§. II. De' Nunzj, ovvero Collettori Appostolici residenti in Napoli.
Sin da' tempi del Re Carlo I d'Angiò hassi dei Nunzj della Sede Appostolica residenti in Napoli memoria, leggendosi ne' regali Archivi della Zecca, che il Re Carlo I nell'anno 1275 per supplica datagli da Maestro Sinisi Cherico della Camera del Papa, e Nunzio della Sede Appostolica, incaricò a Carlo Principe di Salerno, che facesse consegnare al Proccuratore del Nunzio suddetto alcune robe sequestrate, non ostante le pretensioni del Secreto di Terra di Lavoro e d'altri creditori, per essersi questi nella sua Curia concordati col Nunzio[156]. Consimili carte si leggono del Re Roberto, ove fassi menzione de' Nunzj a tempo di Clemente V; facendo questo Re nel 1311 dar il braccio a M. Guglielmo di Balacro Canonico della chiesa di S. Alterio, ed a Giovanni di Bologna Cherico della Camera del Pontefice Clemente V Nunzi deputati per due Brevi dal suddetto Pontefice ad esigere e ricevere i censi alla romana Chiesa dovuti per qualunque cagione, legati, beni, decime ed altro[157]. Siccome nell'anno 1335 fece dar il suo ajuto e favore a M. Girardo di Valle Diacono della maggior chiesa di Napoli, e Nunzio destinato dalla Sede Appostolica in questo Regno per eseguire alcuni affari commessili dalla medesima[158]; e nel 1339 si leggono altre lettere di questo Re, colle quali si dà il placito Regio, ed ogni favore al suddetto Nunzio per eseguire le sue commessioni[159].
Ma questi Nunzj erano destinati per Collettori delle entrade, che nel Regno teneva la Sede Appostolica, la quale sin da' tempi antichi, come si disse nel IV libro di quest'Istoria, avea in Napoli ed in alcune sue province particolari Patrimoni, i quali col corso di più secoli s'andarono sempre avanzando. Ma insino al Pontificato di Giovanni XXII non estesero la loro mano ne' beni delle sedi vacanti; poichè siccome fu altrove avvertito, anche nella investitura data a Carlo I ancorchè si proccurasse togliere a' nostri Re l'uso della Regalia, che avevano nelle loro Chiese vacanti, i Re di Francia e d'Inghilterra; nulladimanco, intorno a' frutti di tali chiese, niente fu mutato contro l'antica disciplina, leggendosi nell'investitura[160]: Custodia Ecclesiarum earumdem interim libere remanente penes personas Ecclesiasticas JUXTA CANONICAS SANCTIONES; le quali parole certamente importano, che i beni del morto Prelato o de' Beneficiati, dovessero conservarsi a' futuri successori, poichè così ordinano i Canoni. Ciocchè parimente stabilì Papa Onorio nella sua Bolla e ne' suoi Capitoli, siccome altrove fu rapportato. Nel Pontificato adunque di Giovanni, negli anni del Regno di Roberto, non volendo questo Principe contrastare alla cupidigia di colui sempre intento a cumular denari, stesero i Nunzj appostolici la lor mano anche ne' beni delle Chiese vacanti, ed in vece di lasciarli a' successori, gli appropriavano alla Camera Appostolica. Ciocchè una volta introdotto, fu poi continuato da Benedetto XII suo successore, a cui Re Roberto non era men tenuto, che a' suoi predecessori, avendogli questo Papa confermata la sentenza che riportò da Clemente V, colla quale l'avea preferito nella successione del Regno al Re d'Ungheria. Quindi è, che nel regal Archivio della Zecca leggiamo più carte di questo Re, per le quali a tali Collettori, in vece di fargli in ciò ogni ostacolo, si dà loro tutto l'ajuto e favore. Onde leggiamo, che questo Re a' 28 di novembre dell'anno 1339 ordinò a tutti gli Ufficiali del Regno, che a Guglielmo di San Paolo costituito dalla Sede Appostolica per Collettore delli frutti ed entrade delle Chiese e beni ecclesiastici vacanti de' Pastori, e Rettori nel Regno, gli diano ogni ajuto, e favore intorno al raccogliere, e ricuperare i suddetti frutti, ed entrade per beneficio della Chiesa romana. E nel 1341 a' 26 di giugno comandò parimente a tutti gli Ufficiali del Regno, che dessero ogni ajuto e favore a M. Raimondo di Camerato Canonico d'Amiens, ed a Ponzio di Paretto Canonico Carnutense, Nunzj deputati in Avignone dal Pontefice Benedetto XII per Commessarj per la Sede Appostolica a ricevere in nome della Camera Appostolica li beni mobili e tutti i lor crediti e ragioni, che aveano lasciati a tempo della loro morte Raimondo Vescovo Cassinense e Lionardo Vescovo d'Aquino[161].
Donde si scorge, che siccome era maggiore la soggezione, che ebbero i nostri Re angioini alli pontefici d'Avignone, che quella de' Re di Francia, così fecero valere assai più nel nostro Regno le loro leggi, che in Francia istessa. In Francia, come rapporta Tommasino[162], Clemente VII fu il primo, che sedendo in Avignone tentò introdurre in quel Regno gli Spogli e le incamerazioni de' frutti nelle vedovanze delle chiese per la morte de' Vescovi, e de' monasteri per la morte degli Abati; e ciò fece per mantenere la sua corte in Avignone, e trentasei Cardinali suoi partigiani, nel tempo dello Scisma, mentre in Roma sedeva Urbano VI[163]. Ma il Re Carlo VI con un suo editto[164] promulgato l'anno 1386 rendè vano questo sforzo. In conformità del quale furono spedite le patenti e lettere regie nell'anno 1385 e rinovate nel 1394, donde avvenne, che in Francia si fosse posto agli spogli affatto silenzio; ed ancorchè Pio II volesse rinovar in Francia le leggi degli Spogli, Luigi XI nel 1463 parimente le ripresse[165].
