In quest'istesso anno, come si è detto, accadde in Capua la morte di Pandulfo Capo di ferro, ed avendo la casualità portato, che il Vesuvio in quest'istessi tempi, siccome suole, eruttasse fuoco e fiamme, nacque appresso il volgo quella credenza, che quando da quel monte davansi cotali segni, o era preceduta o dovea seguire la morte di qualche uom ricco e potente ed insieme scellerato, e che la di lui anima era da' demonj per quella voragine portata all'inferno, la qual credenza ebbe origine, siccome sempre accadde in questi casi, dalla visione d'un Solitario, al quale, come narra Pier Damiano, parve aver veduta l'anima di Pandulfo esser portata da' diavoli al fuoco pennace dell'inferno[48]. Infatti Capo di ferro fu il più ricco e potente in queste nostre province, di quell'età: egli non solo fu Principe di Capua, di Benevento e di Salerno, ma era ancora Marchese di Spoleto e di Camerino, possedendo perciò poco men, che la metà di Italia[49]; ed ancorchè di lui si leggessero molte opere di pietà, d'aver in sommo onore avuto il Pontefice Giovanni XIII, e d'aver di molti doni e privilegi arricchito il monastero Cassinense in quel tempo che visse, che al dir di Lione Ostiense[50] fu il più accettabile per li Monaci; nulladimanco la visione di quel Solitario fece perdere tutta la stima a quelli fatti, e fece credere di avergli operati non per animo sincero di pietà e di religione, ma per mondani rispetti: al che s'aggiungeva l'enorme discacciamento dal Principato di Benevento di Landulfo suo nipote.

Così ancora, essendo negli anni seguenti accaduta la morte di Giovanni Principe di Salerno, che fu avo dell'ultimo Guaimaro, il qual nell'anno 1052 da' suoi fu ucciso; vomitando in quel tempo il monte fiamme, Giovanni, che vivea in questa credenza, disse: Procul dubio sceleratus aliquis dives in proximo moriturus est, atque in infernum descensurus: il che fu poco da poi accomodato all'istesso Principe Giovanni, il quale la vegnente notte si trovò inopinatamente morto in braccio d'una sua putta[51]; onde maggiormente presso il volgo crebbe quella credenza, che ha durato lungamente sino a' tempi de' nostri avoli, e di credere ancora scioccamente, che il Vesuvio fosse una bocca dell'inferno.

Ma ritornando in via, morto Pandulfo, lasciò come si disse in Benevento Landulfo IV suo figliuolo, al quale in sua vita avea egli aggiudicato quel Principato, ed anche per pochi mesi dopo la morte del padre resse Capua. Lasciò Pandulfo un altro suo figliuolo, Principe in Salerno, quegli, il quale era stato adottato da Gisulfo, e che dopo la morte di suo padre per alcuni mesi resse questo Principato; ed insieme altri suoi figliuoli Atenulfo Conte e Marchese, Landenulfo, Gisulfo, che fu Conte di Tiano, e Laidolfo[52].

Ma la morte di questo Principe tosto dissipò quell'unione, che non potea lungamente durare; poichè Pandulfo II che fu da lui discacciato dal Principato di Benevento, subito che l'intese estinto, volle vendicarsi del torto ricevuto, e discaccionne dal Principato Landulfo IV, appropriandosi a se Benevento, che poi lo trasmise a' suoi posteri; e Landulfo poco da poi finì ancora i giorni suoi; imperocchè Ottone avendo indrizzato il suo esercito (ch'era composto oltre di molte Nazioni, anche di Beneventani, fra' quali volle anche accompagnarsi questo Landulfo con Atenulfo suo fratello) verso Taranto per debellare i Greci ed i Saraceni ch'erano stati chiamati da' Greci in lor ajuto, nella battaglia che nel seguente anno 982 si diede, fu l'esercito d'Ottone disfatto, ed uccisi fra gli altri Principi Landulfo ed Atenulfo, e l'istesso Ottone appena potè scampare[53].

Quindi accadde, che al Principato di Capua, morto Landulfo, fossero succeduti Landenulfo suo fratello, ed Aloara sua madre, e che Ottone, rifatto come potè meglio il suo esercito, ritornato in Capua, confermasse questo Principato di Capua ad Aloara e a Landenulfo, che lo ressero dal suddetto anno 982 insino all'anno 993, quando morta quattro mesi prima Aloara, fu nel mese di aprile Landenulfo da' suoi miseramente ucciso[54].

Fu così infelice questa spedizione d'Ottone contro i Greci, e così grande la rotta data al suo esercito, che fu costante opinione, che se i Greci avessero saputo servirsi della vittoria, avrebbero insino a Roma portate le loro armi. Ma in questo conflitto, siccome i Greci s'avvidero della poca fedeltà de' Napoletani e degli altri loro sudditi, così, e molto più, Ottone imputava la perdita a' Beneventani ed a' Romani[55], (appresso i quali era venuto in abbominazione per l'enorme uccisione fatta di molti Proceri in quel convito, onde appo d'essi acquistossi il cognome di Sanguinario) i quali nel meglio della battaglia l'avean abbandonato. Quindi si narra, che nel seguente anno 983 ritornato Ottone a Capua, e rifatto al meglio il suo esercito, sopra Benevento improvvisamente lo drizzasse, e dato in questa città un memorabil sacco, per recar a' Beneventani maggior dolore gl'involasse l'ossa di S. Bartolomeo, di cui eran tanto divoti, ed in Roma le facesse condurre per trasportarle da poi in Germania; ma prevenuto dalla morte in quest'anno accadutagli in Roma, non potè condurre a fine il suo disegno, onde rimase in quella città; oggi nella medesima s'adorano in un tempio nell'isola Licaonia del Tevere, resa oggi assai più celebre al Mondo per quest'ossa, che per ciò che del suo sorgimento ne scrisse Livio nella sua incomparabile Istoria.

