I Baroni, ancorchè assicurati dal Papa e da' Re di Spagna e di Sicilia, sapendo la crudeltà d'Alfonso e la poca fede di Ferdinando, rimasero grandemente afflitti. Pietro di Guevara G. Siniscalco, prevedendo la ruina, di dolore ed estrema malinconia se ne morì. Gli altri infra di lor uniti, si fortificarono nelle loro Rocche, e non tralasciavano ancora per vie segrete di mandar uomini diligenti in Roma, Vinegia e Firenze per implorar ajuti, nè mancarono di quelli, che consultarono di doversi mandar al Turco per soccorso; ma il Duca di Calabria ed il Re Ferdinando, per avergli in mano, si portavano con gran simulazione, gli offerivano sicurezza e mostravan loro umanità: molti ingannati s'assicurarono; ma il Principe di Salerno loro non credè mai, e sospettando quel che ne dovea avvenire, uscì di nascosto dal Regno e si portò a Roma; e vedendo, che il Papa era affatto alieno di rinovar la guerra, se ne passò in Francia: andata, che se bene per varj impedimenti non partorì allora niente, non passarono molti anni, che cagionò effetti grandissimi; poichè, come diremo, col favore del Re di Francia afflisse non solo il Re ed il Duca, ma estinse tutta la loro progenie.

Intanto Ferdinando ed il Duca suo figliuolo covrendo i loro disegni, andavan assicurando gli altri; e risoluti di disfare il Conte di Sarno ed il Segretario Petrucci co' loro figliuoli (poichè gli altri Baroni, scusandosi, ributtavano la colpa della guerra su le spalle di costoro) pensarono un modo, per assicurarsi di tutti, il qual fu di congregarli insieme. Ed affrettando le nozze che s'erano appuntate tra Marco Coppola figliuolo del Conte di Sarno con la figliuola del Duca d'Amalfi nipote del Re oprarono che il Duca si contentasse, e vollero che nella sala grande del Castel Nuovo splendidamente si celebrassero. Mentr'erano tra balli e feste ivi tutti ragunati, fu convertita l'allegrezza in estremo lutto ed amaro pianto; poichè niente curando del luogo e di funestare quella celebrità, niente ancora stimando l'autorità del Papa, nè de' due Re di Spagna padre e figlio, ch'erano stati assicuratori della pace, fece Ferdinando imprigionare il Conte di Sarno, Marco ch'era lo sposo e Filippo suoi figliuoli, il Segretario Petrucci, i Conti di Carinola e di Policastro suoi figliuoli. Agnello Arcamone cognato del Segretario, e Giovanni Impoù catalano. Fece ancora spogliare le case de' prigioni, così a Napoli come a Sarno; e perchè il fatto era detestato da tutti, che ne parlavano con orrore e biasimo, non volle farli morire da se, ma destinò una Giunta di quattro Giudici, acciocchè ne fabbricassero il processo e gli condennassero come felloni e rei di Maestà lesa, secondo il rigor delle leggi. Trattando questi la causa, dovendosi proferir la sentenza contro Baroni, e disponendo le nostre Costituzioni che nell'interposizione della sentenza debbano intervenire i Pari della Curia, furono anche eletti quattro Baroni per Pari, li quali furono Giacomo Carracciolo Conte di Burgenza Gran Cancelliere, Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, Restaino Cantelmo Conte di Popoli e Scipione Pandone Conte di Venafro. Fu proferita la sentenza dai Commessarj, i quali congregati di nuovo co' Pari nella sala grande del Castel Nuovo, sedendo col Reggente della Gran Corte della Vicaria pro Tribunali, fecero leggere e pubblicar la sentenza, presenti tutti quattro i rei che furono il Segretario, e due suoi figliuoli ed il Conte di Sarno, i quali furono condennati alla privazione di tutti gli onori, titoli, dignità, ufficj, cavalleria, contadi, nobiltà e d'esser loro troncata la testa, ed i loro beni incorporati al Fisco. Non volle il Re che in un dì morisser tutti: fece prima giustiziare sopra un palco nel mezzo del mercato i figliuoli del Segretario; alcuni mesi da poi dentro la porta del Castel Nuovo, avendo fatto erger un palco altissimo, perchè fosse veduto dalla città, fece mozzare il capo al Conte ed al Segretario. Ciò che si fece a' 11 maggio del 1487.

