Ma Carlo, che non aspettava altro, che sì bella opportunità di vendicarsi di Desiderio, il quale con tenere in suo potere i suoi nepoti, tentava dividergli il Regno, e che non poteva aspettar miglior occasione per discacciar d'Italia i Longobardi, ricevè con incredibil contentezza l'invito fattogli da Adriano. Egli trovavasi allora (per le tante vittorie riportate in Aquitania ed in Sassonia) tutto glorioso e formidabile in Tionvilla su le sponde della Mosella: quivi ricevè il Legato del Papa, e diede insieme audienza agli Ambasciadori di Desiderio, da' quali subito disbrigatosi, con rimandargli indietro senza niente conchiudere, accettò con sommo piacer suo la proposta del Pontefice, e tosto ponendosi alla testa d'un poderoso esercito, sforzò il passo dell'Alpi in due luoghi, tagliando a pezzi que' Longobardi, che lo difendevano.

Desiderio dall'altra parte accorse anch'egli in persona col suo esercito per impedirlo; ma incalzato da Carlo, fu il grosso del suo esercito disfatto, e costretto a ritirarsi, onde risolse di difendersi in Pavia, ove si chiuse. Carlo non mancò subito di strettamente assediarla, e fra tanto con una parte delle truppe sforzò Verona, dentro della qual città erasi ritirato Adalgiso per difenderla, insieme con Berta, ed i due suoi figliuoli. Quando questo Principe videsi stretto, disperando della fortuna di suo padre, e di poter difendere quella Piazza, se ne fuggì, prima che ella cadesse in poter di Carlo, e dopo esser andato lungo tempo ramingo, vedendo finalmente, che tutto era perduto per li Longobardi, salvossi per mare in Costantinopoli, ove fu dall'Imperador Lione, figliuolo di Copronimo, con molto piacere ricevuto sotto la sua protezione. Que' di Verona subito che videro uscir Adalgiso dalla Piazza, si diedero in poter di Carlo, il quale presa Berta coi suoi figliuoli, tosto gli mandò in Francia, senza che siasi potuto saper da poi ciocchè seguisse di questi due infelici Principi, de' quali non s'è mai più sentito parlare. Tutte l'altre città de' Longobardi sovvertite per opera e macchinazione del Pontefice, da loro stesse renderonsi a Carlo. Restava Pavia solamente, la quale difesa da Desiderio si manteneva ancor in fede.

Carlo, cinta ch'ebbe Pavia di stretto assedio, volle passar in Roma alle Feste di Pasqua: gli eccessi d'allegrezza, che mostrò Adriano, gli onori, che gli furon fatti da' Romani e dal Clero, guidando ogni cosa il Pontefice, furono incredibili. Fu salutato Re di Francia e de' Longobardi insieme, e Patrizio romano, incontrato un miglio fuori delle porte di Roma da tutta la Nobiltà e Magistrati, e dal Clero in lunghi ordini distinto con croci ed inni ricevuto: dopo gli applausi e le feste, si venne a ciò che più importava. Fu tosto dal Papa ricercato Carlo a confermar le donazioni di Pipino suo padre, che aveva fatte alla Chiesa di Roma: non volle costui esser molto pregato a confermarle, come fece di buona voglia, e facendone stipular nuovo strumento per mano di Eterio suo Notajo, sottoscritto da lui, da tutti i Vescovi ed Abati, da' Duchi e da tutti que' Grandi ch'eran seco venuti, super Altare B. Petri manu propria posuit, come dice Ostiense[281].

