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Eccoli sulla via. Nel sereno della notte l'erbe s'eran coperte di rugiada, il calore del sole nascente la scioglieva in vapori, e le nebbie ricoprivano la pianura. Ma una brezza di ponente un po' qua e un po' là sollevava e dissipava quelle nebbie, sicchè or si scorgeva un pezzo di paese, ora un pezzo di città comparire com'isola in mezzo a splendido mare. Ma presto disparvero quei flutti vaporosi; e allora com'era magnifico lo spettacolo della valle dell'Arno vista da quell'altura di Fiesole! E la città distesa nel mezzo a un torrente di luce che pioveavi sopra a fare scintillar come soli le finestre dei templi e dei palazzi. Tante e tante campane risuonavano insieme e producevano tale armonia che i giovinetti ne restarono insolitamente meravigliati, perchè prima non s'eran trovati in uno stato da essere tanto commossi a quello spettacolo, non avendo mai avuta la mente e il cuore pieni di trepidanza e di confusi e teneri sentimenti come in quel giorno. Firenze per loro era divenuta un mistero: la terra promessa, o il deserto. Marta andava, andava, ma più col pensiero che con le gambe; a ogni passo verso colà nasceale un sospetto, un dubbio, un timore. Troverò io chi cerco? Sarò io esaudita? o scacciata? o derisa? Fra tanta gente, sola con questo fanciullo! Ma Dio m'accompagnerà; ed affrettavasi in così dire e in un momento avea fatta una di quelle rapide scese che mutano lo spettacolo della veduta come un incanto. Riguccio non era mai stato a Firenze; ma aveva sentito dire e dire.... Case spropositate, innumerabili, strade che non finiscono mai, chiese immense, colonne, portici, e una folla di gente, che va e viene, cocchi, soldati, e vesti di mille foggie, e quel che è più, statue, statue da incantar le persone. E tutto ciò che egli confusamente vedeva sollevarsi laggiù tra gli altri edifizi, gli pareva una statua, che dovesse, accostandovisi, mostrar braccia e gambe e testa gigantesche, maravigliose.... Altro che i suoi fantocci di neve! altro che le immagini dei tabernacoli! Ma sapete? eran poi campanili, torri, cupolette, rocche di cammini, alberi, merli.... E dove son dunque le statue? e s'indispettiva, il povero Riguccio, per l'impazienza, e sbirciava da averne dolore negli occhi. E tutti i suoi pensieri non erano altro che questi. Quando uno spettacolo più vicino e dolente arrestò impauriti i nostri viandanti. Era un uomo steso bocconi, immobile sopra la terra con la testa penzolante nel fosso e insanguinata. Dio mio! l'idea che fosse un morto, la solitudine del luogo in quell'ora sì mattutina, gli fece raccapriccire e arretrarsi. Ma ritrovò presto la buona Marta il suo coraggio; guardò con occhi più fermi, protese la testa verso il meschino, le parve scorgervi un segno di vita, gli corse presso, lo sollevò, fasciò la ferita col fazzoletto, saltò in Mugnone, e inzuppato il velo nell'acqua, la spruzzò nella fronte al caduto e nettatolo un poco, lo riconobbe per un misero di que' contorni, che spesso facea per improvviso svenimento quelle male cadute. Egli cominciò a riaversi, e Marta si provò a trarlo sotto un albero, perchè stasse meno in disagio; ma da tanto le sue forze non erano; ed allora le giunse un aiuto inatteso. La sollecitudine di Marta in prestar quel soccorso tanta era stata, da non farla accorta che verso quel luogo veniva un uomo pulitamente vestito, di volto un po' burbero ma umano, il quale accostatosele, zitto zitto le diè vigoroso ajuto in quell'ufficio ch'ella non potea compiere da se sola. Riguccio in tutto questo tempo s'affannava a fare, si dava gran moto, ma che poteva? Alfine il povero si riebbe; la ferita era poco temibile; lo condussero nella casa vicina d'un mugnajo conoscente di Marta; essa glielo raccomandò come fosse suo padre: il mugnajo forse anche più volentieri alle preghiere di Marta, lo accolse e n'ebbe cura. Marta ringraziò poi dell'apprestatole ajuto l'incognito con quel suo fare tanto garbato, ch'e' ne sentì in cuore i' non vi so dire qual tenerezza. Ed egli avea già visto da lontano ogni cosa; e quantunque paresse non d'altro premuroso che di continuar la sua via tra sè e sè co' suoi pensieri fantasticando, pur non potè a meno di