Ciò eseguito fece poi il Re a' 10 di ottobre imprigionare il Principe d'Altamura, il Principe di Bisignano, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Morcone, il Conte di Lauria, il Conte di Melito, il Conte di Noja e molti altri Cavalieri; e stimolato poi dal Duca di Calabria, in varj tempi e diversità di supplicj gli fece tutti segretamente morire: anche Marino Marzano Duca di Sessa che per venticinque anni era stato prigione, perchè la tragedia fosse compita, fu fatto morire; ed il Re per far credere al Mondo che fossero vivi, mandò loro per molto tempo la provisione di vivere; ma la verità fu che poco da poi, vedendosi in potere del boja una catenella d'oro che portava nel collo il Principe di Bisignano, si disse ch'erano stati scannati e gettati dentro sacchi in mare. Furono poco appresso presi i figliuoli e le loro mogli, sotto pretesto che cercassero di fuggire per concitar nuova guerra, e confiscati tutti i loro beni. Solo Bandella Gaetana Principessa di Bisignano, donna non men d'origine che per virtù romana, salvò i suoi figliuoli, che di soppiatto imbarcatigli in una picciola nave, fuggì con loro, e giunta in Terracina, gli condusse nelle Terre de' Colonnesi stretti parenti de' Sanseverini; onde avvenne che estinta la progenie di Ferdinando, in tempo del Re Cattolico ricuperassero i paterni Stati.

Una tragedia sì crudele e spaventevole diede orrore a tutto il Mondo; onde Ferdinando e molto più il suo figliuolo Alfonso, acquistaron fama di crudeli e di tiranni. Gli Scrittori di que' tempi e molto più i Franzesi gli detestarono, e Filippo di Comines Monsignor d'Argentone, Scrittor contemporaneo[85], gli descrisse per ciò per empj ed inumani. Ma non mancò Ferdinando di difendere la sua fama nell'opinione del Mondo, e di purgarsi dalla crudeltà che se gl'imputava. Fece porre in istampa il processo fabbricato contra il Segretario e 'l Conte di Sarno, che corre ancora oggi per le mani di alcuni, e gli altri processi fabbricati contra gli altri Baroni, e gli mandò non solo per tutta Italia, ma sino in Inghilterra, acciò gli fossero scudo a quietare gli animi de' Principi. Si scusò ancora per lettere dirette a tutte le Potenze cristiane, scrivendo loro, com'egli l'aveva carcerati, non per farli morire, ma per assicurarsi di loro, perchè già tentavano cose nuove. Ma tutte queste sue dimostranze niente gli giovarono, e molto meno col Re di Spagna, appo il quale egli più d'ogni altro studiava di purgarsi.

