Non pure il Re Ferdinando ne' suoi anni di pace inalzò cotanto Napoli capo di un sì floridissimo Regno; ma ebbe ancora particolar pensiero delle sue ampie province, che lo compongono. Non volle, che d'un Regno se ne formasse una città sola, con ispogliar le altre delle loro prerogative; ma le città principali delle province le fece Sedi de' Vicerè. Quando prima i Presidi, che si mandavano a governarle, eran chiamati Giustizieri, ne' suoi tempi cominciarono a chiamarsi Vicerè. Quindi ne' tempi di questi Re Aragonesi leggiamo i Vicerè d'Apruzzo e di Calabria. Quindi leggiamo concedute alle città ove risedevano grandi prerogative, come all'Aquila, Bari, Cosenza ed a molte altre.

Ma sopra ogni altra provincia innalzò quella d'Otranto, e particolarmente la città di Lecce, dove ristabilì con ampissimi privilegi e prerogative quel Tribunale. Quando questo Contado, dì cui Lecce era capo, fu sotto i Principi di Taranto dell'illustre famiglia del Balzo e poi Orsino, questi Principi tenevano il lor Tribunale, ch'era chiamato il Concistoro del Principe; quindi ancor oggi vediamo alcune sentenze profferite in Lecce in Consistorio Principis, dove s'agitavano le cause di quel Contado, ed avea il suo Fisco; onde si diceva il Fisco del Principe, a differenza del Fisco del Re. Questo Concistoro era composto di quattro Giudici Dottori, d'un Avvocato e d'un Proccuratore fiscale, d'un Maestro di Camera, o sia Camerario, d'uno Scrivano e d'un Mastrodatto. Fu istituito nel 1402 da Ramondello Orsino e da Maria d'Engenio genitori del Principe Giovanni Antonio[67]: ed avea la cognizione delle cause così civili, come criminali, sopra tutto il Contado e sopra tutte quelle città e Terre, che i Principi di Taranto aveano occupate alla Regina Giovanna I.

Quando per la morte dell'ultimo Principe, accaduta in Altamura, il Principato di Taranto venne in mano del Re Ferdinando, ancorchè il Duca Giovanni d'Angiò tentasse i Leccesi perchè si mantenessero sotto le sue bandiere, nulladimanco furon costanti sotto la fede del Re, al quale si diedero, subito che intesero esser morto in Altamura il Principe[68]. Ed oltre ciò, venuto il Re in Lecce nel 1462 dopo la morte del Principe, gli presentarono tutto il tesoro del Principe, che teneva serbato nel castello di quella città, ricchissimo di vasi d'oro e d'argento e di preziosissime suppellettili: ciò che oltremodo fu accettissimo a Ferdinando, il quale, per le spese della guerra, che sosteneva col Duca Giovanni, era rimaso molto esausto di denaro. Concedè per tanta fede e per un sì opportuno soccorso a Leccesi privilegi ampissimi: confermò loro tutte le concessioni e contratti di terre demaniali e burgensatiche, che aveano avuti col Principe. Confermò il Concistoro co' Giudici, che lo componevano, e gli stipendj che tenevano situati sopra le entrate d'alcuni Casali della città: concedè loro privilegio, che quel Tribunale dovesse sempre risedere in Lecce: lo ingrandì d'altre più eminenti prerogative, costituendolo Tribunal d'appellazione sopra tutte le altre città e Terre della provincia così dei Baroni, come demaniali: che potesse conoscere delle cause feudali, anche de' feudi quaternati: potesse dare i balj ed i tutori a pupilli feudatarj: potesse ravvivare l'istanze perente, che noi diciamo insufflazion di spirito: che le sentenze potessero proferirsi in nome del Re, e potesse farle eseguire, non ostante l'appellazione interposta. Vi costituì per Capo D. Federico suo figliuolo secondogenito, il qual vi dimorò fin che per la morte di Ferdinando II, suo nipote non fosse stato chiamato alla successione del Regno. Volle perciò, che non meno del S. C. di Santa Chiara, fosse nomato ancor egli Sacro Consiglio provinciale, e che dopo quel di Napoli fosse il più eminente sopra tutti gli altri Tribunali del Regno. Quindi avvenne, che la Puglia, essendosi divisa in due Province, in Terra di Bari e Terra d'Otranto, avendo ciascheduna il suo Tribunal separato, ambedue s'usurpassero il titolo di Sacra Audienza; ma ora molte delle riferite prerogative sono svanite, e toltone questo spezioso nome ed alcuni altri privilegi di picciol momento, sono state uguagliate alle Udienze di tutte le altre province del Regno.