I Beneventani non possono soffrire ciò che di questa traslazione narrano Ottone[56] Frisingense, Goffredo di Viterbo[57], Biondo[58] ed il Sigonio[59], ed altri più moderni. Essi per l'autorità di Roberto Tuitense[60] appresso il Baronio e dell'Ostiense[61], vogliono che verso l'anno 1000, Ottone III non il II, essendo dal Monte Gargano ritornato a Benevento, avesse cercato a' Beneventani il corpo del S. Appostolo, i quali non avendo ardire di negarglielo, fossero ricorsi alla fraude, e tenendo ancor essi con somma venerazione il corpo di S. Paolino Vescovo di Nola, in vece di quello, gli avessero dato questo di S. Paolino: di che poi accortosi Ottone, grandemente offeso di tal frode, fosse di nuovo da poi ritornato in Benevento, ed avendo tenuta assediata per ciò questa città più giorni, non avendo potuto espugnarla, fu d'uopo che in Roma se ne tornasse. Ma Martino Polono[62], secondando il genio de' Romani, che lo vogliono nel Tebro, narra sì bene, che Ottone III dal Gargano ritornasse in Benevento; ma che a' Beneventani non altro, che il corpo di S. Paolino cercasse, i quali senza usar fraude alcuna glielo diedero. Così insorta fra' Scrittori moderni acerba contesa sopra quest'ossa, tra' Romani e' Beneventani, vengon due corpi in diversi luoghi adorati d'un medesimo Santo; ed i Napoletani pure pretendono, che il capo di questo Appostolo non sia nè a Roma, nè a Benevento, ma in Napoli nel monastero delle Monache di Donna Regina per donazione fattagliene da Maria moglie di Carlo II d'Angiò figliuolo di Carlo I, il quale dopo avere sconfitto Manfredi, da' Beneventani l'ebbe; ed il nostro Istorico Giannettasio il tiene per cosa certa, con tutto che accenni la fiera contesa, che sopra ciò ancor arde fra' Romani e' Beneventani. Ed abbiamo veduto in questi ultimi nostri tempi miseramente affannarsi sopra questo soggetto molti Scrittori, a' quali, da poi che si saranno affaticati a dimostrare, che sia stato questo corpo trasferito in Roma, ovvero esser rimaso in Benevento, molto più loro resta da travagliare per render verisimile, come fino dall'India, siccome narra Sigeberto, si fosse trasportato in Lipari. Ma tutte queste dispute, non essendo del nostro istituto, volentieri le lasciamo ad essi, a cui ben stanno.

CAPITOLO III. I Greci riacquistano maggior vigore nella Puglia e nella Calabria; ed innalzamento del Ducato di Bari, sede ora de' Catapani.

I Greci, che sotto gl'Imperadori Basilio e Costantino aveano contro Ottone II riportata così insigne vittoria, si ristabilirono più fermamente nella Puglia e nella Calabria; e reggendo queste province con molto vigore, distesero i confini di quelle sopra i Principati di Benevento e di Salerno, pretendendo ancora sopra i Principi longobardi esercitar sovranità. Ma avvertiti per le cose precedute dell'infedeltà de' loro sudditi, per tenergli a freno, pensarono a ben presidiarle. Temevano ancora, che i Germani sotto Ottone non tornassero ad assalirle; e che i Saraceni, ancorchè confinati in alcune rocche, non le turbassero colle solite loro scorrerie, giacchè fortificati nel Monte Gargano non tralasciavano, quando lor veniva fatto, di scorrere e scompigliar la Puglia. Edificarono perciò a questi tempi molti ben forti castelli. Fondarono nella Puglia piana una città, che chiamarono, per rinovare il glorioso nome d'Ilio, Troja: città che ancor dura, poichè anche i Normanni, dopo Melfi, la distinsero sopra tutte le altre città di quella provincia, che Capitanata ora si appella. Fondarono anche quivi Draconaria, Civitade, e Firenzuola, città ora distrutte, ed altre terre[63]. Per mantenere più in freno i loro sudditi, istituirono in Puglia un nuovo Magistrato chiamato in loro lingua Catapano, il quale avesse pieno potere, non ristretto da alcun limite, ma per se medesimo, senza chiederne permesso dalla Corte di Costantinopoli, potesse governare queste province con assoluto imperio. Bari, ove prima solevan risedere gli Straticò, fu assignata per sua sede, onde questa città si vide estollere il suo capo sopra tutte l'altre città della Puglia.

Donde questo nome di Catapano derivasse, il nostro Guglielmo Pugliese[64] ne fa derivar l'origine da questo stesso sterminato potere, che fu dato a questo Ufficiale, e dice, che si chiamasse Catapano,