In cotal maniera cominciarono presso di noi ad introdursi i Contadi ed i Feudi: prima il Contado non denotava Signoria, ma Ufficio: si chiamavano Conti, perchè il loro particolar ufficio era di presedere alle Comitive, ovvero ceto d'uomini che si mandavano in qualche espedizione: rendevano ancor ragione, e presedevano a' pubblici giudicj, e nelle liti fra' Popoli a lor sottoposti amministravan giustizia, siccome è chiaro nelle leggi longobarde[361]. Si dava a costoro il governo delle città e delle regioni convicine, in Ufficio, non in Signoria: alle volte si concedeva il Contado durante il corso della lor vita, altre volte a certo e determinato tempo; ma con tutto ciò i Principi longobardi solevano in ogni anno confirmargli, per tenerli sempre dubbj ed incerti, ed affinchè non potessero per la certezza di non poter esser rimossi macchinar cosa in pregiudicio dello Stato. Ma quando per lunga esperienza eransi assicurati della loro fedeltà, e che il Contado a lor commesso era stato da loro amministrato con somma rettitudine e giustizia, s'introdusse che ciò che prima erasi loro conceduto in Ufficio, il Principe, a cui s'eran resi cotanto benemeriti, gliela concedesse in Feudo ed in dominio, non trapassando però la loro persona; e quindi, come notò assai a proposito il nostro Marino Freccia[362], il Contado non passava agli eredi: da che procede onde sovente nelle antiche carte leggiamo appellarsi taluno Comes et Dominus, denotandosi con ciò, che la Contea che prima eragli stata conceduta in Ufficio, aveala per suoi segnalati servigi e fedeltà ottenuta anche in Feudo ed in Signoria. Col correr degli anni poi fu introdotto, che passasse il Feudo a' proprj figliuoli, non però giammai agli eredi, compassionando lo stato di coloro i quali, morto il padre, togliendosi loro il Feudo, si sarebbero in un tratto veduti cadere in un'estrema miseria e povertà, la quale non ben si unisce colla nobiltà del sangue, anzi quella deturpa ed affatto estingue. Ecco, come prima delle altre, che ubbidivano a' Greci, cominciarono in queste province sottoposte a' Principi longobardi beneventani, i Feudi e le Contee. Si multiplicaron perciò in appresso in buon numero nel Ducato beneventano i Contadi ond'era quello diviso: il primo fu il Contado di Capua, che, come diremo, divenne poi un ben ampio e nobil Principato: s'intesero i Contadi di Marsi, di Sora, il Contado di Molise, l'altro d'Apruzzi, di Consa, e molti altri, che poi diedero il nome alle province, nelle quali ora il Regno è diviso. Si videro perciò i Principi di Benevento per lo numero de' suoi Conti in maggior splendore: molti se ne annoveravano, da quali traggono l'origine alcune delle più illustri famiglie del Regno: i Conti d'Aquino, i Conti di Tiano, di Penna, d'Acerenza, di S. Agata, d'Alife, d'Albi, di Bojano, di Cajazza, di Calvi, di Capua, di Celano, di Chieti, di Consa, di Carinola, di Fondi, d'Isernia, di Larino, di Lesina, di Marsi, di Mignano, di Molise, di Morono, di Penna, di Pietrabbondante, di Pontecorvo, di Presenzano, di Sangro, del Sesto, di Sora, di Telese, di Termoli, di Trajetto, di Valve e di Venafro; tantocchè, siccome di Carlo M. dicevasi essere stato il più grande facitor de' Paladini, così de' nostri Principi beneventani i più grandi facitori de' Conti.
