Nell'Imperio di Carlo V, il Principe di Salerno profugo da' suoi Stati, non trovando udienza in Francia, ebbe ricorso a Turchi, a' quali dipinse facile l'impresa del Regno, e fece mettere in mare una potente armata per invaderlo.
Nel Regno di Filippo II suo figliuolo le spedizioni contra Turchi furono assai spesse e strepitose; onde cotanto rilusse la fama di D. Giovanni d'Austria, che in mare gli vinse e debellò: ed essendosi accesa fiera ed ostinata guerra tra questo Re col Pontefice Paolo IV, questi non contento d'aver fatta lega col Re di Francia e con altri potentati, chiamò anche l'armata del Turco in suo aiuto per assaltare il Regno. E fra noi è ancor rimasa memoria della congiura che Tommaso Campanella con altri Frati domenicani Calabresi nel 1599 avea ordita per dar le Calabrie in man de' Turchi; li quali da poi nel 1621 con buona armata vennero ad invadere Capitanata e occuparono Manfredonia, e dopo averla tenuta per qualche tempo, datole un fiero sacco, abbandonarono l'impresa. Infinite scorrerie fecero ne' nostri mari, riducendo molti nostri Regnicoli in ischiavitù. Ed in quest'anni 1716 e 1717 se non avessero avute in Ungheria due strane rotte dalle vittoriose armi imperiali colla perdita di Temisvar e di Belgrado, minacciavano l'Italia e queste nostre province, che corsero gran pericolo. Ma fattasi ora col Turco tregua per venti anni, si è veduta cosa che non videro mai i nostri maggiori, cioè traffico e commercio aperto fra noi ed il Turco. Se durasse, ci vedremmo almeno per quanto corre il mare Adriatico, liberi da corsari e non esposti que' lidi a tanti danni e riscatti; poichè dall'aver vicino sì potente nemico, e per poco tratto i nostri lidi divisi dai suoi, si è ricevuto ancora l'incomodo di spesse scorrerie da' corsari barbareschi nelle terre poste ne' lidi dell'Adriatico e delle Calabrie, e la desolazione di molte famiglie, che per redimere dalle loro mani i loro parenti, si sono impoverite, dovendo pagare grosse somme per gli riscatti. Carlo V per tener guardati da quei pirati i nostri lidi fece costruire molte torri per le marine del Regno, gravandolo d'eccessive spese per le provvisioni che bisognò somministrare a' Torrieri. Quindi per sovvenire a questi bisogni sursero le religioni della Redenzione de' cattivi, che da Spagna a noi ci vennero, e molti altri luoghi Pii che tengono destinate le loro rendite per lo riscatto.
L'opera non può negarsi che non sia molto pietosa, ed in Spagna, che patisce i medesimi travagli da' pirati Algerini e dell'altre coste di Tunisi e di Barberia e da' corsari Mori, è soprammodo cresciuta, vedendosi per ciò eretti grandi Conventi di religiosi destinati a quest'opera della redenzione, e ricchissimi di rendite; ma non può negarsi ancora, che per questo istesso i Turchi esercitino l'arte piratica, riuscendo ad essi molto utile e fruttuosa; onde quasi tutti vi si applicano perchè sanno, che ridotti i cristiani in servitù, vengono tosto immense somme per redimergli. All'incontro essi non riscattano niuno di loro, se avviene che capitino essi in mano de' cristiani; gli lasciano stare, nè se ne prendon pensiero; e quindi i cristiani non s'invogliano a far prede e corseggiare i loro mari, com'essi fanno de' nostri. Se noi non curassimo di riscattar i nostri, certamente che si dismetterebbe presso loro il corseggiamento, e forse si vivrebbe assai meglio, senza sospetti e senza timori ed in maggior quiete. Ma di ciò sia detto a bastanza, richiamandoci il nostro istituto a parlar di Ferdinando, e d'una nuova e più insidiosa congiura orditagli ora da' suoi Baroni.
CAPITOLO I. I Baroni nuovamente congiurano contra il Re. Papa Innocenzio VIII unito ad essi gli fa guerra: pace indi conchiusa col medesimo, e desolazione ed esterminio de' congiurati.