Anastasio Bibliotecario, come si è detto, molto ingrandisce questa donazione di Carlo: oltre all'Esarcato di Ravenna e Pentapoli, vi aggiunge l'isola di Corsica, tutto quell'ampio paese che da Luni calando nel Sorano e nel monte Bordone abbraccia Vercetri, Parma, Reggio, Mantova e Monselice, le province di Venezia e d'Istria, ed il Ducato di Spoleti e di Benevento. La Cronaca del monastero di S. Clemente narra, che Carlo aggiunse alla donazione di Pipino solamente questi due Ducati. Sigonio poi, e gli altri più moderni Scrittori, di ciò non ben soddisfatti, aggiungono il territorio sabinense, posto tra l'Umbria ed il Lazio, parte della Toscana e della Campagna ancora. Pietro di Marca[282], ciocchè dee recar più maraviglia, tratto anch'egli da' vanagloriosi Franzesi, che cotanto ingrandiscono questa donazione, per magnificar in conseguenza la liberalità franzese, vi aggiunge tutta la Campagna, e con essa Napoli, gli Apruzzi e la Puglia ancora, additando con ciò l'origine delle nostre papali investiture. Altri vi aggiungono anche la Sassonia da Carlo allora soggiogata; di più, che facesse anche dono di province non sue, e che non acquistò giammai, cioè della Sardegna e della Sicilia; e che sopra tutte queste province e Ducati s'avesse egli solamente riserbata la sovranità. Ma, e gli antichi annali di Francia, e la serie delle cose seguenti, ed il non averci potuto l'Archivio del Vaticano dare l'istromento di questa donazione, dal quale n'escono tanti altri d'inferior dignità, dimostrano per favolosi tutti questi racconti, e convincono, che Carlo non fece altro che confermare la donazione di Pipino dell'Esarcato e di Pentapoli. Ed intanto alcuni scrissero, che l'avesse anche accresciuta, perchè molti luoghi dell'Esarcato e di Pentapoli, che da' Longobardi erano stati occupati, insieme co' patrimonj, che la Chiesa romana possedeva nel Ducato di Spoleti e di Benevento, nella Toscana, nella Campagna, ed altrove, ch'erano stati parimente occupati da' Longobardi, fece egli restituire. Ed in questi sensi Paolo Emilio[283], e gli altri Autori dissero, che Carlo non solo avesse confermati i doni di Pipino suo padre, ma anche accresciuti: ciò che si convince manifestamente dall'istoria delle cose seguite appresso; poichè Carlo sotto il nome del Regno d'Italia si ritenne la Liguria, la Corsica, Emilia, le province di Venezia e dell'Alpi Cozie, Piemonte, ed il Genovesato, che avea tolti a' Longobardi, e fatti passare sotto la sua dominazione: nè si legge che questa parte d'Italia fosse stata mai posseduta da' Pontefici romani.

Molto più chiaro ciò si manifesta dal vedersi, che que' tre famosi Ducati, del Friuli, di Spoleti, ed il nostro di Benevento mai non furono posseduti da' romani Pontefici: come nel seguente libro di questa Istoria si conoscerà chiaramente, cioè che questi tre Ducati ebbero i loro Duchi, nè Carlo vi pretendeva altro, che quella sovranità, che v'avevano avuti i Re longobardi suoi predecessori, anzi i nostri Duchi di Benevento scossero affatto il giogo, e si sottrassero totalmente da lui, negandogli qualunque ubbidienza, e vissero liberi ed independenti; nè la città di Benevento, se non molti, e molti anni appresso fu cambiata colla Chiesa di Bamberga, e conceduta alla sede di Roma, ma non già il suo Ducato, che fu sempre posseduto da' nostri Principi.

