Ma non dobbiamo qui tralasciare, seguitando questo soggetto, la impostura e la favola, ch'ebbe per teatro Napoli del finto Re Sebastiano. Altra consimile erasene pochi anni prima tessuta in Inghilterra sotto la persona di Perino finto Re di quell'isola, di cui a lungo ragiona Bacon di Verulamio[336]. Il Re Sebastiano giovane, e pien d'alto valore ed ardire, avendo nella battaglia d'Argilla, dato l'ultime pruove della sua intrepidezza, abbandonato da' suoi, fu infelicemente fatto prigioniere da alcuni Mori, i quali contendendo insieme per una sì cara preda e cotanto preziosa, vennero infra di loro all'armi, non senza loro strage ed uccisione[337]. Vi accorse il Capitano, ma inutilmente per quietarli; onde con barbarie inaudita, per togliere l'occasione della rissa, diede al Re cattivo un colpo di spada in testa, e replicando i colpi lo lasciò morto in terra: il suo cadavere fra' Mori tumultuanti, e per quella rissa disordinati, non fu più riconosciuto; onde cercandolo i suoi, ancorchè non lo trovasser più, erano lusingati, che non fosse in quella battaglia morto: surse perciò incerta e dubbia voce di suo scampo, e tanto bastò per dar fondamento all'impostura; poichè scorsi venti e più anni, quando non così esattamente potevansi ravvisare le sembianze, surse un Calabrese chiamato M. Tullio Cotizone, il quale spacciavasi per Sebastiano Re di Portogallo: ridevasi della comune credenza di riputarlo morto in quella battaglia, e del loro errore; essere egli scappato dalle mani de' Mori, quando essi rissando contendevano insieme della preda. Gli emuli degli Spagnuoli davano fomento alla favola, onde fu sparsa voce, il Re Sebastiano esser vivo, ed incognito scorrere le province d'Italia. Furono posti aguati, e fatte gran diligenze per arrestarlo, siccome fortunatamente avvenne, che preso il Calabrese fu condotto in Venezia: da poi in grazia degli Spagnuoli cacciato dallo Stato di quella Repubblica, capitò travestito in Fiorenza, dove da quel Duca fu fatto arrestare e condurre prigione in Napoli, in tempo, che governava il Regno il primo Conte di Lemos[338]. Si fece diligente inquisizione per appurare il fatto e fabbricatosene processo, fu destinato Giudice Delegato di questa causa il famoso Reggente Gianfrancesco de Ponte. Narra questo Scrittore[339], che compilato il processo fu scoverta l'impostura; poichè restò convinto per la deposizione della propria moglie e de' suoi congiunti, ch'egli teneva in Calabria, che lo riconobbero; ond'egli poi colla sua propria bocca spontaneamente confessò tutta la favola. Erasi deliberato di farlo morire sulle forche; ma datosene, prima di ciò eseguire, la notizia in Ispagna al Re Filippo III, con prudente consiglio fu riputato di non farlo morire, ma affinchè la falsità fosse da tutti conosciuta, e si abolisse dalle menti degli uomini questo sospetto e varietà d'opinioni, comandò il Re, che si condannasse a remare nelle Galee di Spagna, affinchè ivi e per ogni luogo fosse da tutti veduto, siccome fu eseguito; ed in cotal guisa sparve la larva e finì la favola.
(Giuseppe Ebreo[340] narra un simil fatto accaduto ad un tal Alessandro, il quale voleva esser creduto per figliuol di Erode M. ma scoverta l'impostura da Ottaviano Cesare fu pure condannato a remare).
§. II. Emendazione del Calendario Romano.
Merita, che fra le cose memorande accadute nel governo del Principe di Pietrapersia non si tralasci questa emendazione, che rese l'anno 1582 per tutti i secoli memorabile; tanto più che non meno negli altri Regni della Cristianità, che nel nostro, prima di riceversi, fu quella appo noi ben esaminata e discussa.
