Ferdinando I non tralasciò, per quanto potè, andar incontro ad altri abusi: egli, come si è veduto, regolò la prestazione delle collette, e l'altre immunità pretese da Cherici o Diaconi Selvaggi: ripresse gli attentati d'Innocenzio VIII[307], e cose maggiori se ne potevano sperare da' suoi successori, se li tanti disordini accaduti poi nel Regno, non li avessero costretti a pensare alla conservazione del medesimo ed alla propria loro salute e scampo.
Ferdinando il Cattolico non discostandosi da' costumi spagnuoli, usava piacevolezza e lentezza. Quindi nè molto si badò a' progressi, che tuttavia gli Ecclesiastici facevano in distender la loro giurisdizione, ed ampliare i loro Tribunali, in guisa, che fu duopo ancor ad essi stabilire vari Riti (siccome fece l'Arcivescovado di Napoli) per meglio regolarli e molto meno si badò agli eccessivi acquisti, che non tanto le chiese, quanto i monasteri facevano de' beni temporali.
Monaci e beni temporali.
Gli Aragonesi, ed infra gli altri il Re Alfonso II, arricchirono cotanto i Religiosi di Monte Oliveto, che siccome fu veduto nel XXV libro di questa Istoria, di buone Terre, di grandi e magnifiche abitazioni, e di preziosa suppellettile, gli fornirono. Di che però que' Monaci ne furono a coloro gratissimi; poichè nella loro bassa e povera fortuna non mancarono sovvenirgli, e si legge ancora una compassionevole lettera scritta da Alfonso II, mentre dimorava in Sicilia, a' PP. Olivetani di Napoli, pregandoli, come fecero, che si ricordassero di lui nelle loro orazioni, raccomandandolo a Dio, al quale era piaciuto di ridurlo in quello stato lagrimevole, perchè avesse di lui pietà e misericordia. E nelle calamità della Regina Isabella, moglie del discacciato Re Federico, gli Olivetani con molta gratitudine la sovvennero: poichè avendo, come si disse, presa la risoluzione di ritirarsi in Ferrara, s'era quivi co' suoi figliuoli ridotta in tanta povertà, che se gli Olivetani non la soccorrevano di 300 ducati l'anno, non poteva vivere; di che questa savia Regina per sua lettera, scritta da Ferrara, rende loro molte grazie, che in quelle avversità le avessero usata tanta gratitudine[308]
Nel principio del Regno degli Aragonesi, Alfonso I ad imitazione di molti Conventi, che s'erano fondati in Ispagna, portò a noi l'ordine di S. Maria della Mercede, istituito per la redenzione de' Cattivi dalle mani degl'Infedeli: egli fu il primo che nell'anno 1442, secondo il diploma che rapporta il Summonte[309], fondò in Napoli un monastero di quest'Ordine, dotandolo di molti beni, e concedendogli molti privilegi. Il qual Ordine in tempo degli Austriaci fu da poi accresciuto d'altri monasteri in Napoli ed altrove.
Ma niun Ordine fu cotanto celebre, e che più si allargò di quanti ne furono in questo secolo istituiti, quanto quello de' Minimi, surto in Calabria, e che ebbe per autore Francesco di Paola, nome della Terra, ove e' nacque. Si dissero prima Romiti di S. Francesco, perchè, secondo narra Filippo di Comines Signor d'Argentone[310] (che trovandosi allora nella Corte del Re Luigi XI ebbe congiuntura di trattarvi, quando da questo Re fu chiamato in Francia) egli dall'età di dodici anni infino alli quarantatrè, quanti ne avea, quando venne e lo conobbe in Francia, avea menata una vita di Romito, abitando sempre in una spelonca sotto un altissimo sasso. Non mangiò in tutto il corso di sua vita nè carne, nè pesce, nè uova, nè latte, astenendosi di quasi tutti i cibi comuni all'uman genere. Era egli uomo idiota e senza lettere, nè giammai avea appresa cos'alcuna. Ciò che, come narra Comines, dava maggior ammirazione per le risposte prudenti e savie, che egli faceva. La fama di tanta e sì estraordinaria austerità e ritiratezza lo rese celebre per santità in tutta Europa, ond'era chiamato il Sant'uomo di Calabria.
