Nè la succession feudale fu alterata, ma intorno a ciò furono osservati i Capitoli del Regno e le grazie concedute poi da' nostri Baroni. Nè furon ricevuti quelli d'Onorio, se non in alcuni casi, dove l'equità e la ragione v'avea luogo, e quando si stimavano ragionevoli. Quindi l'istesso Andrea d'Isernia disse: Quod illa non servantur, nisi quatenus sunt rationabilia; onde chiamò questi Capitoli Oratoriali, perchè non aveano presso di noi forza alcuna di legge; ma alcuni erano osservati più per forza d'equità e di ragione, che di legge.

Sebastiano Napodano credette, che questi Capitoli perderon tutta la forza nel tempo del Re Roberto, nella quale opinione par che inclini Rainaldo, dicendo che per non esser stati poi osservati accaddero quelle miserie e calamità, delle quali si duole il Summonte[472]; ma dalle cose di sopra dette, ben si conosce, che molto tempo prima di Roberto, nel Regno stesso di Carlo II non furono osservati.

Per questa cagione avvenne ancora, che i Compilatori de' Capitoli del Regno gli esclusero da quella compilazione, e solo quelli fatti dal Principe Carlo nel Piano di S. Martino vi posero, insieme con gli altri Capitoli di tutti i Re angioini. Così ancora quando il Re Giacomo di Sicilia ordinò per quel Regno i suoi Capitoli, volendo concedere a' Siciliani ciò, che avea conceduto a' nostri Regnicoli si valse d'alcuni di questi; e perchè avessero in quell'isola forza di legge, bisognò, che tra' suoi Capitoli gl'inserisse, come fece del Cap. si aliquem, del Cap. de Collectis, De frequenti mutatione monetarum, cap. 10. De matrim. libere contr. cap. 32 e simili: ond'è, che Cumia, che commentò que' Capitoli, disse parlando del Cap. si aliquem, che quello non s'osservava nel Regno di Napoli, ma sì bene in Sicilia per ordinamento di quel Re. E quindi prudentemente fece il Reggente Tappia, che nella compilazione delle leggi del Regno, ne escluse affatto questi Capitoli, come quelli, che non ebbero in esso forza alcuna di legge.

Si vide perciò ancora, che a tempo degli Aragonesi, eretto che fu il Tribunal Supremo del S. C. quando erano allegati dagli Avvocati, testifica il Reggente Moles, che non si decise mai causa in vigor di questi Capitoli; per la qual cosa non possiamo non maravigliarci del Reggente di Ponte, che a torto vien reputato per uno de' maggiori sostenitori della regal giurisdizione, il quale nel suo trattato, De potestate Proregis[473], non s'arrossì di dire, che più tosto per desuetudine, che perchè non avessero avuta forza di legge, questi Capitoli non fossero osservati: soggiungendo in oltre, che Papa Onorio, come diretto padrone del Regno, con volontà di Carlo II utile Signore di quello, avesse potuto stabilir leggi nel Regno.

Termina in fine Rainaldo[474] il suo discorso, con un ricordo, che dà a' Principi, insinuando loro di essere ubbidienti alle leggi de' Sommi Pontefici, qualora si pongono a riformar i loro Stati, ponendo loro avanti gli occhi quest'esempio, che siccome per essere stati violati questi Capitoli, accaddero, al suo credere, nel nostro Regno tante calamità e miserie; così devono essi essere ossequiosi e riverenti alle leggi de' Pontefici, se non vorranno vedere i loro Regni dissoluti, ed andare in desolazione e ruina. Terminiamo perciò ancor noi questo discorso con un altro consimil ricordo a' Principi, di guardarsi molto bene a commettere la cura ed il governo de' loro Stati ad altri, che a se stessi ed ai loro più fedeli Ministri; poichè se o per riverenza, o per bisogno vorranno farci intrigare i Pontefici, ancorchè si cominci per poco, essi poi per la propria esquisita diligenza, quel che prima era consiglio o divozione, lo mutano in autorità e dominio, e fanno sì, che da Padri divengono Signori, ed essi da figliuoli divengono servi; e chiarissimo documento sarà loro, quel che a' tempi de' Normanni, e molto più nel Regno degli Angioini è accaduto al Regno nostro, nel quale i Pontefici Romani vi pretesero esercitare assai più ampio ed indipendente imperio, che non osarono i nostri medesimi Principi; e non pur sopra i nostri Baroni e Regnicoli, ma sopra i Regi stessi osarono stendere la loro alta ed imperiosa mano.

CAPITOLO II. Negoziati fatti in Inghilterra, e ad Oleron in Bearn, per la scarcerazione del Principe Carlo; sua incoronazione e tregua fatta col Re Giacomo di Sicilia.

Mentre ardea la guerra in Sicilia ed in Calabria, tra il Conte d'Artois ed il Re Giacomo, che s'avea già fatto incoronar Re in Palermo: il Principe di Salerno, considerando, che per mezzo della guerra le cose doveano andar in lungo, desideroso della libertà, e di ritornare al Regno paterno, mandò a sollecitare la Principessa sua moglie, che mandasse Ambasciadori a Papa Onorio e ad Odoardo Re d'Inghilterra, pregandogli, che volessero trattare la libertà sua col Re Alfonso. Odoardo con molta amorevolezza e diligenza cominciò a trattarla, prima per mezzo d'Ambasciadori, e poi con la sua propria persona, essendo andato fino ad Oleron in Bearn a trovare Alfonso, dove il Papa vi mandò ancora un Legato appostolico. Negli Atti d'Inghilterra fatti a' tempi nostri stampare dalla Regina Anna, si leggono molti atti e lettere riguardanti le negoziazioni d'Odoardo per la libertà di questo Principe, ed i principali sono gli articoli, sui quali Odoardo convenne ad Oleron col Re di Aragona. Gli articoli e condizioni, dopo molte discussioni accordati, furono questi.

Che prima, che il Principe uscisse da' confini del Regno d'Aragona, facesse consegnare per ostaggi tre suoi figliuoli, Luigi secondogenito, che fu poi Vescovo di Tolosa, e dapoi santificato: Roberto terzogenito Duca di Calabria, che fu poi Re: e Giovanni ottavogenito, che fu poi Principe della Morea; e sessanta altri Cavalieri provenzali ad elezione del Re di Aragona.

Che pagasse trentamila marche d'argento.

Che proccurasse, che il Re di Francia facesse tregua per tre anni, e che Carlo di Valois fratello del Re, ch'era stato da Papa Martino IV investito del Regno d'Aragona e di Valenza, cedesse ad Alfonso tutte le ragioni, e restituisse tutte quelle Terre, che Filippo suo padre prese nel Contado di Rosciglione e di Ceritania, ch'ancora si tenevano per lui.