Il Principe intanto, vedendo che si portava in lungo il trattato, non volle perder tempo di reintegrare al suo Contado d'Andria, ciò che con ragione speziale se gli apparteneva; e perciò restituì a quello la Guardia Lombarda, ch'era delle pertinenze di quel Contado, e che ancora era rimasa in potere delle genti Papali. Si mostrarono i Cardinali, avuta tal notizia, offesi per tal novità, e ch'era volergli deludere e rompere con ciò ogni trattato. I Legati del Principe rispondevano, che ciò non era violar i trattati, perchè Manfredi, ciò che avea fatto, avealo fatto come Conte di Andria, non già come Balio; non avendo fatto altro, che reintegrare al suo Stato quella Terra, la quale, come narra l'Anonimo, erat de speciali jure ipsius Principis, e che ciò non dovea dispiacere al Pontefice.

Ma ancorchè i Cardinali sotto questo pretesto mostrassero le loro doglianze, non era però per altro la loro dispiacenza, se non perchè vedendo approssimarsi tanto Manfredi col suo esercito, temevano che finalmente non s'incamminasse verso Napoli: ed in fatti erano entrati perciò in tanta costernazione, che il Pontefice con tutta la sua Corte pensavano imbarcarsi, ed uscire da quella città; per la qual cosa avvertirono gli Ambasciadori del Principe, a dovergli fare intendere, che se veramente egli voleva la pace colla Chiesa, partisse col suo esercito dalla Guardia Lombarda, e ritornasse in Puglia.

Gli Ambasciadori, accortisi del lor timore, gli promisero di voler scrivere a Manfredi, che ritornasse in Puglia, come fecero; ma nell'istesso tempo in secreto gli significarono, che se egli s'incamminava verso Napoli, per la paura entrata nelle genti del Papa, con facilità l'avrebbe disfatte, e si sarebbe impadronito di Terra di Lavoro. Manfredi avuta tal notizia, era disposto, ancorchè impedito dalle tante nevi cadute di passare in Terra di Lavoro: ma lo ritenne l'avviso importuno in quell'istante sopraggiuntogli d'una sollevazione scoverta in Terra d'Otranto di coloro di Brindisi, i quali essendosi sollevati, aveano sorpresa Nardò, e fatta molta strage di que' Cittadini e di soldati, ch'erano comandati da Manfredi Lancia, che il Principe suo consanguineo avea creato Capitano in Terra d'Otranto; laonde convenne a Manfredi rivocar il suo proponimento, e volle incamminarsi verso Brindisi, come fece, lasciando la Guardia, e venne con ciò a soddisfare alla volontà del Pontefice.

I Cardinali, veduto lui allontanato, ed implicato a questa nuova impresa in Terra d'Otranto, si raffreddarono per la pace, nè per ciò i Legati di Manfredi poterono conchiuder niente; anzi il Papa creò allora un'altro Legato della Sede Appostolica per lo Regno, che fu Ottaviano di Santa Maria in Via Lata, Diacono Cardinale, il quale appena fu fatto, che subito cominciò ad unire gente, per formar un competente esercito da opporsi a Manfredi: di che avvedutisi i suoi Legati, tosto partirono da Napoli, e andarono a ritrovar il Principe, il quale già era per incamminarsi verso Brindisi, e gli esposero ciò che il Papa per mezzo del nuovo Legato intendeva di fare, e di essersi rotto ogni trattato.

Manfredi, perciò non intimorito, volle proseguire l'impresa; e cinse d'assedio Brindisi capo della ribellione, alla qual città eransi unite molte altre di Terra d'Otranto come Oria, Otranto, Lecce e Mesagna, e devastando il terreno d'intorno, abbattè e demolì Mesagna, fece ritornar Lecce sotto la sua ubbidienza, ed all'assedio d'Oria tutto si rivolse.

Or mentre questo Principe era tutto inteso a sedare queste rivolte, altre nuove revoluzioni lo chiamarono in altre più rimote parti, in Sicilia ed in Calabria.

