Tommaso Campanella ancor egli si pose ad abbatter li comuni errori delle Scuole, ma non tenne nè modo, nè misura. Scrisse infiniti volumi, ancorchè non tutti furono impressi, de' quali pure il Nicodemo[381] tessè lunghi cataloghi, ne' quali siccome s'ammira una gran vastità d'ingegno e di varia dottrina, così lo dimostrano per un gran imbrogliatore, per un fantastico e di spirito inquieto e torbido. Fu per porre sossopra le Calabrie, ideando libertà e nuove Repubbliche. Pretese riformar Regni e Monarchie, e dar leggi, e fabbricar nuovi sistemi, inviluppandosi in una congiura, nella quale scovertosi, che vi avesse la maggior parte, si discreditò maggiormente; poichè preso, e lungamente detenuto nelle carceri di S. Ermo, fu condennato a starvi perpetuamente. Le tante cose che disse e scrisse, alla fine lo liberarono da quella prigione, e ricoveratosi poi in Parigi, accolto da' Franzesi con molta stima ed onore, finì poi i suoi giorni nella maniera, che accennammo di sopra.
(Di Tommaso Campanella pure a dì nostri fu che volle prendersi cura di tesserne vita, e darci conto dei suoi scritti così di Filosofia, come di Astronomia, di Politica, e di che no? Ernesto Salomon Cipriano nato nella Franconia Orientale nell'anno 1705 fece imprimere in Amsterdam un libricciuolo in ottavo sotto il titolo: Vita et Philosophia Thomae Campanellae: ma passati quindici anni, Giacomo Echardo Monaco Dominicano del Convento dell'Annunziata di Parigi, riputando non avere Ernesto dato al segno, volle egli dar fuori un'altra vita del Campanella, che fece imprimere nel Tomo II. Scriptor Ordinis Praedicator. A. 1721 pag. 505, seqq., dove manifesta, intanto egli aversi presa questa cura, perchè il Cipriano, come e' dice, plura refert, vel non satis firma, vel etiam explodenda; ideo ne in his quis fallatur, ad censuram revocanda visa sunt. Ma il Cipriano non fece passar tanto tempo: che per rintuzzar la costui audacia, fece nell'anno seguente 1722 nuovamente in Amsterdam stampare la Vita di Campanella, con prefazione, dove si purga dalle imputazioni fattegli da Eccardo; ed aggiunge, come per appendice, così i giudicj di varj scrittori intorno alla vita e gli scritti del Campanella, come la vita istessa scritta da Eccardo. Veramente non meritavano gli scritti del Campanella che sopra i medesimi s'impiegassero tanti preclari ingegni per rintracciarne sistema alcuno di Filosofia o di Politica e d'altre scienze, delle quali niuna seppe a fondo, ed apprese con diritto giudicio e discernimento, avendo il capo sempre pieno di varie fantasie, che più tosto lo rendevan fecondo di portentosi delirj le sorprendenti illusioni, che di sodi e ben tirati raziocinj. Meglio di tutti perciò fece l'incomparabile Ugo Grozio; il quale scrivendo a Gerardo Gio. Vossio, nell'Ep. 87 in due parole si sbrigò dandone al medesimo il suo giudicio, dicendogli: legi et Campanellae somnia. A questi due può aggiungersi Giulio Cesare Vanino della Provincia di Otranto, nella sorte uguale al Bruno in vita ed in morte, ed al Campanella nelle stravaganze, illusioni, misterj ed arcani. Nacque egli in Taurisano, terra del Conte Francesco di Castro Duca di Taurisano da Otranto non molto lontana, da Gio. Battista Vanino e Beatrice Lopez de Noguera; a cui fu imposto il nome di Lucilio, che mutò poi in quello di Giulio Cesare. Fu mandato da' parenti a studiare in Napoli, dove fece notabili progressi, frequentando l'Academia degli Oziosi, allora in Napoli celebratissima. Passò poi in Padova ed in altre città d'Italia, nelle quali acquistò l'amicizia di Pietro Pomponazio Mantuano e del Cardano, allora vecchissimi. Nell'Imperio di Rodolfo II passò in Germania, indi a Boemia in Praga; dalla qual città passossene poi in Olanda, ed in Amsterdam per qualche tempo dimorò. Nel 1614, si portò a Parigi. Ritornò poi in Genevra, e si trattenne per qualche tempo anche in Genova ed a Nizza di Savoia. Nel 1616 diede fuori l'ultimo suo libro de Arcanis Naturae; nel quale dice averlo composto mentre appena avea toccato l'età di trenta anni. Ma il suo destino lo portò poi ad infelicissimo fine; poichè non sapendosi contenere nelle brigate di francamente parlare delle strane sue fantasie, compiacendosi d'aver circoli d'auditori avidi di novità, essendo passato in Tolosa, trovò quivi per sua disavventura un uomo non ignobile di Franconia il quale l'andò ad accusare a quel Magistrato per Mago, e disseminatore d'empia e perversa dottrina. Il Parlamento di Tolosa nel mese di novembre dell'anno 1618, avendogli presa tutta la sua suppellettile, scritture e libri, lo fece imprigionare, e fabbricato il processo sopra i delitti de' quali veniva accusato, fu per sentenza del medesimo condennato ad esser con suoi libri bruciato. Fu nel mese di febbraio del nuovo anno 1619 posto sopra un carro, e portato nel luogo del supplicio, non mostrò quella costanza d'animo che prometteva. Quivi giunto gli fu tagliata prima la lingua, da poi fu gettato co' suoi libri nelle fiamme divoratrici, le quali avendolo ridotto in ceneri, furon anche queste sparse nell'aria e portate dal vento. Scrisse ultimamente la di lui Vita Gio. Maurizio Schrammio; il quale nell'istesso tempo che lo porta reo, per le arti magiche che professava, e che gli fa raccontare un miracolo accaduto in Presivi terra vicina a Taurisano, lo riputa per un famoso Ateo nel frontispizio del suo libro, stampato nell'anno 1715 in Custrino con questo titolo: De Vita et scriptis famosi Athei Julii Caesaris Vanini, Custrini, An. 1715, in 8).