Alfonso Duca di Calabria ritornato in Napoli dopo l'impresa d'Otranto tutto glorioso e trionfante, pieno d'elati pensieri ed istigato dal genio suo crudele ed avaro, pensò abbassare i Baroni, de' quali se ne mostrava mal soddisfatto, e teneva sempre in sospetto. Tutti i suoi pensieri erano a ciò rivolti, nè potè tanto coprire questi suoi disegni che coloro non se ne insospettissero; poichè sovente co' suoi confidenti soleva dire, che giacchè i Baroni non avean mai avuto riguardo in tante guerre ed in tanti bisogni, ne' quali s'era il Re veduto soccorrere il regio erario di denaro, voleva egli insegnar loro, come i sudditi trattar dovessero col loro Signore. Non si potè ancora contenere co' suoi famigliari d'assicurargli che stessero allegri, che fra breve gli farebbe divenire gran Baroni senza dar loro Stato, poich'egli avrebbe tanto abbassati i grandi che sarebbero essi divenuti primi; e di vantaggio non si ritenne di porre nel suo elmo una scopa per cimiero, ed alla sella del suo cavallo certe taglie, per dimostrare volergli tutti sterminare.
Il Re Ferdinando, ancorchè Principe prudentissimo, nulladimanco per l'affetto grande che portava al Duca D. Alfonso, per la sua vecchiaia e per gli amori della novella sposa, s'era invilito tra gli affetti di padre e di marito; e perchè fidava molto nel valore del Duca suo figliuolo, aveagli quasi che cedute le redini del governo, e sol ne' casi estremi scosso, riparava i disordini colla sua prudenza. I Baroni che aveano concepito odio grande verso Alfonso, atterriti da queste minacce, cominciarono a pensare il modo da potersene liberare.
Era in quest'anno 1484 a' 13 d'agosto trapassato il Pontefice Sisto, ed a' 29 dello stesso mese era stato rifatto in suo luogo il Cardinale Giovan Battista Cibo genovese, che Innocenzio VIII chiamossi. Questo Pontefice ebbe pensieri diversi da' suoi predecessori Pio e Sisto, e bramando occasione d'ingrandir Franceschetto suo figliuol naturale, vedendo gli animi dei Baroni disposti alle novità, cominciò a darvi mano; e mostrandosi mal soddisfatto del Re Ferdinando, il quale gli avea richiesto, che per le grandi spese sofferte nella guerra d'Otranto, e per quelle che faceva in mantenere tante genti d'arme per opporsi al Turco, e per tenere ben difeso il Regno ch'era contra Turchi quasi il propugnacolo d'Italia, gli rilasciasse il censo solito da pagarsi alla chiesa, come avean fatto i suoi predecessori, i quali s'erano contentati del solo palafreno; egli non solo non volle rilasciarglielo, ma avendo il Re a' 29 giugno del seguente anno 1485, giorno stabilito al pagamento, mandato secondo il solito Antonio d'Alessandro per suo Oratore in Roma a profferirgli il palafreno in vigor dell'investitura, il Papa non volle riceverlo; tanto che fu obbligato Antonio di farne pubblica protesta, che ancor si legge presso il Chioccarello ne' suoi volumi M. S. della regal giurisdizione.
Dall'altra parte i Baroni, vedendo la mala soddisfazione del Papa, pensarono di ricorrere a lui per essere sostenuti. Li Capi ed Autori di questa congiura, che è stata tanto bene scritta da Camillo Porzio, furono Francesco Coppola Conte di Sarno ed Antonello Petrucci Segretario del Re. Il Conte di Sarno, ancorchè d'antica e nobil famiglia del Seggio di Portanova, seguendo i vestigi del suo genitore, erasi dato tanto a' traffichi, ed a mercatantare, in cui v'avea un'abilità grandissima, che il Re istesso allettato anch'egli dal guadagno, gli diede molto denaro, entrando in società ne' negozj, che colui tenea[79], tanto che divenne ricchissimo: il Re medesimo lo creò Conte di Sarno, ed il suo nome tanto in Levante, quanto in Ponente avea tanto credito, che i mercatanti di quasi tutte le Piazze d'Europa gli fidavan somme e merci rilevantissime. Antonello Petrucci nato in Teano, città presso Capua, di poveri parenti, ed allevato in Aversa da un Notajo, mostrando molto spirito e grande applicazione alle lettere, fu da costui portato in Napoli, dove lo pose a' servigi di Giovanni Olzina Segretario del Re Alfonso. L'Olzina, conosciuti i talenti del giovane, dimorando in casa sua il famoso Lorenzo Valla, lo diede a lui perchè lo ammaestrasse: ed avendo Antonello sotto sì eccellente Maestro in poco tempo fatti miracolosi progressi, fu dall'Olzina posto nella Cancelleria regia, il quale quando gravato d'affari non avea tempo d'andare egli dal Re, soleva mandarvi Antonello. Piacquero anche al Re Ferdinando le virtù e' tratti modesti d'Antonello, onde per questa famigliarità entrò in somma sua grazia; tanto che morto poi l'Olzina lo creò suo Segretario, nè vi era affare, ancorchè gravissimo, che non passasse per le sue mani, per la confidenza grandissima, che teneva col Re. Acquistò per tanto ricchezze grandissime e parentadi nobili: poichè prese per moglie la sorella del Conte di Borrello Agnello Arcamone del Seggio di Montagna, dalla quale generò più figli, e tutti col favore del Re pose in grandezza. Il primo fu Conte di Carinola, l'altro di Policastro, il terzo Arcivescovo di Taranto, il quarto Prior di Capua, e l'ultimo Vescovo di Muro.