Eransi ancora introdotti sin dalla venuta d'Alezeco, Duca de' Bulgari, i Castaldati: i Castaldi eran minori a' Conti, e siccome notò accuratamente l'incomparabile Cujacio, non eran propriamente Feudatarj: erano come Custodi, e che ricevevano le città o ville jure gastaldiae, non li ricevevano jure feudi, quasi che perpetuamente dovessero godere del beneficio; ma loro se ne dava il governo e l'amministrazione a tempo, colla clausola sin tanto che ci piacerà, ed era in arbitrio del concedente toglierla quando che gli piaceva, siccome fece Grimoaldo quando ad Alezeco concedè Supino, Bojano, Isernia ed alcuni luoghi intorno in Castaldato, e volle perciò che non Duca, ma Castaldo fossesi nomato; onde leggiamo sovente presso Erchemperto[363] ed Ostiense, che coloro che d'una città eran fatti Castaldi, ambivano poi farsi Conti, come lo pretese Atenulfo, che di Castaldo ch'era di Capua, coll'ajuto di Atanasio Vescovo e Duca di Napoli, si fece Conte di quella[364] città. Quindi si vede chiaramente, che l'ufficio de' Castaldi non era di così vile condizione, e che fosse solamente ristretto al governo delle case regali, o siano Corti, ovvero ville e poderi; ma solevan darsi ancora alle città. Solevano anche questi a' quali si commetteva la custodia de' poderi e delle ville, dirsi altresì Castaldi, e di questa spezie parlano le leggi longobarde in più luoghi[365], e le nostre leggi feudali ancora: venne anche a darsi questo nome a coloro che avevano il governo de' poderi degli Ecclesiastici, che da Urbano II[366] si chiamano amministratori delle robe ecclesiastiche, onde i monasteri anche delle Monache ebbero i loro Castaldi, come, oltre di più antichi esempj rapportati dal Pellegrino, ne può essere a noi buon testimonio Gio. Boccaccio, del cui ufficio, in premio delle sue continue fatiche, ne fu anche onorato Masetto da Lamporecchio da quelle Monache; con tutto ciò Castaldi ancora eran chiamati coloro, ch'erano a particolari città preposti con pubblica autorità, ed alla cura e governo civile delle medesime invigilavano; ed oltre alla custodia delle cose pubbliche, solevano anche presedere ne' giudicj, onde perciò erano ad essi costituiti i salarj dal pubblico, ed assegnate alcune rendite, che nelle nostre leggi feudali si dice essere a loro dovute nomine Gastaldiae. Era di lor ufficio parimente a' Popoli soggetti render ragione e sovrastare, non altrimente che i Conti, nei giudicj e nelle liti amministrar loro giustizia, come è chiaro dalle leggi longobarde[367]; ciò che essi non solevan fare senza il voto d'uno, o più Giureconsulti[368] ch'erano gli Assessori: onde il costume che nel nostro Regno vige di dar gli Assessori, o siano Giudici a' Governadori, trae più antica origine di ciò che altri credettero. Anzi i Castaldi, oltre della civile potestà, ebbero alcun tempo anche la militare, come è chiaro per una legge di Rotari[369], e da ciò che narra Anastasio Bibliotecario della guerra di Cuma, nella quale dal Duca di Napoli furono uccisi quasi trecento Longobardi col loro Castaldo, che gli guidava, e che aveva il pensiero di quell'impresa: onde se non voglia aversi per vero quel che dice Cujacio della differenza di questi Castaldi co' veri Feudatarj, cioè che questi come Custodi erano a tempo costituiti, non perpetuamente, non si sapranno distinguere con segni più chiari i Conti da' Castaldi.
E se bene Camillo Pellegrino, non piacendogli il sentimento di Cujacio, avesse proccurato di distinguergli con dire, che quantunque i Castaldi convenissero co' Conti in molte cose, nulladimeno il proprio loro ufficio era d'aver cura delle cose pubbliche, derivando ciò dall'etimologia del nome Guast ed Halden, voci dell'idioma tedesco, del quale sovente i Longobardi servironsi[370], che non denota altro, che Hospitium tenere, come notò Vito Amerpachio nelle note a' Capitoli di Carlo M., e l'ospizio non denotando le case private, ma le pubbliche ed il Pretorio del Magistrato; perciò egli portò opinione, che la particolar cura del Castaldo, essendo delle cose pubbliche, non delle familiari e delle private, per questo si distinguesse dal Conte; nulladimeno ciò che siasi di questa derivazione, ed ancorchè nell'origine fosse stato solamente questo l'ufficio de Castaldi, essendo da poi stati anche preposti alle città intere, con altri luoghi adiacenti, ed avendo come si è veduto avuta tutta la potestà, così civile che militare, siccome l'ebbero i Conti; sempre queste due cariche si confonderanno fra loro, se non diremo, che l'una era a tempo e l'altra perpetua, e conceduta proprio jure Feudi: e se bene nel principio convenissero anche in questo con li Conti, nulladimeno in decorso di tempo i Conti non erano se non per fellonia o morte privati del Contado; e poi si vide che lo tramandavano anche nella loro stirpe maschile. Vi era anche un altro marchio ond'eran distinti, poichè il titolo di Contado denotava dignità, quello di Castaldo ufficio, onde sovente nell'antiche carte leggiamo: dignitate Comes; munere Gastaldus.
