CAPITOLO V. Inquisizione costantemente da' Napoletani rifiutata; e per quali cagioni.
Ragionevolmente alcuni si maravigliano, onde sia nato, che i Napoletani uomini reputati cotanto pii e religiosi, che talora non sapendo tener la via di mezzo, sono traboccati nella superstizione e in soverchia credulità, abbiano poi avuto sempre in orrore il Tribunal dell'Inquisizione? Come avendo potuto sofferir tanti gravamenti ed abusi introdotti nel Regno dalla Corte di Roma, non sofferir quest'altro, che lor si proponeva sotto onesti e salutari colori, di conservar intatta e sincera la loro antica religione, non farla contaminare da' novelli errori ed eresie, le quali sarebbero state cagione d'eterna ed irreparabile lor perdizione? Ne' Pontificati d'Alessandro VI, di Giulio II, di Lione X e di Clemente VII aveano tollerati gli abusi trascorsi in quella Corte nell'ultima estremità. Roma coll'autorità dell'indulgenze, con la larghezza delle dispense, con gli spogli, colle riserve, colle espettative, con volere l'annate de' beneficj, che si conferivano, e con le spese, che nella spedizione d'essi si facevano negli Ufficj tanto multiplicati di quella Corte, non attendeva ad altro, che ad esigere con quest'arte somme immense di denari, non meno dal nostro regno, che da tutta la Cristianità. Vedevano imposte spese e gravose decime a' Cleri, a' Monasteri ed a tutti gli Ecclesiastici del Regno per tirar denaro in Roma, e si sofferivano. Le elezioni de' Prelati, la collazione della maggior parte delle dignità e beneficj tanto maggiori, quanto minori, insino all'infime Arcipreture e Canonicati, s'erano involate al Clero ed al Popolo ed alli proprj Ordinarj, ed erano tutte passate in Roma. Ciò che pure sarebbe stato comportabile se in quelle si fosse avuta cura maggiore della salute dell'anime, e le cose Ecclesiastiche fossero governate rettamente; ma si vedeva il contrario, poichè molti beneficj incompatibili si conferivano in una persona medesima, nè avendo rispetto alcuno a' meriti degli uomini, si distribuivano per favori, o in persone incapaci per l'età, o in uomini vacui al tutto di dottrina e di lettere, e quel ch'era peggio, spesso in persone di perditissimi costumi[25]. I beneficj del regno, che secondo le disposizioni de' Canoni, non potevano conferirsi se non a' nazionali, erano a costoro tolti e conferiti a' peregrini e forastieri. Ne' Tribunali Ecclesiastici non erano curate le tante sorprese sopra la giurisdizione del Re, e li tanti abusi e corruttele, onde con tasse intollerabili erano angariati i poveri litiganti. Si tolleravano gli acquisti immensi dei stabili delle Chiese e Monasterj, ancorchè vedessero, che il tutto dovea ridondare in loro povertà e miseria. Le violenze, che lor si facevano in obbligarli a forza a vendere le proprie case per render quelle vie più magnifiche, e sovente anche perchè non le mancassero ampj Portici e Logge. Non dava loro su gli occhi, che immuni ed esenti gli Ecclesiastici da qualunque peso, rimanessero essi soli a sopportare i pesi pubblici e del Re. Tante ed altre molte gravezze, che qui si tralasciano, si poterono ben tollerare dai Napoletani; come poi del nuovo giogo dell'Inquisizione poteron avere tanta abbominazione, che sino il nome loro dava orrore, deve certamente far maravigliare ogni uno: e ciò che era più stupore, l'abborrimento fu tale, che tramandato per lungo corso d'anni da padre in figlio come per successione, si è nei loro animi cotanto radicato, che nè il corso di più secoli, nè la contraria inclinazione d'alcuni de' loro Re, nè le macchinazioni ed accortezze della Corte di Roma, l'han potuto svellere: tanto che ora col favore d'un più benigno Giove fatto più forte e grande, non teme le scosse di qualunque più impetuoso vento.
Cotanto beneficio, chi 'l crederebbe? noi lo dobbiamo principalmente agli Spagnuoli, ed in secondo luogo alla Corte istessa di Roma; ed affinchè ciò più chiaramente s'intenda, è di mestieri, che epilogando ciò che nel XIX libro di quest'Istoria si disse intorno alla sua origine, si vegga come dopo gli Angioini si fosse fra noi praticata l'Inquisizione, insino ai tempi di Ferdinando il Cattolico, nel cui regno, per le cagioni che diremo, cominciossi ad avere in orrore ed abborrimento, il che poi si ridusse al colmo nell'Imperio di Carlo V e di Filippo II suo successore, con esser continuato poi sino al presente.