Dall'aver Carlo fatti restituire i patrimonj, che la Chiesa romana possedeva nell'Alpi Cozie, nel Ducato di Spoleti, e di Benevento, nacque l'errore di quegli Scrittori, i quali confondendo il patrimonio dell'Alpi Cozie colla provincia, il patrimonio di Benevento col Ducato beneventano, dissero che Carlo donò a S. Pietro que' Ducati, e quella provincia. Così ciò che nell'epistole d'Adriano si legge de' Ducati di Spoleti, e di Benevento donati a S. Pietro, non d'altro, se non di questi patrimonj si dee intendere; siccome quando l'Imperador Lodovico Pio, Ottone I. e l'altro Ottone Re di Germania confermorono a Pascale I, ed a Giovanni XII, i patrimonj beneventano, salernitano, e napoletano, siccome anche fece l'Imperador Errico IV. a Pascale II, non altro intesero se non di quelle terre e possessioni, che la Chiesa romana, come patrimonio di S. Pietro possedeva in queste nostre province, che anche i nostri antichi chiamarono justitias ecclesiae[284]. Solo dunque l'Esarcato di Ravenna, Pentapoli, ed alcuni luoghi del Ducato romano passarono nel dominio della Chiesa di Roma, riserbandosi il Re Carlo la sovranità; anzi in Roma stessa, e nel Ducato romano eran ancora in quelli tempi rimasi vestigi della dominazione degli Imperadori d'Oriente, i quali tuttochè deboli vi tenevano tuttavia i loro Uficiali, ed erano ancora riconosciuti per Sovrani, infinochè a' tempi di Lione III, successor d'Adriano, non si pose il Popolo romano sotto la sede, e soggezione del Re Carlo, che vollero anche da Patrizio innalzare ad Imperador romano. Niente dico dell'isole di Sicilia e di Sardegna non mai da Carlo conquistate, le quali furon lungamente possedute dagl'Imperadori Greci, infinchè i Saraceni non gliele rapirono.

Carlo adunque, dopo aver in cotal guisa soddisfatto il Papa ed i Romani, fece ritorno al campo appresso Pavia, nè restandogli altra impresa, che di ridurre quella città sotto la di lui ubbidienza, pose ogni sforzo per impadronirsene, perchè quella presa, essendo capo del Regno, non restasse altra speranza a' Longobardi di ristabilirsi nelle città perdute. La strinse perciò più strettamente, e togliendole ogni adito di poter esser soccorsa, Desiderio che sin all'estremo proccurò difenderla, essendo la gente afflitta non men dalla fame che dalla peste, che tutta la consumava; finalmente in quest'anno 774 fu costretto di render la Piazza, se stesso, sua moglie, e i di lui figliuoli alla discrezione di Carlo, che fattigli condurre tutti in Francia, finirono quivi i giorni loro in Carbia, senza che mai di loro si fosse inteso più parlare. Così Carlo in una sola campagna si rendè padrone della maggior parte d'Italia, ma non già di quelle province ond'ora si compone il nostro Regno, non del Ducato beneventano, nè di quel di Napoli, nè dell'altre città della Calabria, e de' Bruzj, che lungamente si mantennero sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, come vedremo nel seguente libro.

Ecco come cominciarono i romani Pontefici a trasferire i Regni da gente in gente: quindi avvenne, che calcandosi con maggior espertezza e desterità le medesime pedate da' loro successori, si rendessero ai Principi tremendi: i quali per avergli amici, poco curando la sovranità de' loro Stati, e la propria dignità, soggettavansi loro insino a rendersi ligi e tributarj di quella sede. Ecco ancora il fine del Regno de' Longobardi in Italia: Regno ancorchè nel suo principio aspro ed incolto, pure si rendè da poi così placido e culto, che per lo spazio di ducento anni che durò, portava invidia a tutte l'altre Nazioni. Assuefatta l'Italia alla dominazione de' suoi Re, non più come stranieri gli riconobbe, ma come Principi suoi naturali; poichè essi non aveano altri Regni, o Stati collocati altrove, ma loro proprio paese era già fatta l'Italia, la quale per ciò non poteva dirsi serva e dominata da straniere genti, come fu veduta poi, allorchè sottoposta con deplorabili e spessi cambiamenti a varie Nazioni, pianse lungamente la sua servitù. Questa era veramente cosa maravigliosa, dice Paolo Varnefrido[285], e con esso lui l'Abate di Vesperga, che nel Regno de' Longobardi non si faceva alcuna violenza, non sortiva tradimento, nè ingiustamente si spogliava, o angariava alcuno: non eran ruberie, non ladronecci, e ciascuno senza paura andava sicuro, dove gli piaceva. I Pontefici romani, e sopra tutti Adriano, che mal potevano sofferirgli nell'Italia, come quelli che cercavano di rompere tutti i loro disegni, gli dipinsero al Mondo per crudeli, inumani e barbari; quindi avvenne che presso alla gente e agli Scrittori dell'età seguenti, acquistassero fama d'incolti e di crudeli. Ma le leggi loro cotanto sagge e giuste, che scampate dall'ingiuria del tempo ancor oggi si leggono, potranno esser bastanti documenti della loro umanità, giustizia e prudenza civile. Avvenne a quelle appunto ciò, che accadde alle leggi romane: ruinato l'Imperio non per questo mancò l'autorità e la forza di quelle ne' nuovi dominj in Europa stabiliti: ruinato il Regno de' Longobardi, non per questo in Italia le loro leggi vennero meno.