Le tante ricchezze, ed i cotanti estraordinarj favori, che il Re faceva a questi due personaggi, gli fecero entrare nell'odio ed invidia di molti, e massimamente del Duca di Calabria, il quale sovente non poteva contenersi di dire in pubblico, che suo padre per arricchir costoro avea se stesso impoverito: ma ch'egli non avrebbe mandato a lungo quel che suo padre per tanto tempo avea dissimulato. Essendo pertanto tutte queste cose sapute dal Conte e dal Segretario, pensarono unirsi co' Baroni mal soddisfatti, co' quali, tenuto consiglio, deliberarono ricorrere al Papa per ajuto. I Baroni, che congiurarono, furono il Principe di Salerno Antonello Sanseverino Gran Ammirante del Regno, il Principe d'Altamura Pietro del Balzo Gran Contestabile, il Principe di Bisignano Girolamo Sanseverino, il Marchese del Vasto Pietro di Guevara Gran Siniscalco, il Duca d'Atri Andrea Matteo Acquaviva, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Lauria, il Conte di Melito, il Conte di Nola e molti altri Cavalieri[80]. Questi uniti insieme a Melfi, coll'occasione delle nozze di Trojano Caracciolo figliuolo di Giovanni Duca di Melfi, mandarono al Pontefice Innocenzio perchè col suo favore li ajutasse; ed il Papa volentieri accettò l'impresa. Egli considerò, che non vi era altra miglior congiuntura di questa per innalzar suo figliuolo; e per far questo si rivoltò alle solite cose praticate da' Papi, cioè d'invitar altri all'acquisto del Regno con prometterne l'investitura. Giovanni Duca d'Angiò si trovava sin dal 1470 morto in Catalogna, e Renato suo padre era parimente morto: non vi restava, che un altro Renato figliuolo di Violanta figliuola di Renato, ch'era Duca di Loreno; mandò pertanto in Provenza a stimolarlo, che venisse tosto all'acquisto del Regno, del qual egli ne l'avrebbe investito, purchè in ricompensa dì sì grande beneficio avesse arricchito Franceschetto suo figliuolo di onori e Signorie.
Intanto Alfonso Duca di Calabria avendo scoverti questi movimenti de' Baroni, perchè la cosa non procedesse più avanti, pensò tosto romper loro i disegni, e si impadronì all'improvviso del Contado di Nola, e presa Nola, con carcerare due figliuoli del Conte con la madre, gli fece condurre prigioni nel Castel Nuovo di Napoli. Quando gli altri congiurati intesero questa risoluzione di Alfonso, temendo che parimente i loro Stati non fossero occupati, tolto ogni rispetto, cominciarono scovertamente ad armarsi, e da per tutto a tumultuare. In un tratto si vide il Regno sossopra, le strade rotte, tolti i commerci, serrati i Tribunali, e ciascun luogo pieno di confusione. Re Ferdinando scosso da questi rumori cercava sedarli, ed il Principe di Bisignano, per dar tempo che gli altri Baroni s'armassero, cominciò a trattar di pace col Re: Ferdinando in apparenza si mostrò molto disposto, ma con animo, cessati que' sospetti, di non osservar cos'alcuna. L'uno cercava con simulazione ingannar l'altro: proposero al Re condizioni di pace impertinentissime, ma dal Re furon loro tutte accordate: quando poi si venne a firmarle, s'andavano dal Principe di Salerno frapponendo difficoltà, ed essendosi intanto gran parte de' Baroni ritirati in Salerno, fece egli sentire al Re, che per maggior sicurezza voleva, che mandasse in Salerno D. Federico suo secondogenito, che in suo nome le firmasse e ne proccurasse l'osservanza. Il Re glielo mandò, e Federico fu ricevuto dal Principe e dai Baroni, che ivi erano, con molti segni di stima, e salutato non altramente che a Re si conveniva. Federico era un Principe dotato di rare ed incomparabili virtù, avvenente e di maniere dolcissime, moderato e modesto, in modo che s'avea tirato l'amore di tutti. Di costumi opposti al Duca di Calabria suo fratello, e se la fortuna, siccome lo fece nascere secondogenito, l'avesse favorito di farlo venir primo al mondo, certamente che il Regno avrebbe continuato nella posterità de' nostri Re nazionali aragonesi; e tante revoluzioni e disordini, che si sentiranno nel seguente libro, non avrebbe certamente patiti e sofferti.