Fu per tanto il Ducato beneventano diviso in più Contadi e Castaldati, come in province, siccome è manifesto dal capitolare di Radelchisi principe di Benevento. Non è appurato presso gli Istorici il lor numero, e quanti fossero: i più insigni però furono quel di Taranto, di Cassano, di Cosenza, di Laino, di Lucania, ovvero Pesto, di Montella, di Salerno, e quel di Capua: i più distesi furono quelli di Capua, e di Cosenza, quello di Capua si stendeva verso Occidente insino a Sora: l'altro di Cosenza all'incontro insino a S. Eufemia, e Tropea. Fuvvi ancora il Castaldato di Chieti, che abbracciava molte città e terre, l'altro di Bojano co' luoghi adiacenti istituito da Grimoaldo nella persona di Alezeco Bulgaro, che dopo ducento anni fu da Guandelperto[371] posseduto. Passò questa prerogativa da Bojano in Molise luogo vicino, onde fu prima detto il Contado di Molise, e da poi provincia del Contado di Molise, il qual nome oggi peranche dura. Eravi quello di Telese, l'altro di S. Agata, d'Avellino, di Acerenza, di Bari, di Lucera, e di Siponto, ed in somma a quasi tutte le città più cospicue di questo Ducato erano i Castaldi, ovvero Conti preposti; nè si tenne nella loro distribuzione alcun conto dell'antica politia o disposizione delle province secondo la divisione fattane sotto Costantino, e degli altri suoi successori: quella mancò affatto, ed altra nuova ne surse.
In tale floridissimo stato era il Ducato di Benevento, quando in Pavia furono i Longobardi vinti e debellati. Nè languiva presso i Longobardi beneventani la disciplina militare: essi venivano perpetuamente esercitati da' Greci napoletani, co' quali sempr'ebbero fiere ed ostinate guerre, sempre vigilando i Longobardi di ridurre sotto la loro dominazione il Ducato napoletano, siccome avevano già fatto di quasi tutte l'altre parti di quelle province, che ora compongono il nostro regno; nel che maggiormente rilusse la fortezza ed il valore de' Napoletani, che dovendo sempre combattere con forze diseguali, e da contrastar con inimico quanto vicino, altrettanto più numeroso e potente, gli resistè con tanta intrepidezza e valore, che non poterono i Beneventani aver questa gloria di sottoporsi quel Ducato; e non se negli ultimi tempi se lo renderono tributario. Sarà dunque ancor bene, dopo aver mostrato in quale stato erano i Longobardi beneventani, quando i Re loro furon d'Italia scacciati, che ancora si parli della fortuna e dominio de' Greci, che ancor ritenevan in queste parti, e che poi ritennero, non altrimente che i Beneventani, da poi che Carlo M. si fece Re dell'Italia.
CAPITOLO II. Del Ducato napoletano, sua estensione e politia.
L'Imperio di Oriente da poi che fu da' Barbari invaso, i quali resi padroni dell'Egitto, dell'Affrica, della Siria, della Persia e dell'altre gran province dell'Asia, lo restrinsero all'Asia minore, alla Grecia, alla Tracia, e ad una picciola parte d'Italia coll'isole vicine, non tenne più conto dell'antica distribuzione delle sue province, e cambiato nella sua forma, nuove divisioni s'introdussero: fur quelle cambiate in molti distretti più o meno grandi, a' quali fu dato il nome di Temi, i quali avevano i loro Governadori particolari. Costantino Porfirogenito[372] ne compose due libri: nel primo annoverò i Temi, ovvero province dell'Asia, che erano diciassette: nel secondo quelli d'Europa, ed il loro numero era di dodici. Fra i Temi d'Europa il X è la Sicilia, e l'XI la Longobardia. Chiamavano così i Greci questa picciola parte ch'era a lor rimasa in Italia, secondo il proprio fasto e costume di ritenere almeno nel nome ciò che altri avean di quell'Imperio occupato; del rimanente così la Longobardia maggiore sotto i Franzesi, come la minore sotto i Longobardi beneventani, era già trapassata. Le terre che Costantino[373] novera sotto il Tema di Longobardia, che ubbidivano all'Imperio d'Oriente, sono quelle del Ducato di Napoli, la qual città egli decora perciò con titolo di metropoli, essendo capo d'uno non dispregevol Ducato, e l'altre dell'antica Calabria, che ancor ritenevano. I Bruzj e con essi Reggio, Girace, Santa Severina, Cotrone ed altre terre, quibus Praetor Calabriae dominatur, come sono le sue tradotte parole[374], al Tema di Sicilia vengono attribuite.
