Mentre che questo glorioso Eroe era intrigato in questa guerra con Alessio Comneno, ebbe pressanti e calde lettere dal Pontefice Gregorio[327], il quale nell'istesso tempo, che si rallegrava delle sue vittorie che riportava in Oriente, gli esponeva l'urgente bisogno che avea la Sede Appostolica del suo soccorso, e lo stato lagrimevole in cui trovavansi per le forze d'Errico. Il Duca era stato fin da che partì da Otranto avvisato de' sforzi d'Errico, il quale non essendo ancor partito da quella città, gli avea mandati Ambasciadori per tirarlo dalla sua parte; ma Roberto rimandatine tosto gli Ambasciadori, n'avea anche avvisato il Papa, con sentimenti sì obbliganti, sino a dichiararsi, che se non fosse già seguito l'imbarco delle sue truppe, l'avrebbe egli medesimo condotte alla volta di Roma; ma con tutto che lo stato de' suoi affari lo chiamassero necessariamente altrove, non perciò lasciava di raccomandar gl'interessi della Santa Sede al Conte Roberto suo nipote, ed al Conte Girardo suo grande amico[328].
Ma ora ch'erasi disbrigato dalla conquista di Corfù, e che in Bulgaria avea portate le sue vittoriose armi, avendo intesa l'urgenza del bisogno, con tutto che si trovasse nel colmo delle sue conquiste, le interruppe per girne a prestar al Papa quell'aiuto, che gli avea promesso: e lasciando il governo della armata al suo figliuolo Boemondo ed al Conte di Brienna, ripassò in Italia sopra due vascelli con un piccolo numero delle sue genti, e venne ad approdare in Otranto.
Per bramoso ch'e' si sentisse di marciare immantinente verso Roma, non potè farlo sì presto, e si contentò mandare al Papa una grossa somma di denaro, aspettando che fossero terminati nella Puglia gli affari, che richiedevano indispensabilmente la sua presenza; poichè alcune città, presa l'opportunità della sua lontananza, aveano proccurato sottrarsi dal suo dominio, e poco dopo la sua partenza da Otranto, gli abitanti di Troia e d'Ascoli, aveano incominciato i primi ad ammutinarsi, ricusando di pagar i tributi al suo figliuolo Ruggiero, ed alcune altre città, e molti Baroni aveano seguitato questo malvagio esempio, e nel tempo medesimo ch'egli sbarcava in Otranto, Goffredo Conte di Conversano andava ad assediare la città d'Oria. Ma appena vi giunse il Duca, che dissipò gli Assalitori, i quali abbandonando l'impresa si diedero alla fuga. Colla stessa facilità, colla quale fece togliere l'assedio d'Oria, punì la città di Canne, distruggendola interamente, per essersi ammutinata con più ostinazione dell'altre. Queste gloriose spedizioni acchetarono ne' suoi Stati tutti i movimenti sediziosi, che dianzi erano surti.
Nulla più avrebbe impedito d'andare a Roma, se non Giordano Principe di Capua. Questo Principe, avendo, come si disse, preso il partito d'Errico contro del Papa, signoreggiava la Campagna colle sue truppe, onde bisognava a Roberto, per passare in Roma, di toglier quest'ostacolo: ma questo valoroso Campione non solo fugò le nemiche truppe, ma portò l'assedio alla città d'Aversa per ridurla nelle sue mani. Giordano però difese la Piazza valorosamente; onde Roberto vedendo che non così presto poteva sperarsene la resa, sollecitando il Papa il soccorso, abbandonò l'assedio, ed in Roma portossi, ove trovò Gregorio strettamente assediato nel castello di S. Angelo, nell'istesso tempo che l'Imperadore e 'l suo Antipapa facevano tranquillo soggiorno nel Palagio di Laterano. Errico che si trovava in Roma con piccolo presidio, pensò uscir dalla città; Roberto all'incontro cinse Roma colla sua armata, e accostatosi sul bel mattino alla Porta di S. Lorenzo, che vide esser men guardata delle altre, fece appoggiar le scale alle mura, e montandovi sopra, aprì immantenente a tutta l'armata le porte. Ella passò senza difficoltà per le strade di Roma, e giunta al castel di S. Angelo, cavò fuori il Papa, e lo condusse onorevolmente al Palagio di Laterano[329].
I Romani del partito d'Errico restarono sorpresi d'una così valorosa azione; e quantunque da poi ripreso un poco di coraggio, avessero proccurato di ordire contro i Normanni una congiura, tosto Roberto v'accorse, e la ripresse in guisa, che i Romani costernati, risolvettero cercar pace al Papa, che loro la concedette.
