Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando sopra di essi con un potere illimitato, nè che essi lo considerassero come un dispotico conquistatore. Sarebbe stato troppo repentino il passaggio dalla licenza alla servitù, e questo violento cambiamento avrebbe potuto facilmente cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo, nel qual caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga colla forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente il saggio duca; e perciò volle che alla nuova dominazione di lui servisse di base un contratto, e che i sudditi lo considerassero sovrano e non despota. Questa prudente politica diresse il solenne contratto di dedizione, celebrato il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano Marliano; in vigore del qual atto venne concordato che le gabelle sarebbero state moderato, riducendosi la macina a soldi 12, il dazio del vino a soldi 4, e stabilendosi che non s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle, anzi si abolirebbe quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; che i tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; che il prezzo del sale sarebbe stato lire tre per ogni staio, che non si sarebbe imposto verun carico straordinario, eccetto quello di somministrar carri e guastatori per gli usi militari; che il solo podestà di Milano sarebbe stato forestiere, ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a' Milanesi; e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata la nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto la scelta, salvo però l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere anche altrimenti; che il duca avrebbe mantenuta la fede ai creditori di Filippo Maria; che si osserverebbero gli statuti civili e criminali e quei de' mercanti; che non si sarebbero impetrati privilegi dal papa nè dall'imperatore senza il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, saccomanni, uomini d'armi sarebbero partiti dalla città, dovendo essa restare immune dall'alloggiamento militare, eccettuati i contestabili alle porte; il duca però in casi speciali potrà deviare da questa regola. Questi sono i più importanti articoli del solenne contratto[250]: indi il nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese, il giorno 25 di marzo 1450[251]. Il nuovo duca era colla sua sposa Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un numero grande di matrone andarongli incontro pomposamente. Gli oratori delle città suddite, i nobili milanesi tutti sfoggiarono per rendere magnifico quell'ingresso. Erasi preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma un tal fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria e non le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli in quell'ingresso s'incamminava al tempio per rendere omaggio al padrone dell'universo, avanti del quale gli uomini sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque. La folla immensa del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti d'usberghi lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri, tutto ciò formò uno spettacolo sorprendente. La cerimonia si fece al Duomo, ove smontato, il duca si pose una candida sopraveste: indi colle solennità de' sacri riti la duchessa e il duca vennero ornati col manto ducale fra gli applausi e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun quartiere ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi della città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia il primogenito Galeazzo. Terminossi per tal modo la funzione in Duomo, seguendosi il rito de' duchi antecessori. Indi per cinque giorni volle il duca che la città vivesse in mezzo alle feste ed alle allegrie. Danze, giostre, tornei di varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi, tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza ed ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia della buona società e l'anima dei divertimenti. Egli creò molti cavalieri, scegliendo quei che più meritavano quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. Insomma Francesco Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò il più giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere il principe più umano, giusto e benefico, reggendo in pace lo Stato.
Il papa Nicolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli Anconitani, i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia spedirono tosto i loro ministri per una onorevole ricognizione al nuovo duca. Il primo pensiero di questo principe fu di rialzare il castello di porta Giovia, demolito due anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il quale in una città piena di partiti, recentemente riscaldata dal nome di libertà, rendeva sempre pericolosa la residenza del nuovo principe, sprovveduto infatti di legali fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno conveniva alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare la inquietudine sua, nè di lasciar conoscere al popolo apertamente una tale diffidenza; essendo cosa naturale alla moltitudine il non accorgersi delle forze proprie, se non pel timore altrui. Propose egli adunque alla città, come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra contro di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa dalle mura della circonvallazione, non convenendo di acquartierare l'armata nella città, resa esente dall'alloggio militare, non eravi modo alcuno di preservare la metropoli dai pericoli d'un assalto, se non ricoverando in luogo munito e forte un corpo di armati, in guisa da allontanare il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla deliberazione della città medesima il determinare, se dovesse per tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo medesimo la città che vi sarebbe stato collocato per castellano non mai altri che un nobile milanese per tutti i tempi avvenire. Questa moderazione di cercare l'assenso per una cosa ch'egli avrebbe potuto da sè medesimo fare immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime del duca; tante virtù militari e civili riunite in questo grand'uomo impegnarono i primari cittadini ad ottenergli la pubblica acclamazione per rialzare la demolita fortezza. Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna parrocchia per deliberare su tale inchiesta. La storia ci ha conservato un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto allora celebre giureconsulto. Egli era nell'adunanza della parrocchia di San Giorgio al Palazzo[252]. Questi parlò così: «Se il virtuosissimo principe Francesco Sforza fosse immortale, come immortale ne sarà la sua gloria; io, il primo fra i cittadini milanesi, vorrei caricare sulle mie spalle le pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello. Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido sovrano serve a ornamento della città, a tutela e sicurezza di ciascuno di noi. Ma, cittadini miei, verrà quel giorno in cui il nobilissimo duca Francesco piegherà sotto la universal condizione. I sovrani sono soggetti al destino dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico, provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe erede di sue virtù? Una rocca inespugnabile, che, torreggiando sulle case nostre, può incendiarle e distruggerle, in potere di un malvagio principe, lo rende arbitro assoluto di noi, di tutto il nostro. Appiattato in quel forte, qual limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la tirannia? Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo dei nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù. I nostri figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, la cecità nostra. Noi decretiamo la sciagura della patria, e rendiamo i nomi nostri esecrandi a nostri discendenti. Che bisogno ha mai Francesco Sforza di una fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono una più grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non ha bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che un solo di noi sarà in vita, combatterà contro chi tentasse di frastornarla. Cittadini miei, badatemi, parlo per me, parlo per ciascuno di voi; uniformatevi al mio suggerimento, e siate certi che per tal modo avremo sempre una delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri nipoti ci benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo siamo ora noi sotto il governo del clementissimo duca». così parlò Giorgio Piatto, e non persuase veruno. Egli era uno dei pochi cittadini che avrebbero potuto reggere lo Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri e inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di pregare il duca di voler riedificare il castello, quale internamente scorgesi anco oggidì, cioè un vasto edificio quadrato con quattro poderose torri, ossia torrioni agli angoli[253]; fortissimi ripari che, sostenendo grossi pezzi di artiglieria, possono far volare le palle al disopra della città. Questo rialzamento della fortezza costò più d'un milione di ducati, ossia di zecchini.