L'anno antico de' Romani, non già di diece mesi, come vollero Giunio Gracco, Fulvio Varrone, Ovidio e Suetonio, ma di dodici si componeva, siccome per sentenza di Licinio Macro, e di L. Fenestella scrisse Censorino, de' quali il primo era il mese di marzo, e l'ultimo quello di febbrajo.
I mesi di marzo, maggio, luglio ed ottobre erano ciascuno di 31 giorni: gli altri erano di 29 eccetto febbrajo, il qual solamente si componeva di 28 giorni, di maniera che l'antico anno de' Romani era di giorni 355, e mancava dall'anno degli Egizj di diece giorni, onde fu bisogno dell'intercalare, la qual intercalazione si faceva in ciascun biennio nella maniera, che viene rapportata dal Presidente Tuano[341]. Ma riuscendo questa intercalazione viziosa, si diede ansa ai Sacerdoti, li quali si presero questa briga d'emendar i tempi, di regolare a lor modo il corso dell'anno, mettendovi, per supplire, il mese intercalare, ch'essi chiamavano Mercedonio, di cui ne facevano autore Numa Pompilio. Ma siccome fece veder Plutarco nella di lui vita, questo aiuto era assai debole per emendar quegli errori e confusioni, che ne nascevano ne' mesi dell'anno: onde i sacrificj e le ferie trascorrendo a poco a poco cadevano, come dice Plutarco nella vita di Cesare, nelle parti contrarie dell'anno: li Sacerdoti per ciò (essendosi quest'affare ridotto al lor arbitrio) come a lor piaceva, e sovente per odio de' Magistrati, ora tardi, ora presto intercalavano. Pertanto Giulio Cesare s'accinse a far egli una più esatta Emendazione dell'anno; ed avendo, mentr'era in Alessandria[342] preso il parere da que' valenti Matematici, e consultato l'affare con altri Filosofi, con più emendata diligenza notando i Segni celesti, promulgò per mezzo d'un suo editto una nuova Emendazione, e mostrò la propria via, la quale attesta Plutarco, che insino a' dì suoi usavano i Romani.
(La Scuola d'Alessandria fiorì sempre di valenti Astronomi, tal che i Vescovi di Roma per non fallire il dì della celebrazione della Pasqua, secondo il prescritto del Concilio Niceno, solevano ogni anno consultarsi col Vescovo d'Alessandria per sapere il giusto equinozio di Primavera prossimo al plenilunio di che fra gli altri è da vedersi Francesco Balduino[343]).
Bacon di Verulamio[344] non tralasciò di commendare la suddetta sua Emendazione, chiamandola un perpetuo documento, non meno del suo sapere, che della sua potenza, e che debbia attribuirsi alla sua gloria d'aver conosciuto non meno in Cielo le leggi delle Stelle, che d'averle date in terra agli uomini per governarli. Ma non mancaron degl'invidiosi, che, come dice Plutarco, non biasimassero tal emendazione; e Cicerone, essendogli da taluno stato detto, che la Libbra nasceva l'altro giorno, gli rispose, sì secondo il Bando; quasi che questo ancora si dovesse ricevere da Cesare ed accettare dalle persone.
Ma in decorso di tempo l'editto di Cesare mal interpretato da' Sacerdoti, non fu riputato sufficiente, e la sua emendazione ebbe bisogno poi d'altra ammenda; onde Claudio Tolomeo, che fiorì intorno a 180 anni dopo Cesare, considerando la gran varietà de' pareri in determinare l'anno naturale, ne descrisse un'altra, tanto che variando dalle prime, ne nacque un grande turbamento ed una grande confusione.
Nell'Imperio di Costantino Magno i Padri del Concilio di Nicea, volendo stabilire il giorno di Pasqua, ne statuirono un'altra, dal qual tempo seguì di nuovo una gran confusione negli Equinozj. Da poi Dionigi il Piccolo intorno l'anno 526, avanzandosi sempre più il disordine, cercò con nuova computazione darci rimedio, ma quello fu per pochi anni, onde si tornò a' disordini di prima.