Da poi che in Italia restò estinto l'Esarcato di Ravenna, ch'era il primo Magistrato, che in queste parti occidentali ancor ritenevano gl'Imperadori d'Oriente, e dal quale tutti gli altri Ducati eran dependenti, non essendo a' Greci rimaso altro in Occidente, che la Sicilia, la Calabria, il Ducato di Napoli, quello di Gaeta, ed alcune altre città marittime, istituirono per l'amministrazione e governo di queste regioni un nuovo Magistrato, che essi chiamavano Patrizio, ovvero Straticò; ed a ciaschedun Tema si mandava un particolar Patrizio per governarlo. Costantino[375] medesimo in quell'altro suo libro de Administrando Imperio, mescolando come suole i fatti veri co' favolosi, e niente ricordandosi di ciò che avea scritto nel secondo libro de' suoi Temi, dice che sin da che la sede dell'Imperio fu trasferita in Costantinopoli, furono dall'Imperadore costantinopolitano mandati in Italia due Patrizj, de' quali uno sovrastava al governo della Sicilia, della Calabria, di Napoli e d'Amalfi; l'altro al governo di Benevento, di Capua, di Pavia, e degli altri luoghi di quella provincia; e che ciascheduno ogni anno pagava i tributi al Fisco dell'Imperadore: soggiunge ancora, che Napoli era l'antico Pretorio de' Patrizj, che si mandavano, e chi governava questa città, avea ancora sotto la sua potestà la Sicilia; e quando il Patrizio giungeva in Napoli, il Duca di Napoli andava in Sicilia. Quantunque questo racconto repugnasse a tutta l'istoria, poichè trasferita la sede imperiale in Costantinopoli, l'Italia non da' Patrizj, ma da' Consolari, Correttori e Presidi, tutti sottoposti al Prefetto d'Italia o a quello di Roma, era governata, e non se negli ultimi tempi di Giustino Imperadore fu mutata la sua politia, essendovi da Longino introdotti i Duchi, e stabilito in Ravenna l'Esarcato, nè poi il Duca di Napoli s'impacciò mai al governo della Sicilia; andando questo Ducato compreso insieme coll'antica Calabria col Tema della Longobardia; nulladimeno, ciò ch'egli dice, che il Patrizio, che si destinava per la Sicilia, aveva anche l'amministrazione ed il governo della Calabria, e di tutti gli altri luoghi che ancor si tenevano per gl'Imperadori d'Oriente, se si riguardano i tempi, ne' quali siamo di Carlo M., non è mica favoloso.
