Ma nel nostro Regno, particolarmente a tempo degli Angioini ligi de' romani Pontefici, i loro acquisti furono notabili, massimamente ne' tempi dello scisma, quando tutto il rimanente dell'Ordine Chericale era in poco credito, ed all'incontro tutto il credito era dei Monaci. Assaggiate ch'essi ebbero le comodità ed agi, che lor recavan le ricchezze, non trovaron poi nè modo nè misura, siccome è difficile trovarlo quando si oltrepassano i confini del giusto per estraricchire. Per vie più accrescerle e tirar la divozione de' Popoli inventarono molte particolari divozioni. I Domenicani istituirono quella del Rosario. I Francescani l'altra del Cordone. Gli Agostiniani quella della Coreggia; e gli Carmelitani l'altra degli Abitini; e poi al di loro esempio non mancarono l'altre Religioni d'inventar anch'esse le proprie insegne, chi Scapularii, e chi altre particolari divozioni; e per lo profitto che se ne traeva, diedero in eccessi, ciascuno innalzando l'efficacia ed il valore della propria insegna, con depressione dell'altre. I Domenicani esageravano il valor del Rosario. I Francescani a' loro Cordonati quello del Cordone. Gli Agostiniani a' suoi Coreggiati il proprio della Coreggia; ed i Carmelitani il loro degli Abitini; e con questo trassero non men gli uomini, che le donne a rosariarsi, a cordonarsi, a coreggiarsi, e ad abitiniarsi, e ad ergere proprie Cappelle, Congregazioni, favorite sempre da' romani Pontefici con indulgenze plenarie, e remissione di tutti i peccati ed altre prerogative.
(Non dee alcun credere, che questi vocaboli di Coreggiati, Rosariati, Cordonati, ec. siansi posti per derisione; poichè così si nominano nelle Bolle stesse Papali, da' Canonisti e da' Curiali stessi di Roma. Il Cardinal de Luca, ch'essendo Avvocato in Roma, ebbe sovente a difender liti istituite in quella Curia o dagli uni o dagli altri in più suoi discorsi, non si vale di altri termini. Leggasi il Tamburino[248], ove rapporta più Bolle di sommi Pontefici, che così gli chiamano, con darne di più la derivazione, scrivendo, che le donne si chiamano Corrigiatae ec. quatenus Corrigiam S. Augustini cingunt. E lo stesso ripete nella disp. 7 qu. 10 n. 4. Il Cardin. de Luca[249] fa un Catalogo di questi nomi, li quali non altronde derivano, che da simiglianti cagioni: Quae appellari solent (ei dice) Conversae, Tertiariae, Biguinae, Corrigariae, Mantellatae, Pinzoncheriae, Canonissae, Jesuitissae ec., ciochè sovente questo medesimo Scrittore rapporta in altri suoi discorsi, particolarmente de Jurisdictione, part. 1 disc. 45 n. 3 ed altrove).
E fu tanta sopra ciò la loro emulazione, che ciascuno guardava l'altro perchè non si valesse della sua insegna per tirar a se la gente, ovvero s'ingegnasse d'introdurne un'altra simile a quella: e sovente vennero a contrasti, e ad istituirne liti in Roma, insino se un Francescano tentava all'immagine di nostra Signora farvi dal dipintore aggiungerci un Rosario denotante nuova istituzione, sicchè per quella si scemasse il concorso a' Domenicani, e s'accrescesse agli emoli Francescani. Frat'Ambrogio Salvio da Bagnuolo dell'Ordine de' Predicatori famoso Oratore e poi Vescovo di Nardò, cotanto per le sue prediche grato all'Imperador Carlo V ed al Pontefice Pio V, ed a cui i Napoletani eressero una statua di marmo nella Chiesa dello Spirito Santo, che fu zio del Dottor Alessandro Salvio, celebre ancor egli per lettere e per lo famoso trattato, che compilò del Giuoco degli Scacchi; perchè il rosariare fosse solo de' Domenicani, e non potessero altri arrogarsi tal facoltà, ebbe nell'anno 1569 ricorso al Pontefice Pio V da cui ottenne Bolla[250], per la quale fu interdetto e vietato a tutti gli altri d'ergere Cappelle e Confraterie del Rosario; e che tal facoltà fosse solamente del Generale dell'Ordine di S. Domenico, o suoi Deputati, concedendola ancora per ispezial favore al medesimo Frat'Ambrogio.
Per l'occasione di queste particolari divozioni per maggiormente infiammar i devoti, s'inventavano molti finti miracoli, ed oltre di predicargli a voce, se ne compilavano libri, tantochè, siccome avvertì Bacon di Verulamio[251] per questa parte resero l'istoria ecclesiastica così impura, che vi bisogna ora molta critica, e gran travaglio per separare i finti miracoli dalli veri. Cotali furono i principj di questi nuovi acquisti in questo decimoterzo secolo, i quali ricevettero molto maggiore augumento per tutto il tempo, che fra noi regnarono gli Angioini, gli avvenimenti de' quali bisognerà riportare ne' seguenti libri di quest'Istoria.