CAPITOLO V. Leggi de' Longobardi ritenute in Italia, ancorchè da quella ne fossero stati scacciati: loro giustizia e saviezza.

Le leggi de' Longobardi, se vorranno conferirsi colle leggi Romane, il paragone certamente sarà indegno, ma se vorremo pareggiarle con quelle dell'altre Nazioni, che dopo lo scadimento dell'Imperio signoreggiarono in Europa, sopra l'altre tutte si renderanno ragguardevoli, così se si considera la prudenza e i modi, che usavano in istabilirle, come la loro utilità e giustizia, e finalmente il giudicio de' più gravi e saggi Scrittori, che le commendarono. Il modo che tennero e la somma prudenza e maturità, che praticarono i Re quando volevan stabilirle, merita ogni lode e commendazione. Essi, come s'è veduto, convocavano prima in Pavia gli Ordini del Regno, cioè i Nobili e Magistrati; poichè l'ordine Ecclesiastico non era da essi conosciuto, nè avea luogo nelle pubbliche deliberazioni, e nè meno la plebe, la quale, come disse Cesare parlando de' Galli, nulli adhibebatur consilio: si esaminava quivi con maturità e discussione ciò che pareva più giusto ed utile da stabilire: e quello stabilito, era poi pubblicato da' loro Re negli editti. Maniera, secondo il sentimento di Ugon Grozio[286], forse migliore di quella, che tennero gl'Imperadori stessi romani, le cui leggi, dipendendo dalla sola volontà loro, soggetta a varj inganni e soggestioni, cagionarono tant'incostanza e variazioni, che del solo Giustiniano vediamo d'una stessa cosa aver tre, e quattro volte mutato e variato parere e sentenza. Presso a' Longobardi prima di pubblicarsi le leggi per mezzo de' loro editti, erano dagli Ordini del Regno ben esaminate e discusse; onde ne seguivano più comodi. Il primo, che non v'era timore di potersi stabilire cosa nociva al ben pubblico, quando v'erano tanti occhi e tanti savj, a' quali non poteva esser nascosto il danno, che n'avesse potuto nascere. Il secondo, ch'era da tutti con pronto animo osservato ciò che piacque al comun consentimento di stabilire. E per ultimo, che non così facilmente eran soggette a variarsi, se non quando una causa urgentissima il ricercasse: come abbiam veduto essersi fatto da que' Re, che dopo Rotari successero, i quali se non facto periculo, e dopo lunga esperienza conoscendo alcune leggi de' loro predecessori alquanto dure ed aspre, e non ben conformarsi a' loro tempi, renduti più docili e culti, le variavano e mutavano col consiglio degli Ordini. Il qual sì prudente e saggio costume lodò anche e commendò presso a' Sueoni, popoli del Settentrione, quella prudente e saggia donna Brigida, a cui oggi rendiamo noi gli onori, che non si danno se non a' Santi.