Il famoso Guiscardo disbrigato da sì gloriosa impresa e sedati i tumulti, fece da poi uscir di Roma le sue truppe per ritornar in Puglia; ma Gregorio non fidandosi ancora de' Romani, e temendo d'esporsi un'altra volta a' loro insulti, risolvette di seguire l'armata de' Normanni ed il Duca Roberto. Partissi intanto egli da Roma seguitato da' Cardinali e da un gran numero di Vescovi, e fermatisi per alquanti giorni nel monastero di Monte Cassino, ove dall'Abate Desiderio furono splendidamente trattati, ritirossi in Salerno, senza voler giammai ritornar più in Roma, la cui fedeltà gli fu sempre sospetta.
§. I. Investitura data da Gregorio VII al Duca Roberto.
In questo viaggio, che fece il Papa col Duca Roberto, fu rinovata da Gregorio l'investitura, che questo Principe da Niccolò II, e da Alessandro suoi predecessori avea avuto del Ducato di Puglia e di Calabria e di Sicilia, la qual si legge nelle Epistole[330] decretali di questo Pontefice, e porta la data di Cepperano, luogo, che si rendè poi celebre, per lo tradimento, che quivi il Conte di Caserta fece al Re Manfredi. In questa investitura è da ammirare la fortezza dell'animo, e intrepidezza d'Ildebrando, il quale non ostante i così segnalati e recenti beneficj, che avea ricevuti da Roberto, non volle però acconsentire, con tutto che si trovasse in mezzo dell'esercito de' Normanni, di ampliare l'investitura al Principato di Salerno, al Ducato d'Amalfi, e parte della Marca Firmana, che avea Roberto conquistato dopo l'investitura di Papa Niccolò, e che allora possedeva; ma solamente volle investirlo di ciò che i suoi predecessori Niccolò ed Alessandro aveanlo investito, lasciando sospesa l'investitura per quest'altri luoghi.
E perchè per quest'atto non s'inferisse pregiudicio alle pretensioni delle parti, ciascuna espressamente riserbossi le sue ragioni. Roberto nel giuramento di fedeltà, che diede a Gregorio, promettendo d'aiutare la Sede Appostolica, e di difendere la regalia e le terre di S. Pietro contro tutte le persone, nè invaderle, nè cercare d'acquistarle, ne eccettuò espressamente Salerno, Amalfi e parte della Marca Firmana, sopra le quali, com'e' dice, adhuc facta non est diffinitio. All'incontro Gregorio nell'investitura dichiarò solamente investirlo di ciò, che i suoi predecessori Niccolò ed Alessandro gli avean conceduto, soggiungendo, de illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalphia, et pars Marchiae Firmanae, nunc te patienter substineo in confidentia Dei omnipotentis, et tuae bonitatis, ut tu postea exinde ad honorem Dei, et Sancti Petri, ita te habeas, sicut et te agere, et me suscipere decet, sine periculo animae tuae, et meae. Ciò che mostra quanto fosse accorto questo Pontefice, il quale nell'istesso tempo, che lasciava in sospeso Roberto, volle tenerlo anche a freno, per lo bisogno nel quale lo lasciava di lui, e de' successori suoi per aver di questi luoghi l'investitura; e di vantaggio volle mostrare essere de' soli Pontefici romani dare e togliere gli Stati altrui, e di giustificare o riprovare le conquiste de' Principi secolari a lor voglia, riputandogli giusti o ingiusti a lor talento; trovando ancora un mezzo assai ingegnoso tra gli acquisti giusti ed ingiusti, cioè di sostenere gli ingiusti possessori in confidentia Dei omnipotentis, acciochè, siccome coloro si portavano colla Chiesa romana, così i Papi si regolassero di dichiarargli giusti o ingiusti Conquistatori.
E vedi intanto a ch'era giunta in questi tempi l'autorità de' romani Pontefici, e la stupidezza de' Principi del secolo, i quali per timore ch'essi aveano delle censure, per tema di non essere deposti, ed assoluti i loro vassalli da' giuramenti, non si curavano dipendere dal loro arbitrio, e riconoscere in essi tanta autorità, per non vedere in sedizioni e ruine sconvolti i loro Stati, atterriti dall'esempio pur troppo recente dell'Imperador Errico, che avea veduto ardere di crudel guerra la Germania, perch'ebbe poco amico Gregorio.