FINE DEL LIBRO DECIMONONO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO VENTESIMO
I Franzesi al tempo della declinazione dell'Imperio romano abitarono quel paese volto al Settentrione che tra la Baviera e la Sassonia, si distende lungo le rive del Reno, e che sino al presente Franconia dal nome di questa Nazione vien nominato. Indebolito l'Imperio, e cessato lo spavento della potenza romana, invitati dall'esempio degli altri Popoli vicini, deliberarono colla forza dell'armi procacciarsi più comodo vivere, e più larga e fertile abitazione; ed avendo eletto in loro Re Faramondo, uno de' figliuoli di Marcomiro, sotto la di lui condotta, passato il Reno, si volsero alla conquista delle Gallie intorno l'anno 419 lasciando il dominio della Franconia al vecchio Principe Marcomiro. Clodione figliuolo di Faramondo distese le conquiste, e cominciò a signoreggiar quella parte delle Gallie, che più propinqua alle rive del Reno, Belgica vien nomata. Successe a costui Meroveo, non si sa di certo, se fratello, o se figliuolo di lui, ma prossimo al sicuro e congiunto di sangue, il quale con valorosi progressi, dilatandosi nelle parti della Gallia Celtica propagò l'imperio de' suoi Franzesi sino alla città di Parigi, e giudicando aver acquistato tanto, che bastasse a mantenere i suoi Popoli, ed a formare un giusto, e moderato governo fermò il corso delle sue conquiste, e rivoltato l'animo a' pensieri di pace, abbracciò ambedue le Nazioni sotto al medesimo nome, e con leggi moderate e con pacifico governo, fondò e stabilì nel possesso delle Gallie il Regno de' Franzesi.
Continuò con ordinata successione la discendenza Reale in questa prima stirpe de' Merovingi, insino all'ultimo Re Chilperico. Pipino la trasferì poi nella famiglia de' Carolini; ma essendo questa seconda stirpe mancata, Ugo Capeto diede principio alla terza, detta perciò de' Capeti: di cui nacquero i Filippi ed i Luigi per cui la Francia fu gran tempo governata; ed essendosi continuata per molti secoli la successione in questa stirpe, pervenne a questi tempi alla possessione del Regno il Re Lodovico IX di questo nome, quegli il quale per l'innocenza della vita e per l'integrità de' costumi, meritò dopo la morte d'essere ascritto tra' Santi. Fratello di questo Re fu Carlo Conte di Provenza e d'Angiò, il quale per le cagioni nel precedente libro esposte, essendo stato invitato alla conquista del Regno, con prosperi avvenimenti ridusse l'impresa a compiuto fine, e stabilì in Puglia ed in Sicilia il Regno degli Angioini.
Nel narrare i successi ed i cambiamenti del governo civile accaduti nel Regno loro, serbarò, contro il costume degli altri Scrittori, maggior brevità di quel che sinora abbiam fatto. La dovizia istessa e copia grande delle loro memorie lasciateci, e 'l veder la maggior parte d'esse notate in molti volumi di nostri Autori, e d'essersene tessute più istorie, mi fa sperare, che rese ormai note e divulgate, di non mi si dovere imputare a difetto l'averle in parte taciute. De' fatti degli Angioini, e degli altri seguenti Re, molto da' nostri si trova scritto: de' predecessori nostri Principi molto poco, e tutto intrigato. Ciò nacque da più cagioni: principalmente per non avere i Principi normanni e gli svevi fermata la loro Sede regia in Napoli, o in altra città di queste nostre province, e d'esserci perciò mancati delle loro memorie pubblici Archivii. Le tante guerre poi, e revoluzioni accadute; gl'incendi, e' saccheggiamenti di quelle città, che avrebbero potuto conservargli, come di Capua, Benevento, Salerno e Melfi; e finalmente la barbarie e l'ignoranza de' Scrittori mal disposti a tesserne istoria, ne cancellarono quasi ogni memoria. Molto perciò dobbiamo a' monasterj della Regola di S. Benedetto, e sopra tutto a quello di Monte Cassino, in cui serbansi le memorie più vetuste anche de' Goti, essendo il più antico Archivio che abbiamo nel Regno; ed a' due altri della Trinità della Cava, e di Monte Vergine, dove sta raccolto quanto mai de' Normanni è a noi rimaso. Molto ancora dobbiamo a' loro Monaci; poichè qualche antica Cronaca, e qualche mal composta Istoria ad essi la dobbiamo. De' Re della illustre Casa di Svevia, per aver avuti costoro nemici i Pontefici romani, gli Scrittori italiani, che per lo più furono Guelfi, ne scrissero con molto strapazzo, con gran pregiudizio della verità; e se qualche straniero, o qualche Cronaca novellamente trovata, non vi rimediava, si sarebbe nella medesima ignoranza e pregiudicj.