La Poesia però, e sopra tutto l'Italiana, si vide in buono stato per li non meno eccellenti, che nobili uomini, che la professarono: si distinsero fra' Nobili Ferrante Caraffa, Alfonso e Costanza d'Avalos, Giangirolamo Acquaviva, Angelo di Costanzo, Bernardino Rota e Dianora Sanseverino, Galeazzo di Tarsia Cosentino. Rilussero ancora Antonio Epicuro, Niccolò Franco di Benevento, Lodovico Paterno Napoletano, Antonio Minturno di Trajetto, il famoso Luigi Tansillo di Nola ed alcuni altri, che non meno in rime, che in versi latini si resero chiari ed illustri. Ma sopra tutti costoro nella fine di questo secolo s'innalzò l'incomparabile Torquato Tasso, di cui tanto si è parlato e scritto, il quale morto in Roma nell'an. 1595 al suo cadere, cadde ancora presso noi la poesia; poichè nel nuovo secolo XVII surti Giambattista Marini, lo Stigliano e Giuseppe Battisti, prese altre strane e mostruose forme, fin che nel declinar del secolo non la restituissero, nell'anno 1678, Pirro Schettini in Cosenza, e nel 1679 Carlo Buragna in Napoli.
CAPITOLO IX. Politia delle nostre Chiese durante il Regno di Filippo II, insino alla fine del secolo XVI.
Dal precedente libro di quest'Istoria si è potuto conoscere quanto i Pontefici romani proccurassero far valere le loro pretensioni sopra questo Reame. Il Concilio di Trento maggiormente stabilì la loro potenza; ma ciò non bastando ad essi, si pensò, per più radicarla, dar fuori quella terribile Bolla in Coena Domini: si cercò abbattere l'Exequatur Regio, e far dell'altre sorprese.
§. I. Dell'Emendazione del Decreto di Graziano e delle altre Collezioni delle Decretali.
Ma Gregorio XIII nato per grandi imprese, siccome volle mostrare la sua potenza nell'Emendazione del Calendario, così ancora volle aver la gloria di perfezionare l'Emendazione del Decreto Graziano. Aveano prima Antonio Democare ed Antonio Conzio famosi Giureconsulti Franzesi per privata autorità cominciato a far catalogo di varj errori trovati nel Decreto di Graziano per emendarlo[382]. Ma richiedendovisi maggior diligenza e la fatica di molti, non che di due soli, finito il Concilio di Trento, Pio IV scelse alcuni Cardinali e vari Dottori, perchè s'accingessero a quest'impresa, e Pio V da poi ve ne aggiunse due altri[383]. Ma quest'opera non ebbe il suo compimento, se non nel Pontificato di Gregorio XIII, il quale, mentre i Correttori Romani sono tutti intesi all'Emendazione, egli l'accalorò e sollecitò in guisa che nell'anno 1580 fu la Correzione finita; ond'egli la fece pubblicare con una sua Bolla[384], colla quale, approvando l'Emendazione, comandò, che niente a quella s'aggiugnesse o si mutasse, ovvero diminuisse.
Ma siccome l'Emendazione del Calendario non fu stimata sufficiente, onde avvenne, che altri la rifiutassero: così l'Emendazione di Graziano non fu riputata cotanto esatta, sì che non si desse occasione ad alcuni di scovrirvi altri errori, e notare la poca accuratezza usatavi; di che sono da vedersi Antonio Agostino Vescovo di Tarragona, il quale fra l'altre sue opere, la più dotta e riguardevole, che ci lasciò, fu questa della Correzione di Graziano, e Stefano Baluzio.
Furono ancora sotto il Pontificato di Gregorio emendate le Decretali, e restituite secondo l'antiche Collezioni e Registri de' Pontefici; onde sursero le edizioni più emendate, fra le quali tiene il vanto quella di Pietro Piteo e di Francesco suo fratello. Da questi Registri furono da poi compilati que' volumi che contengono l'intere Costituzioni Pontificie, i quali ora sono cresciuti al numero di cinque, sotto il nome di Bollario Romano[385]. Ed a questo Pontefice pur si dee quella famosa Raccolta de' Trattati legali, che occupavano tanti volumi, ed empiono le nostre Biblioteche.
Nel fine di questo secolo Pietro Mattei Giureconsulto di Lione, per privata autorità, serbando l'istesso numero de' libri e l'istesso ordine de' Titoli, che la Gregoriana, fece un'altra Raccolta di varie Costituzioni Pontificie, stabilite dopo il Sesto, le Clementine e le Stravaganti già impresse, e la intitolò Settimo delle Decretali, dedicandola al Cardinal Gaetano; il qual libro, ancorchè non fosse stato approvato, si vide però nell'ultime edizioni aggiunto all'antiche.