Forse il Re Ferdinando in maggior splendore ed in una più perfetta polizia avrebbe ridotto il Regno di Napoli, se avesse avuti nel suo regnare più anni di pace e di tranquillità; ma ecco che contro di lui sorgono nemici più fieri e terribili, ed i Baroni più ostinati che mai, tornano di nuovo a perturbargli il Regno. Egli è vero, che se Ferdinando le virtù medesime ch'esercitò nel principio del suo Regno e tra le avversità della sua fortuna, l'avesse continuate nella prospera, sarebbe certamente stato un Principe de' più saggi che abbiano regnato in terra; ma il vedersi ora, dopo aver trionfato de' suoi nemici in un Regno vastissimo e floridissimo, tutto pacato ed in pace; o che non potesse resistere all'impeto della dominazione, o che prima covrisse i suoi naturali costumi, fu poi notato di poca fede, e di animo fiero e crudele. Dice Francesco Guicciardino[69] gravissimo istorico, essere stato Ferdinando un Principe certamente prudentissimo e di grandissima estimazione, che colla sua celebrata industria e prudenza, accompagnato da prospera fortuna, si conservò il Regno acquistato nuovamente dal padre contra molte difficoltà, che nel principio del regnare se gli scopersero, e che lo condusse a maggior grandezza, che forse molt'anni innanzi l'avesse posseduto Re alcuno; e che sarebbe stato un ottimo Re, se avesse continuato a regnare con le arti medesime, con le quali avea principiato; ma da poi, siccome ponderò Angelo di Costanzo[70], non men di quello, savissimo Scrittore, il vedersi in tanta prosperità, mutò maniera e costumi; poichè non ricordandosi de' beneficj che Iddio gli avea fatti, cominciò a regnare con ogni spezie di crudeltà ed avarizia, non solo contra quelli, che alla guerra passata aveano tenuta la parte contraria, ma anche contra coloro che l'aveano più servito, perchè rivocò tutti i privilegi che loro aveva fatti in tempo di necessità. Ma quel, che più d'ogni altro gli facesse acquistare l'odio universale, fu Alfonso Duca di Calabria suo primogenito, il quale seguendo il medesimo stile lo superava di crudeltà ma assai più di libidine, disonorando molte case principali, pigliandosi pubblicamente dalle case de' padri le figliuole, e togliendole a' mariti illustri a cui erano promesse, e poi maritandole a Nobili, e sovente contro lor volere. Accumulò per tanto Alfonso tanto odio all'odio che s'avea acquistato il padre, che non solo da' sudditi del Regno, ma da altri Potentati d'Italia fu desiderata la sua ruina.

Conoscendo tanto Ferdinando, quanto Alfonso la mala volontà universale, pensarono di vivere sempre armati, tenendo molte genti di guerra, perchè potessero tenere in freno i soggetti che non si ribellassero. E Ferdinando per aver occasione di nutrire il suo esercito in paesi d'altri, fatta lega con Papa Sisto, mosse guerra ai Fiorentini, e mandò il Duca di Calabria all'impresa di Toscana. Reggeva allora la Repubblica fiorentina Lorenzo de' Medici, cittadino tanto eminente sopra il grado privato nella città di Fiorenza, che per consiglio suo non pur si reggevano le cose di quella Repubblica, ma era per tutta Italia grande il nome suo, poich'invigilava con ogni studio che le cose d'Italia non in modo bilanciate si mantenessero che più in una che in altra parte non pendessero, e sovente l'aiuto dell'uno si ricercava per far contrappeso all'altro. I Fiorentini per ciò, per tema che il Re Ferdinando non stendesse oltre i suoi confini e non venisse ad insignorirsi della Toscana, impegnarono i Venegiani ad entrar in lega contro Ferdinando. I Vinegiani temendo ancora, che presa la Toscana, non venisse a farsi Signore della Lombardia, s'unirono prontamente co' Fiorentini, li quali non potendo dalle potenze cristiane conseguire che travagliassero Ferdinando, si girarono a quella del Turco che avea suo imperio nell'Albania, e parte nella Schiavonia dirimpetto al Regno[71]; onde i Fiorentini per divertire l'arme di questo Re dalla Toscana, ed i Vinegiani quelle del Turco da' loro proprj Stati, invitarono Maometto II alla conquista del Regno di Napoli. Gli avvenimenti della qual impresa, siccome quella de' Baroni congiurati, bisogna riportare al seguente libro di questa istoria.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOSETTIMO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMOTTAVO

Insino ad ora fra tante nazioni che invasero queste nostre province, non s'erano ancora intesi i Turchi; ma perchè niuna ne mancasse, ecco, che ne sorge una più potente e più terribile dell'altre. Gl'Imperadori Ottomani non è, come volgarmente si crede, che al lor fasto ed alterigia, ed all'immoderata sete di dominare unicamente appoggino la pretensione che vantano tenere sopra il nostro Reame. Eglino pretendono, che dopo la presa di Costantinopoli, e d'aver vinto e morto l'Imperador Costantino Paleologo ultimo Imperador Greco, essendosi ad essi trasferito l'Imperio di Oriente, possano con ragione riunire a quell'Imperio tutto ciò che ora si trova da altri occupato, ed in mano di stranieri Principi. Pretendono, che l'Italia e molto più le nostre province, particolarmente la Puglia e la Calabria, loro s'appartenga, come a veri e legittimi successori di Costantino M. e degli altri Imperadori d'Oriente. Essi vantano, e così han mostrato di essere colle opere, d'imitare i Romani; e forse se si riguardano le loro ampie conquiste ed i progressi che han fatti dall'anno 870 in qua, gli acquisti loro non sono stati minori di quelli de' Romani, ed han mostrato sempre, che non men che fecero i Romani, si nutrisce in loro la pretensione di farsi Signori d'Italia e del Mondo.

Scipione Ammirato[72] fa vedere, che i progressi fatti da' Turchi dall'anno 870, quando chiamati dai Persiani, dal Monte Caucaso, dove primieramente abitavano, incominciarono a metter piede nell'Asia, insino a' tempi suoi, cioè nel 1585, che non erano scorsi più che 715 anni, furono assai maggiori di quelli, che in altrettanto spazio di tempo aveano fatti i Romani. E quantunque non si fossero resi Signori dell'Italia e della Francia, come furono i Romani; nulladimanco erano Signori dell'Egitto e dell'Armenia e d'altre province nell'Asia che non ne furono i Romani, e dell'Illirico e della Pannonia non è alcun dubbio, che posseggono parte molte maggiore che non possedevano i Romani. Essi a gran passi s'ingegnarono sempre di camminare alla Monarchia del Mondo, e resi padroni di tante e si sterminate province, altro ad essi non restava di sottoporre alla loro dominazione, che Costantinopoli capo dell imperio, e così estinguere affatto i Greci, che insino a tempi del Re Alfonso aveano seduto in quella sede. Furono perciò rivolti tutti i loro pensieri a quest'impresa, la quale finalmente fu riserbata a Maometto X Re de' Turchi e della famiglia ottomana di quel nome II, il quale essendo succeduto nel 1451 a' Regni paterni, pose ogni studio di venire a capo dell'impresa. Con formidabili eserciti e stupende armate cinse finalmente nel 1453 per mare e per terra la città di Costantinopoli: Costantino Paleologo che n'era Imperadore, non potendo resistere a tante forze erasi, per difender la sua persona, chiuso nella città. Invano si cercavano aiuti da' Principi cristiani, li quali fra di lor guerreggiando, poca cura prendeansi della ruina dell'Imperio d'Oriente, non ostante che i Pontefici romani gl'incoraggiassero e scongiurassero a prenderne la difesa. Solo il nostro Re Alfonso offerì soccorsi, perchè quella città sede dell'imperio non cadesse in mano d'Infedeli; ma mentre Alfonso s'affanna e gli affretta, ecco che Maometto a' 29 maggio di quell'anno 1453 espugna la città, prende e fa morire in quella l'Imperador Costantino e tutta la nobiltà, ed in un istante si rende Signore non meno della città che dell'imperio di Costantinopoli. Così finì l'Imperio greco, che era durato 1127 anni. Non meno che il Romano, che sotto Augusto cominciò e finì in Augustolo; così il Greco cominciò sotto Costantino M. figliuolo d'Elena e venne a mancare sotto Costantino Paleologo figliuolo parimente di Elena.