Ma presso di noi la legge degli Spogli fu più antica: ed i romani Pontefici molto tempo prima lo tentarono, leggendosi dalle Costituzioni di Bonifacio VIII, di Clemente V nel concilio di Vienna, e di Giovanni XXII che alle querele di molti, per gli abusi, ed inconvenienti deplorabili che seco recavano, furono costretti a proibirgli, donde si vede che molto prima s'erano cominciati a tentare; ma secondo la resistenza più o meno de' Principi, regolavano quest'affare. Dai nostri Re Angioini non vi ebbero resistenza veruna, anzi agevolavano l'impresa, e gli davano più tosto aiuto e favore. E quantunque dal pontefice Alessandro V nel concilio di Pisa e dal Concilio di Costanza, approvato poi da Martino V anche per concordia avuta colle nazioni che si opponevano, si fossero gli Spogli tolti; nulladimanco presso di noi non si rimediò all'abuso, se non nel Regno degli Aragonesi, come diremo al suo luogo.
Furono ancora i nostri Re Angioini e precisamente Roberto, ossequiosissimi a' Papi Avignonesi ed alle loro leggi, e quando la Germania poco conto faceva delle compilazioni, che sursero in questo secolo delle Clementine e delle Estravaganti, presso di noi però ebbero per le cagioni addottate, tutta la forza e vigore.
§. III. Delle compilazioni delle Clementine e delle Estravaganti.
Sursero in questo XIV secolo nuove compilazioni del diritto pontificio. Acciocchè i Papi d'Avignone non fossero, anche in ciò, meno che i Papi di Roma: Clemente V racchiuse in cinque libri le sue Costituzioni, e quelle stabilite nel Concilio di Vienna; e tenendo nel mese di marzo dell'anno 1313 pubblico concistoro nel castello di Montilio, vicino la città di Carpentras, gli fece pubblicare; ma infermatosi poco da poi e morto nel seguente mese d'aprile, non ebbe tempo di mandargli alle Università degli studj, perchè nelle scuole s'insegnassero, e per quattro anni rimasero sospese. Giovanni Aventino[166], per relazione avutane da Guglielmo Occamo, scrisse, che Clemente nel punto della morte, considerando, che quelle Costituzioni contenevano molte cose contrarie alla simplicità cristiana, ordinò che s'abolissero; ma il suo successore Giovanni XXII trovatele a proposito del suo genio di congregar tesori, le fece nel mese di ottobre dell'anno 1317 pubblicare; e le trasmise alle Università degli studj, ordinando per sua Bolla[167], che quelle si ricevessero non meno nelle scuole che ne' Tribunali. Sortirono due nomi di Clementine, e per non confonderle col sesto, furono anche chiamate settimo delle decretali, come le chiamarono Giovanni Villani[168], Aventino, Michel di Cesena ed altri[169].
Non soddisfatto appieno Giovanni XXII di questa compilazione, volle alle Costituzioni di Clemente aggiungere venti altre delle sue, le quali furono chiamate utili e salutifere, a cagion dell'utilità grande, che recavano alla sua Corte; e poichè senz'ordine vagavano fuori del corpo dell'altre raccolte, furono chiamate Joannine[170], come eziandio le chiamò Cuiacio[171]; ed intorno all'anno 1340 furono per privata autorità raccolte insieme, nè furono ricevute da tutti per pubblica autorità. Questo Pontefice vien riputato ancora autore delle regole della Cancelleria[172], inventore delle scandalose Annate, e d'altri sottili ed ingegnosi ritrovamenti per cumular ricchezze. Al di lui esempio gli altri Pontefici suoi successori, ne stabilirono delle altre, come Eugenio IV, Calisto III, Paolo II, Sisto IV ed altri; onde da poi per privata autorità se ne fece di tutte queste estrazioni raccolta, che fu al corpo del diritto pontificio aggiunta, ed ebbero non meno che le decretali i suoi Chiosatori e commentatori[173]. Ma non da tutte le nazioni furono ricevute: e Guglielmo Occamo, che fu coetaneo di Giovanni XXII testifica, che sin dal loro nascimento, furono da molti riprese e condennate come eretiche e false e ripiene di molti errori[174]. Presso i nostri Canonisti però ebbero credito e vigore; e mentre durò il Regno degli Angioini, non vi fu cosa, che i Pontefici avignonesi non facessero, che prontamente non fosse ricevuta; quindi avvenne che quando la Francia e la Germania cominciavano a toglier da' loro Regni gli abusi, presso di noi maggiormente si stabilivano; e li disordini che seguirono da poi nel Regno di Giovanna I, e de' seguenti Re angioini (dove non meno lo stato politico, per le tante revoluzioni, che l'Ecclesiastico per lo scandaloso Scisma, che surse, furono tutti sconvolti) posero le cose in maggior confusione, ed in altri pensieri intrigarono gli animi de' nostri Principi, sì che potessero pensare al rimedio, come vedrassi ne' seguenti libri di quest'Istoria.
FINE DEL LIBRO VENTESIMOSECONDO.