Era a questi tempi il governo di queste Regioni commesso ad un solo Moderatore, il qual era, come si disse, Pietro Ruffo di Calabria Conte di Catanzaro. Questi essendo di fortuna assai povera, fu a' tempi dell'Imperador Federico ammesso nella sua Corte[50]; indi tratto tratto crescendo nella grazia di Federico, fu fatto suo intimo Consigliero, e finalmente Maresciallo del Regno di Sicilia. Morto Federico, fu da Manfredi dato per Balio ad Errico, perchè governasse la Calabria e la Sicilia in suo nome. Fu da poi da Corrado fatto Conte di Catanzaro, e confermato nel governo di quelle province; ma morto Corrado, mal sofferendo il Baliato di Manfredi, diede di se gravi sospetti d'essersi confederato col Pontefice Innocenzio IV a' danni del Re Corradino; e mostrò sempre avversione con Manfredi, ed ora più che mai, che lo vedeva potente in Puglia, gli avea sconvolta la Sicilia non meno che la Calabria per mezzo di Giordano Ruffo suo nipote. Questi essendosi con molta gente afforzato in Cosenza, teneva sotto la sua divozione tutta la provincia di Val di Crati, e Terra Jordana, in guisa che il nome del Principe Manfredi, non solo non era temuto, ma avuto in niun conto; anzi erasi scoverto un trattato, che passava con molta secretezza tra lui ed il Pontefice Alessandro, di darsi la Calabria in mano della Chiesa, e già andavano, e ritornavano messi per compire il trattato[51].

Manfredi avvisato di queste insidie da alcuni Cosentini, e da Gervasio di Martina, tosto mandò sue truppe in Calabria, e ne fece Capitano Corrado Truich, al quale insieme col suddetto Gervasio impose, che guardasse quella provincia. Furono da questi valorosi guerrieri dopo varj successi, descritti diffusamente dall'Anonimo, finalmente poste quelle province sotto l'ubbidienza del Re Corrado; ed avendo l'esercito di Manfredi soggiogata quasi tutta la Calabria, fu anche espugnata Messina; e Reggio tosto si pose sotto l'ubbidienza del Principe, il quale intanto mentre per suoi Ministri guerreggiava in Calabria e in Sicilia, non tralasciò l'assedio d'Oria, e di ridurre le città di Terra d'Otranto ribellanti alla sua divozione.

Ma mentre Manfredi era intento all'assedio d'Oria, e teneva le sue forze divise in varie parti di Calabria e di Sicilia, Ottaviano Legato della Sede Appostolica avea già ragunato un grand'esercito per invadere la Puglia; ed era il numero delle truppe, che lo componevano, sì grande, che obbligarono Manfredi abbandonare quell'assedio, e portarsi in Melfi, per resistere a quel torrente, che veniva ad inondarlo. Unì per tanto il Principe, come potè meglio, i suoi Tedeschi e Saraceni: ed ancorchè il suo esercito di numero cedesse a quello del Legato; nulladimeno per lo valore de' suoi soldati, con intrepidezza mirabile se gli fece incontro, invitandolo a battaglia. Ma l'esercito papale, alla cui testa era il Legato, non volle mai accettar l'invito, e sol fronteggiava quello del Principe, non venendosi per più tempo a niun fatto d'arme.

Intanto sotto la condotta dell'Arciprete di Padova, che il Legato avea fatto suo Vicario, erasi ragunato un altro esercito per l'impresa di Calabria; poichè Pietro Ruffo scacciato da Messina, e fuggitivo da Calabria era ricorso al Pontefice Alessandro, animandolo all'impresa di Calabria. S'aggiunsero ancora gli acuti stimoli di Bartolommeo Pignatelli, creato allora dal Papa Arcivescovo di Cosenza, il quale per l'odio implacabile, che teneva con Manfredi, fu dal Pontefice Alessandro riputato istromento abilissimo per poterlo impiegare insieme con Pietro Ruffo a quella impresa. Accoppiossi ancora a costoro Bertoldo Marchese di Honebruch, al quale Alessandro, per maggiormente adescarlo, avea conceduta l'investitura del Contado di Catanzaro, tolto da Manfredi a Pietro Ruffo[52].