Dall'ampiezza fin ora rapportata del Ducato di Benevento, sarà facile il conoscere ciò ch'era rimaso a' Greci nella antica Calabria e ne' Bruzj e quanto si estendesse il Ducato napoletano e l'altro di Gaeta, che pur sotto la loro dominazione per lungo tempo rimase. Nella Calabria antica ritenevano i Greci in questi tempi, dopo aver perduto Taranto e Brindisi, solamente le città di Gallipoli e d'Otranto; ma nei Bruzj ritennero, oltre a Reggio, molte altre città, Gerace, Santa Severina, Cotrone, ed altre terre di quella regione. Rimasero ad essi ancora Amantea, Agropoli, ed il Promontorio, che oggi diciamo Capo della Licosa. Tutti questi luoghi ancorchè avessero Magistrati particolari, da' quali venivano immediatamente governati, furono in questi tempi interamente attribuiti al governo del Patrizio di Sicilia, poichè prima solamente i Bruzj del Mediterraneo, o Mare inferiore di qua del Faro andavano colla Sicilia, come vicinissimi: imperocchè gli antichi Calabri del Mare superiore, che diciamo oggi Adriatico, siccome ancora Napoli ed Amalfi, non eran di quel Tema, ma come disse l'istesso Porfirogenito nel libro 2 de' suoi Temi, al Tema di Longobardia s'appartenevano; ma da poi avendo i Greci perduto Taranto e Brindisi, e (toltone Gallipoli ed Otranto) tutte le altre terre della Calabria antica; le città ch'essi ritennero in questa provincia, con quelle che loro rimasero ne' Bruzj, ed in quella parte della Lucania antica, che oggi chiamiamo Calabria citra, e nel Ducato napoletano, furono pure al Tema di Sicilia attribuite[376], insieme con Gaeta; onde il Patrizio destinato al governo di quello avea, come dice Porfirogenito, anche la soprantendenza della Calabria, di Napoli e d'Amalfi; il che quantunque sembri strano per Amalfi e per Napoli, di Gaeta però non può dubitarsene, costando ciò dall'Epistole d'Adriano R. P. il quale, avendogli Carlo M. ceduta Gaeta, che poco prima avea tolta a' Greci, ed avendo Arechi proccurato che si restituisse a' medesimi, scrivendo egli a Carlo M., si lagna de' Longobardi beneventani, chiamandogli nefandissimi, perchè confederati col Patrizio di Sicilia avean sottratta dal suo dominio quella città, e sottopostala a quel Patrizio, che risedeva allora in Gaeta[377]. Nè l'accuratissimo Pellegrino potè negare, rapportando questo luogo d'Adriano, che al Patrizio di Sicilia, ed al suo governo s'appartenevano in questi tempi, oltre di quell'isola, molte altre città ancora di qua del Faro, delle quali avea la soprantendenza. Anzi di Napoli pur si narra, ch'essendo per la morte d'Antimio, che succedè a Teofilo nel Ducato napoletano, surta lite intorno all'elezione del nuovo Duca; essendosi i Napoletani divisi in fazioni, bisognò per sedarla ricorrere, non già all'Esarca di Ravenna, come faceasi prima, ma per esser quello mancato al Patrizio di Sicilia, il quale per quietare que' romori vi mandò Teoclisto per lor Duca; ma ben tosto costui ne fu levato dall'Imperadore, poichè pervenute le notizie in Costantinopoli di queste contese, subito fu mandato per Duca Teodoro Protospatario, al quale bisognò che Teoclisto cedesse il luogo. Donde ricava il Capaccio, o qual altro si fosse l'Autore dell'Istoria di Napoli, che i nostri Duchi o solevan mandarsi da Costantinopoli a dirittura, o eleggersi da Napoletani ed aspettare dall'Imperadore la confirma dell'elezione da essi fatta: ciò che Camillo Pellegrino ha troppo ben chiaramente dimostrato.
Da questa soprantendenza, che in questi tempi vediamo nella persona del Patrizio di Sicilia sopra queste regioni di qua del Faro, credo io, se in cose cotanto oscure sia lecito oltre avanzare le conghietture, che sia poi derivato presso a' nostri Principi Normanni e Svevi il costume di chiamar questa parte di qua del Faro anche col nome di Sicilia; onde poi i romani Pontefici, per maggior distinzione, avessero chiamato questo Regno Sicilia citra, e l'altro Sicilia oltre il Faro. Certamente sin da' tempi de' Normanni questo nome di Sicilia fu comune ad ambedue questi Regni; e se non vi è errore in quella carta rapportata dall'Ughello[378] di Rogiero Normanno, che fu fatta nell'anno del Mondo 6623, cioè intorno l'anno di Cristo 1115 ed istromentata in idioma greco a favor della chiesa di Santa Severina in Calabria, si vede che sin da que' tempi fu usato il nome di Sicilia citra farum, siccome sono le parole di quella, chiamandosi Rogiero Comes Calabriae, et Siciliae citra farum. Ciò che poi seguitarono i nostri Re normanni, e comunemente i Svevi, vedendosi che presso que' Re sotto il nome del Regno di Sicilia non men quella isola che questo nostro Reame era compreso: di che altrove se ne avrà un più lungo discorso.