Dapoi che l'Imperador Federigo II per quella sua terribile Costituzione Inconsutilem pubblicata per sterminare i Patareni e gli Arnaldisti, e tanti altri Eretici insorti in quel tempo contra la Chiesa, per li depravati e corrotti costumi degli Ecclesiastici, ebbe date l'ultime pruove del suo rigore per estirparli affatto; alcuni di essi pertinaci ne' loro errori, per non abbandonarli, ricorsero, chi alla protezione di qualche Principe, e chi affettando una pura vita Appostolica, simulando virtù e costanza, niente curando morti e prigionie, si risolsero di soffrire qualunque strazj e tormenti, ed eziandio le morti più crudeli, costoro per tal cagione amarono essere chiamati Patareni, riputandosi perciò somiglianti a' Martiri dell'antica Chiesa. Multiplicossi il lor numero, e non vi fu città d'Italia, che non ne restasse infetta. Gli altri, fra' quali i più considerabili furono gli Albigesi, per un'altra via più si disseminarono, poichè essendo favoreggiati dal Conte di Tolosa e da altre persone di stima, avevano sparsa la loro dottrina in molte province della Francia.
Sursero opportunamente in questi medesimi tempi a favor della Chiesa Romana que' due grandi uomini, Domenico e Francesco, i quali per la loro santità resisi chiari da per tutto, fondarono, come si disse, le Religioni de' Predicatori e de' Frati Minori: ed in vero assai opportuni ci vennero per resistere a sì contrarj venti, onde la Navicella di Pietro era combattuta: ma tennero diverse strade. Francesco per opporsi a' Patareni volle col suo esempio mostrare qual fosse la vera vita Appostolica, ed il vero imitare Cristo, fondando la sua Religione in una rigida povertà, nell'umiltà e ne' puri ed incorrotti costumi: acciocchè coll'esempio e coll'opere riducesse i traviati in via.
Domenico di Nazione Spagnuola e del nobil legnaggio de' Gusmani, fu rivolto co' suoi Frati ad abbattere gli altri, e principalmente gli Albigesi; contra i quali, armato di forte zelo disputò, orò, declamò e colle sue prediche e concioni cercava convincerli dei loro errori, e far accorta la gente a non lasciarsi ingannare. Ma poco giovando con quegli ostinati le dispute e le prediche, stimò più opportuno mozzo per estirparli, di ricorrere (come aveano fatto i contrarj) agli ajuti de' Principi; e creato dal Pontefice Innocenzio III, Inquisitor generale contra di loro, ricorse agli ajuti del Conte di Monteforte e di molti altri Signori Spagnuoli, Tedeschi e Franzesi; questi uniti con gran numero di Prelati, e molte truppe, presero contra di loro la Croce, e così crocesignati scorrevano le province per distruggerli, e scorrendo per la Narbona e per altri luoghi, molti ne vinsero e distrussero. Nè di ciò contento Domenico venne in Roma, e nel Concilio, che si tenne in Laterano, in più sessioni orò contra gli Albigesi, e fece condannar per eretica la loro dottrina.
Da questo principio nacque poi il costume, che nelle province pacate, ove gli Eretici non erano a turme, tanto che fosse bisogno di crociate, sospettandosi in qualche Città esservi eretici, si mandassero dal Papa gl'Inquisitori; e poichè in Roma era piaciuta più l'opera di Domenico, che di Francesco, fu dato quest'ufficio principalmente a' Domenicani, i quali uniti col Magistrato secolare inquisivano degli errori, e coloro, che erano convinti, essi gli sentenziavano con dichiararli Eretici: e dopo questo gli davano al braccio del Magistrato secolare per fargli ardere, o in altro modo punire.
Nel Regno degli Svevi, Federigo II e Manfredi non permisero, che da Roma venissero Inquisitori; ma siccome fu rapportato nel riferito libro XIX si valeva, intorno alla conoscenza del diritto, de' Prelati del regno, e per ciò che riguardava la conoscenza del fatto e della condannagione, de' suoi ordinari Magistrati.
Gli Angioini, come ligi de' Pontefici Romani, ammisero nel regno Inquisitori di Roma, li quali, ancorchè non vi tenessero Tribunal fermo, scorrevano, come ivi fu veduto, le nostre province, favoriti da que' Re, da' quali anche venivan loro somministrate le spese.
Gli Aragonesi cominciarono poi a scemar loro tanto favore, nè, se non molto di rado gli ammettevano, ed ammessi volevano essere informati minutamente d'ogni cosa, nè si permetteva ad essi, senza espressa licenza del Principe ed assistenza di Magistrato secolare, far esecuzione di fatto.