Ma non potè molto Adalualdo goder di tanta quiete; poichè nell'ottavo anno del suo Regno, avendogli mandato l'Imperador Eraclio per Ambasciadore un tal Eusebio per trattar seco della pace e d'altre cose rilevanti, questi o per proprio consiglio, o pure per comandamento avuto dal suo Signore, mentre il Re usciva dal Bagno, gli porse una bevanda come a lui salutifera, la qual bevuta, cominciò ad uscir di senno, e ad impazzire[83]: il che scorgendosi dall'accorto Eusebio, diedegli a sentire, che dovesse per sua maggior sicurtà far morire i più potenti Longobardi. Questo consiglio, come giovane e stolto, essendo da lui abbracciato, fece uccider tosto dodici Nobili dei primi; la qual cosa scorgendo gli altri Longobardi, e veggendo non istar essi più sicuri dalla stolidezza di costui, avendo eccitato un gran tumulto, e gridandolo per empio e tiranno, lo discacciarono dal trono insieme colla Regina Teodolinda sua madre, ed in suo luogo riposero Ariovaldo Duca di Turino, che aveva per moglie Gundeberga sorella di Adalualdo.

Questo successo divise i Longobardi in due fazioni: Ariovaldo era sostenuto da que' Nobili, che tumultuarono, a' quali s'erano aggiunti tutti i Vescovi delle città di là del Pò, che a tutto potere studiavansi con altri d'ingrossare il lor partito. Adalualdo dall'altra parte era aiutato da Onorio Pontefice romano, il quale aveva forte cagione di sostenerlo, così per riguardo di Teodolinda, alla cui pietà doveva molto la Religione cattolica, come anche perchè Ariovaldo era da' Cattolici abborrito per l'eresia arriana, in cui era nato e cresciuto; e fu tanta l'opera d'Onorio, che tirò a se anche Isacio allor Esarca in Italia, ed obbligollo a restituir nel Trono Adalualdo con potente esercito. Proccurò anche toglier dal partito di Ariovaldo quei Vescovi, che lo favorivano, minacciandogli, che non lascerebbe impunita tanta loro scelleratezza; ma non veggendosi ridotta a compiuto fine l'opera d'Isacio, e morto opportunamente Adalualdo di veleno, ottenne finalmente Ariovaldo il Regno, ed essendo egli infesto a' Cattolici, cagionò in Italia non leggieri disturbi.

Nel Regno di costui, non passarono molti anni, che Teodolinda vedendosi così abbietta e priva d'ogni speranza di ricuperar la pristina dignità regale, piena di mestizia, d'estremo dolore venne a morte nell'anno 627: Principessa, e per le eccelse doti del suo animo, e per la sua rada pietà, degnissima di lode, e da annoverarsi fra le donne più illustri del Mondo, la quale non meritava esser posta in novella da Giovanni Boccacci nel suo Decamerone[84].

Ariovaldo regnò altri nove anni dopo la morte di Teodolinda, e morì, senza lasciar di se stirpe maschile, nell'anno 636. Per la qual cosa i Longobardi, convocati i Duchi, pensarono di crear un nuovo Re, nè vedendo chi dovesse innalzarsi al Trono, diedero a Gundeberga, come avevan prima fatto a Teodolinda, il poter ella creare per Re colui, che si eleggesse per marito. Gundeberga, come donna prudentissima e molto savia, elesse per suo marito e Re, Rotari Duca di Brescia, in questo stesso anno 636, secondo il computo del Pellegrini.

CAPITOLO VI. Di Rotari VII. Re; da cui in Italia furono le leggi longobarde ridotte in iscritto.

Rotari fu un Principe, in cui del pari eran congiunti un estremo valore ed una somma prudenza; ma sopra tutto fu grande amatore della giustizia; e se alcuna ombra di colpa rendè non chiari i suoi pregi, fu l'essere macchiato dell'eresia arriana; onde avvenne, che a' suoi tempi in molte città d'Italia erano due Vescovi, l'un cattolico e l'altro arriano[85].

Questo Principe fu il primo, che diede le leggi scritte a' suoi Longobardi[86], dal cui esempio mossi gli altri Re suoi successori, surse, col correr degli anni, in Italia un nuovo volume di leggi, longobarde chiamate, le quali nel Regno nostro ebbero un tempo tal vigore e dignità, onde fu forza, che le leggi romane retrocedessero. Ma prima che delle leggi longobarde facciam parola, convenevol cosa è, che si vegga lo stato, nel quale a' tempi di questo Principe, e de' Re suoi successori si era ridotta la giurisprudenza romana in Italia, e nelle province che oggi compongono il nostro Regno, ed in quali libri era compresa.

Giustiniano Imperadore, ancorchè avesse proccurato sparger per Italia i suoi volumi, e strettamente avesse comandato, che aboliti tutti gli altri, quelli solamente per Italia si ricevessero insieme colle sue costituzioni Novelle; nulladimeno l'autorità de' medesimi quasi si estinse insieme con lui; poichè egli morto, e succeduto Giustino, inettissimo Principe, ricadde Italia di bel nuovo in mano di straniere genti; e toltone l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma, que' piccioli di Napoli, Gaeta, d'Amalfi, ed alcune altre città marittime di Puglia, di Calabria e di Lucania, i Longobardi dominavano in tutte l'altre sue province, senza che gli altri Imperadori, che a Giustino succederono, molta cura si prendessero di ricuperarle, e tanto meno delle leggi di Giustiniano; anzi non vi mancarono di coloro, come si dirà a suo luogo, che o per invidia, o per emulazione cercarono anche nell'Oriente d'estinguerle affatto. S'aggiungevano in oltre, che presso a' Longobardi, per le continue guerre ira di essi accese, il nome de' Greci era abbominatissimo, e tutto ciò, che da loro procedeva, con somma avversione era rifiutato e scacciato. Quindi nacque, che se bene a' provinciali permettessero l'uso delle leggi romane, ed a' Romani di poter sotto le medesime vivere, con tutto ciò vollero, che quelle apprendessero dal Codice di Teodosio: onde presso i Longobardi fu in più stima e riputazione il Codice Teodosiano, che quello di Giustiniano[87].

Al che s'aggiungeva l'esempio de' Vestrogoti, che signoreggiavano allora la Spagna, i quali contenti del Codice fatto per ordine d'Alarico, e del Novello compilato dalle leggi de' Vestrogoti ad imitazion di quello di Giustiniano, non riconoscevan i costui libri.

S'aggiungeva ancora l'esempio de' Franzesi, i quali insino a' tempi di Carlo il Calvo, non riconobbero altre leggi romane, se non quelle, ch'erano racchiuse nel Codice Teodosiano, o nel suo Breviario fatto per ordine d'Alarico[88]. Anzi Carlo M. stesso, volendo ristorar la giurisprudenza romana, che a' suoi tempi era ridotta in istato pur troppo lagrimevole, posposti i libri di Giustiniano, si diede a riparare il Codice di Teodosio, e ad emendarlo, come mostrano quelle parole aggiunte al Commonitorio d'Alarico, che va innanzi al Codice Teodosiano: Et iterum anno XX. regnante Carolo Rege Franc. et Longobard. et Patritio Romano. E fu tanta la cura di questo glorioso Principe, ed il rispetto che tenne di questo Codice, che molte leggi di esso volle trasferire ne' suoi Capitolari[89].