rallentare il passo, e considerare la bella faccia di quella buona ragazza e l'ingenuo volto del vispo fanciullo che non gli avea mai levati gli occhi di dosso. Infine rallentò il passo, e si rivolse a domandare a Marta (come taluni fanno in campagna) s'ella fosse fiesolana, e dove ne andasse mai a quell'ora con quel ragazzo. Marta cortesemente gli palesò la sua condizione, gli narrò il fine della sua gita a Firenze, gli parlò dell'inclinazione di Riguccio per l'arte (e qui anch'egli mise la bocca) e gli fece note le sue incertezze, i suoi timori, e di Michelangiolo ragionò come dello Smisurato. Quel messere intanto andava fisamente guardando or Riguccio ora Marta, e or sorrideva, ora aggrottava le ciglia e increspava la fronte, come chi si trova agitato da gravi pensieri. — «Dunque tu, fiesolanetto mio caro, tu ami la scultura, e piccin come sei, vorresti porti a studiarla?» — Oh! sì davvero! non sarò contento finché non mi vedrò nascer sotto le mani un volto bello come quelli che sono lassù nella chiesa di Fiesole.» — «Davvero! e come quello scolpito da Mino, eh?» — «Chi è questo Mino, scusate?» — «Oh! il piccolo artefice che non conosce il grande scultore della sua patria! Ma tu sei troppo in erba, è vero, per saper queste cose. Te lo dirò io; Mino è un fiesolano, famoso scultore; è quello appunto che ha scolpito il monumento del Vescovo Salutati nella chiesa di Fiesole.» — «Oh che mi dic'ella! Questo Mino è nato proprio nell'aria di Fiesole? Che grand'uomo doveva essere! Com'è bello quel vescovo! Vero che par vivo quel volto!» — «Sì, Mino era un grand'uomo, e quello è un gran bel volto, Riguccio! e anch'io, sai? anch'io vi sono stato estatico a rimirarlo, e l'ho studiato, e non ho potuto ancora farne uno che valga quello. Ah possa tu aver questa sorte! E giacché parmi che il Signore ti voglia mettere in sulla via dell'arte, vieni, Riguccio, vieni pur meco. Ti condurrò io a maestro Michelangiolo.» A questa profferta si sentirono consolati. Andarono dietro dietro a quell'uomo, per un pezzetto in silenzio, guardandosi di tempo in tempo con occhiate di giubbilo. Presto giunsero alla Porta San Gallo; entrati in Firenze, Riguccio non capiva in sè dalla maraviglia. Tutto quanto aveva udito dire della città gli pareva nulla. Quando poi vide la Cupola e il Campanile!... Basta dire che Marta dovè allora pigliarlo per mano, e quasi trascinarlo dietro la loro incognita guida. Dove la calca della gente incominciò a farsi maggiore, tutti guardavano e molti facevano riverenza a colui che gli menava seco. Alfine egli entra nel terreno d'una casa, spinge innanzi una porta, li fa passare in uno stanzone pieno di statue e di marmi abbozzati, e dice sorridendo: «Ecco qui maestro Michelangiolo.» Guardarono intorno timidamente, e non v'era altri che egli stesso. «Dunque!...» — «Dunque sono io.... così è: quello che tu cerchi son io, che non ho difficoltà ad insegnarti quel che vorrai. Sicuro! La tua faccia, la tua inclinazione, mi promettono un artefice. Vedremo. Bada bene! è un gran cimento, Riguccio, il tuo; ma non iscoraggirti; anch'io da giovinetto sentii un impulso prepotente, e alfine potei ubbidirvi, e trovai anch'io un maestro che m'accolse amorevole. Io seguirò quell'esempio. È una via di triboli quella che tu scegli; ma, se sarai uomo, e avrai anima vera d'artefice, quei triboli invece d'arrestarti, saranno di sprone all'ingegno e potrebbero spingerti alla gloria. Intanto, ecco la mia bottega. Dimani t'aspetto.» Queste cose dette con impeto di grande passione una dietro l'altra, senza respiro, colpirono prima di gran sorpresa Marta e Riguccio, che finalmente poi diedero ambedue in un pianto dirotto; s'abbracciarono, copersero di baci e di lacrime le mani di Michelangelo, e benedissero Dio.
2.
Sof. Eh! il tempo non può esser più bello. Per questa parte non ho paura.
Lui. O dunque per quale? che altro motivo ci potrebb'essere che oggi la Milla non venisse da noi?
Sof. Chi lo sa? forse per via della debolezza. Sta un po' lontano di casa.
Mar. Sicuro! Dopo la malattia che ha sofferto, sarà debole. È stata più d'un mese nel letto, povera vecchia!
Ang. Ma ora è guarita hanno detto.
Ter. Ora è convalescente.
Ang. Convalescente che cosa vuol dire?