Luigi XI Re di Francia fu assalito a questi tempi d'una stravagante infermità, la quale l'avea quasi alienato di mente, e ridotto a far cose straordinarie e pazze. Si era chiuso nel suo castello di Plessis di Tours e pieno di sospetti fece ben chiudere il palazzo, dentro il quale niun personaggio voleva che s'alloggiasse, per grande che fosse. Desideroso di ricuperar sua salute, mosso dalla fama del Sant'uomo di Calabria, mandò un suo Maestro di Casa a torlo, ma non volendo quegli partire senza commessione del Papa e del suo Re, fu duopo, che Federico allora Principe di Taranto figliuolo del Re Ferdinando, andasse in compagnia dell'Inviato franzese a torlo dalla spelonca, e lo condussero in Napoli, dove dal Re e dai suoi figliuoli fu ricevuto con somma stima ed onore Ciò che diede ammirazione fu, che essendo uomo idiota e semplice, ragionava con esso loro, con tanta saviezza, come se fosse nutrito ed allevato in Corte. Passò poi in Roma, dove fu da' Cardinali accolto con grande onore, e molto più dal Pontefice Sisto IV, dal quale ebbe tre segrete e lunghe udienze, facendolo sedere presso a lui in sedia splendidamente ornata. Rimase il Pontefice così sopraffatto della prudenza delle sue risposte, che gli diede autorità di poter istituire un novello Ordine chiamato da lui de' Romiti di S. Francesco. Partito da Roma e giunto in Francia, con maggiori onori fu ricevuto dal Re: tutto ansioso di riaver la sanità, gli andò incontro e vedutolo, s'inginocchiò a' suoi piedi, istantemente pregandolo, che gli concedesse sanità e lunghezza di vita; ma egli saviamente, e come ad uom prudente si conviene, gli rispose. E narra Monsignor d'Argentone, ch'egli sovente l'avea inteso ragionare in presenza di Carlo poi Re, e dov'erano tutti i Grandi del Regno, di molte cose con tanta sapienza, che in un uomo idiota e senza lettere era impossibile, che senza divina ispirazione potesse favellarne; ma poichè, mentre egli scriveva, era costui ancor vivo, e come e' dice, si poteva cangiare in meglio, o in peggio, perciò di lui non faceva più parola. Alcuni della Corte del Re si ridevano della venuta del Romito, chiamandolo per beffe il Santuomo; ma dice questo Scrittore, che costoro parlavano così, perchè non erano informati, come lui, della stravaganza del male del Re, nè aveano vedute le cose, che glie ne diedero cagione, ed il desiderio grandissimo, che avea di liberarsene.
Ancorchè il Re Luigi niente impetrasse per l'intercessione di questo Santuomo, poichè il male se gli accrebbe in guisa, che non guari da poi gli tolse la vita: con tutto ciò Carlo VIII suo figliuolo, che gli succedè nel Regno, l'ebbe in somma stima e venerazione, ed in suo onore nell'entrata del parco della città di Tours, fece poi edificare una chiesa, onde in Francia cominciò il suo nascente Ordine ad introdursi; ed avendo Francesco fatta poi quivi la sua dimora, in poco tempo molti monasteri furono ivi costrutti.
In Napoli, il primo che s'ergesse, fu in luogo a que' tempi solitario, dove era una piccola cappella dedicata a S. Luigi Re di Francia; ond'è che ora quel monastero ritenga ancora il nome di quel Santo. In Calabria fondò anch'egli un picciolo monastero de' suoi Religiosi vicino a Paola sua patria. Se ne fondarono parimente in Roma; onde poi si diffuse quest'Ordine per tutte l'altre province d'Europa, essendo stata la sua Regola confermata da' Pontefici successori di Sisto, da Alessandro VI e da Giulio II, ed in Napoli e nel Regno si moltiplicaron poi i monasteri di questo Ordine in non picciol numero; e col mezzo delle loro particolari divozioni, che ancor essi inventarono, crebbero in ricchezze, e loro abitazioni in fabbriche magnifiche, dotate d'ampie rendite in quello stato, che ora ciascun vede.
FINE DEL LIBRO TRENTESIMO.