo Principe, volendo riformar in parte l'editto di Rotari, ed accrescerlo d'altre leggi, che gli parvero più utili, convocati, come era il loro costume, nell'anno 668, che fu il sesto del suo Regno, i Longobardi e loro Giudici, all'editto di Rotari aggiunse nuove leggi, e riformò le già fatte, ed un nuovo editto promulgò con questo proemio: Superiore pagina hujus Edicti legitur, quod adhuc annuente Domino memorare poterimus, de singulis causis, quae praesenti non essent adfictae in hoc Edicto adjungere debeamus, ita ut causae, quae judicatae, et finitae sunt, non revolvantur. Ideo ego Grimoaldus vir eccellentissimus, Rex gentis Longobardorum, anno, Deo propicio, sexto Regni mei, mense Julio, Indictione undecima, per suggestionem Judicum, omniumque consensum, quae illis dura, et impia in hoc Edicto visa sunt, ad meliorem sensum revocare praevidimus[149].