Era a questi tempi già morto il Re Giovanni d'Aragona, zio di Ferdinando e succeduto in que' Reami Ferdinando suo figliuolo, il quale s'avea sposata Elisabetta Principessa di Castiglia, sorella d'Errico Re di quel Regno, al quale ella poi succedette. Re Ferdinando, che fu detto il Cattolico, e che alla sua Corona per ragion della moglie avea anche unita la Castiglia, avendo inteso, che s'era mancato alla sua fede, cominciò a lamentarsi col Re Ferdinando; e con tal pretesto a pensare all'acquisto del Regno di Napoli. Re Ferdinando, a cui ciò molto premeva, avendo intesa la poca soddisfazione del Re Cattolico, inviò tosto in Ispagna Giovanni Nauclerio ad escusarsi con quel Re che non avea potuto far altro, perchè quei Baroni inquieti cominciavano a macchinare cose nuove contra di lui, e che il Principe di Salerno fuggito in Roma, coll'intelligenza de' Baroni rimasi nel Regno, meditava nuova impresa. E vedendo che il Re Cattolico non stava soddisfatto con quella ambasceria. per meglio assicurarsi, cominciò a trattar matrimonio per mezzo della Regina Giovanna sua moglie, ch'era sorella del Re Cattolico, del Principe di Capua figliuolo primogenito del Duca di Calabria, con una delle figlie del detto Re Cattolico; ma fu opinione di molti, ch'Elisabetta Regina di Castiglia moglie del Re Cattolico non avesse voluto che s'effettuasse, perchè stava in quel tempo con la cura e col pensiero tutta rivolta all'acquisto di questo Regno; ma con tutto ciò non essendo venuta ancora l'ora destinata alla rovina della Casa del Re Ferrante, essendosi in quel medesimo tempo ribellata l'isola di Sardegna, ed i Mori di Granata avendo cominciato a tumultuare contra i Regni di Castiglia, la cosa fu differita, nè si pensò ad altro.

CAPITOLO II. Morte del Re Ferdinando I d'Aragona; sue leggi che ci lasciò: e rinovellamento delle lettere e discipline che presso di noi fiorirono nel suo Regno e de' suoi successori Re Aragonesi.

Il Re Ferdinando, dissipati i suoi nemici, ed arricchito dalla rovina di tanti gran Signori, da' quali ebbe un tesoro inestimabile, continuò ne' sei altri anni, che visse, a regnare con somma quiete e pace: e le cose della città e del Regno si ridussero in un tranquillo e sicuro stato. Egli cominciò, per maggiormente stabilirsi in un più sicuro e continuato riposo, a tenere al suo soldo i migliori Capitani di quel tempo, de quali il primo era Virginio, appresso Gio. Giacomo Trivulzio ed i due Colonnesi Prospero e Fabrizio, e 'l Conte di Pittigliano ed altri: e si diede a fortificar di nuovo le fortezze della città e quelle del Regno, ed a ben munirle di necessari presidj, e con la prudenza sua e col valore del Duca di Calabria sperava di non avere a temere nè del Re di Spagna, nè di quello di Francia. Invigilava ancora a questo fine, per la quiete comune d'Italia, concorrendo nella medesima inclinazione di Lorenzo de' Medici, per mantenervi la pace; e quantunque in quello tempo fosse molto stimolato dal Duca di Calabria, il qual mal volentieri tollerava che Giovanni Galeazzo Sforza Duca di Milano maggiore già di venti anni, ritenendo solamente il nome Ducale, fosse depresso e soffocato da Lodovico Sforza suo zio, il quale avendo più di dieci anni prima presa la di lui tutela, e con questa occasione ridotte a poco a poco in potestà propria le fortezze, le genti d'arme, il tesoro e tutti i fondamenti dello Stato, perseverava nel governo, non come Tutore o Governatore, ma dal titolo di Duca di Milano in fuori, con tutte le dimostrazioni ed azioni di Principe; nondimeno Ferdinando avendo innanzi agli occhi più l'utilità presente, che l'indignazione del figliuolo, benchè giusta, desiderava che Italia non s'alterasse; o perchè, come ponderò Francesco Guicciardini[86], avendo provato pochi anni prima con grandissimo pericolo l'odio contra se de' Baroni e de' popoli suoi, e sapendo l'affezione che per la memoria delle cose passate molti de' sudditi aveano al nome della casa di Francia, dubitasse che le discordie italiane non dessero occasione d'assaltare il suo Regno, e perchè conoscesse essere necessaria l'unione sua con gli altri, e spezialmente con gli Stati di Milano e di Fiorenza, per far contrappeso alla potenza dei Vinegiani, formidabile allora a tutta Italia; ed in questa tranquillità si visse per alcuni anni.

Ma la morte accaduta nel mese d'aprile dell'anno 1492 di Lorenzo de' Medici, la quale pochi mesi appresso fu seguitata da quella d'Innocenzio VIII fece mutare lo stato delle cose, e che si preparassero più occasioni alle future calamità d'Italia e del Regno; poich'essendo succeduto ad Innocenzio Roderigo Borgia, nominato Alessandro VI, ed a Lorenzo, Pietro de Medici; e nate tra Pietro, che continuò la medesima alleanza col Re Ferdinando, e tra Lodovico Sforza aspre ed irreconciliabili discordie, ne procedè l'invito fatto da Lodovico a Carlo VIII Re di Francia per la conquista del Regno, e le altre calamità e disordini, che saranno il soggetto del seguente libro.

Il Re Ferdinando, che insino all'anno 1493, colla sua prudenza e consiglio, avea proccurato mantenere la quiete non meno del Regno che dell'Italia, sentendo queste mosse ed i grandi apparati di guerra, che si facevano in Francia, non tralasciò di far ogni opera e con Lodovico Sforza e coll'istesso Re Carlo per rimovergli dall'impresa; nulladimanco mostrandosi il Re di Francia alienissimo dalla concordia con Ferdinando, ed avendo comandato agli Oratori del medesimo, che come Oratori di Re nemico si partissero subito dal Regno di Francia; si vide incontanente il tutto ingombrato da grandi timori d'una crudele e nuova guerra. Ed a Ferdinando intanto per aver dovuto prepararsi a resistere ad un così potente inimico, affaticandosi più dell'ordinario a provvedere l'esercito che apparecchiava, gli sopravvenne un gran catarro, ed a questo essendo sopraggiunta la febbre, nel decimoquarto giorno di sua infermità lo tolse di vita in Napoli al 25 gennajo del 1494, sopraffatto più da' dispiaceri dell'animo che dall'età. Morte pur troppo funesta e luttuosa, e che portò seco la ruina, non pure della sua progenie e del Regno, ma ricolmò di infiniti mali e calamità l'Italia tutta; poichè la sua prudenza e celebrata industria era tanta, che si tenea per certo, che se fosse più vivuto, avrebbe tentato qualunque rimedio per impedire la passata de' Franzesi in Italia, ed avrebbe tollerato qualunque incomodo ed indegnità per soddisfare a Lodovico Sforza in tutto quello desiderasse per distaccarlo da' Franzesi, da lui invitati alla conquista del Regno.

Egli lasciò un Regno, che colla sua virtù avea condotto alla maggior grandezza, che forse molt'anni innanzi l'avesse posseduto Re alcuno. Oltre della buona disciplina militare, lo riordinò con provide e sagge leggi che ancora ci restano, e che sono le più culte che abbiamo di tutte l'altre, che vi stabilirono i Re angioini suoi predecessori, per le quali sin ad ora si governano i nostri Tribunali. Egli riordinò gli studj nella città di Napoli, donde ne uscirono molto valenti uomini in ogni scienza, tanto che i Napoletani fra i privilegi e grazie, delle quali cercarono la conferma al G. Capitano, una fu questa che ad esempio di Ferdinando, il Re Cattolico mantenesse questi studi[87] Ebbe ancora il pregio, che nel suo regnare si rinovellassero presso noi i buoni studj e le discipline e le lettere riacquistassero la loro stima e riputazione, e che il Regno fiorisse non meno di famosi Giureconsulti che d'insigni letterati: che la giurisprudenza, la quale quasi per un secolo fra noi da pochi era professata ed era in declinazione, si ristabilisse, ed in maggior splendore si vedesse illustrata da tanti celebri Scrittori che nel suo Regno rilussero: che le leggi delle Pandette e del Codice fossero più adoperate, e con sommo studio la giurisprudenza romana abbracciata e commendata, donde nacque in noi la total dimenticanza delle leggi longobarde: che il Regno fosse più culto e la barbarie non fosse cotanta, così nelle scuole, come ne' nostri Autori.