Il regno di Francesco Sforza fu breve, poichè durò sedici anni e non più. Egli non visse mai in pace, nè potè pienamente rivolger l'animo alla parte del legislatore ed alla riforma politica della nazione. Sarebbe troppo noioso il racconto delle minute azioni di queste guerre. Sopra tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro del nuovo duca. (1481) Pretendeva egli Bergamo e Brescia, possedute dai Visconti, e per solo diritto di conquista usurpate durante il dominio di Filippo Maria. Pretendeva Verona e Vicenza, come il retaggio della casa Scaligera, terminata nell'ava di sua moglie, cioè nella duchessa Caterina. Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare il loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano in campo per la repubblica di Venezia, e diciottomila ne presentava all'opposto il duca Francesco. (1482) I Fiorentini erano collegati col duca, i Savoiardi colla repubblica veneta. Le ostilità non cessarono ancora per quattro anni da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i Turchi, padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia, i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Nicolò V, affine di ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere tutte le forze in loro difesa contro del Turco; (1454) il duca piegossi ai paterni uffici del sommo sacerdote, e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9 d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre per noi, poichè oltre le ragioni della casa della Scala, alle quali rinunziò il duca, cedette pure i suoi diritti sopra Brescia e sopra Bergamo, anzi abdicò dal ducato la città di Crema e suo territorio, trasferendone il dominio nella repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle guerre in séguito che il duca ebbe coi Savoiardi, si pose termine con una pace che fissò il fiume Sesia per limite ai due Stati. Le città che formarono lo Stato sotto il dominio del conte Francesco primo duca Sforza, e quarto duca di Milano, furono quindici, cioè Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio, Piacenza, Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime città le acquistò lo Sforza nel 1464 per la cessione che gliene fece Lodovico re di Francia; il che non bastando, colle armi sottomise Genova al suo potere. Come poi il re di Francia, Lodovico XI, avesse fatta questa cessione, dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato di riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse egli l'aiuto e l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano più autori. La Francia era immersa nella guerra civile; il re aveva collegati contro di lui il duca di Calabria, il duca di Borbone, il duca di Bretagna, il duca di Bari, il duca di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac, Dammartin; e questa lega, formata contro del re cristianissimo, si qualificava la Lega del ben pubblico. Il re Luigi sommamente onorava Francesco Sforza, a tale che interamente si reggeva a norma dei consigli di lui. Il signor Gaillard, uno dei più accreditati scrittori francesi, dice a tal proposito. — Les talens politiques de Sforce égaloient ses vertus guerrières. Louis XI, qui se connoissoit en hommes habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut François Sforce qui lui traça le plan qu'il suivit pour dissiper la ligue du bien public: aussi Louis XI ne souffrit-il jamais que la maison d'Orléans, qu'il haïssot, troubiât Sforce dans la possession du Milanez[254]. Il Corio dice che «il re pregò Francesco Sforza, duca di Milano, che gli sporgesse adiuto»; per lo che il duca preparò un valido esercito, e lo spedì nella Francia sotto il comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia, di lui primogenito. In quell'esercito servivano da generali Gaspare Vimercato, Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e Donato da Milano. Il duca di Savoia accordò il passaggio a quest'armata; la quale dal Delfinato passò nel Lionese, s'impadronì di Pierancisa, vi pose comandante Vercellino Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul Borbonese e servì il re con tanta fermezza e valore che «Sforzeschi più che huomini erano extimati», dice il Corio, e vennero costretti i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel monarca, l'anno 1466, mandò al duca una solenne ambasciata per ringraziarlo di tanto beneficio: sono parole del Corio. Per tai motivi il re di Francia cedette al duca tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona.
Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla colle armi comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che introdusse lo Sforza in Milano e fu nella spedizione di Francia. I Genovesi, assoggettati, spedirono a Milano ventiquattro oratori, accompagnati da più di dugento loro cittadini, e il duca accolse onorevolmente l'omaggio loro, spesandoli e alloggiandoli signorilmente[255].
Nè soltanto co' Veneti, co' Savoiardi, colla Lega e co' Genovesi fu costretto a guerreggiare per mezzo de' suoi generali il nuovo duca; ma ben anco nel regno di Napoli, come ausiliario di Renato d'Angiò, mantenne le sue schiere. Renato pretendeva quel regno come figlio adottivo della regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli, come re, sintanto che il più fortunato di lui, Alfonso d'Aragona, ne lo scacciò, e si pose in suo luogo. Venne a Milano il re Renato, e lo accolsero il duca e la duchessa Bianca Maria colla dovuta magnificenza. Egli condusse una squadra di francesi, i quali si unirono cogli sforzeschi. Il padre della duchessa, diciotto anni prima aveva pure in Milano alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso vi dimorò come prigioniero, Renato come amico ed alleato. (1455) Le avventure poi del regno di Napoli terminarono facendo lo Sforza la pace col re Alfonso; e questa pace fu convalidata con due nodi di parentela. Alfonso duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di Ferdinando, sposò la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco; e la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando, fu data in moglie a Sforza Maria, terzogenito del duca.
Frammezzo a' pensieri militari per difendere lo Stato, rivendicarne le usurpate membra, il duca Francesco non dimenticò mai le cure d'un padre benefico de' suoi popoli. Abbellì, ristorò e rese più vasto il palazzo ducale, fabbricato da Matteo I, ornato poscia da Azzone, rifabbricato da Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorchè il duca Francesco divenne signore di Milano; poichè Filippo Maria, come vedemmo, non mai vi alloggiò. Riedificò maestosamente il castello di porta Giovia, che tuttora è in piedi, sebbene cinto al di fuori di fortificazioni fattevi durante il governo della Spagna. (1456) Intraprese e condusse a fine la fabbrica dell'Ospedal maggiore, aperto indistintamente a sollievo dell'egra umanità, senza risguardo a patria nè a religione. Il turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purchè siano ammalati e poveri, ivi trovano ricetto e assistenza. Intraprese infine e condusse pure al suo termine la grand'opera del canale, ossia Navilio, che da Trezzo conduce a Milano le acque dell'Adda. Il Decembrio così ci assicura: —[256]Conversus deinde ad excolendam urbem, vicis arena latereque constratis, Arcem Portae Jovis; populi tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi magnificentissime curavit. Curiam etiam priscorum Ducum, vetustate fatiscentem, non solam restituit, sed ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua, defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit, quo agri finitimi irrigarentur, populo que necessariae copiae suppeterent[257]. (1457) Questo canale, che chiamasi tra noi Naviglio della Martesana[258], fu progettato l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino milanese. Fu condotto a termine l'anno 1460[259]. «Le principali difficoltà del progetto erano di derivare un ramo perenne d'acqua dall'Adda in un luogo di corso assai rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo cavo in una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente Molgora e il fiume Lambro[261]». Questo canale è sostenuto dapprincipio da un argine grandioso di pietra sino all'altezza di 40 braccia sopra il fondo dell'Adda. La lunghezza del canale è circa di 24 miglia. Il torrente Molgora vi passa sotto con un ponte di tre archi di pietra. Il Lambro vi sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con tutte le piene, e si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale fu fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che ora noi lo veggiamo, e venne adattato a questa più comoda guisa l'anno 1573. Il naviglio sfogavasi per l'alveo del torrente Seveso, nè entrava allora nella fossa della città, siccome per opera di Lionardo da Vinci si eseguì con somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni, ossia conche, invenzione allora nuovissima, e per mezzo di cui le barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico[262]. Nondimeno, porzione dell'acqua cavata dall'Adda e condotta nel nuovo canale, entrava in Milano ad altri usi, come si prova da memorie conservate ne' registri della città[263]. Così nello spazio di sedici anni, in mezzo a guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la quale cominciò appunto colla di lui signoria l'anno 1450, e in Milano estinse trentamila abitatori, Francesco Sforza ci lasciò un canale navigabile, un grandioso e ricco spedale, due magnifiche fabbriche, il castello e la corte ducale, e le vie della città riattate.
Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del nostro buon duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato de' tratti di lui che più intimamente ancora ci palesano la di lui anima. Il Corio ce lo rappresenta così: «Fu questo principe liberalissimo, pieno de humanitate, e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e singolarmente honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva in summo hodio li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore observantia di fede: amò sempre la justizia e fu amatore de la religione: Ebbe eloquenza naturale, e nulla extimava gli astrologhi». La figura del duca era sommamente dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile senza studio alcuno. La statura era più grande della comune degli uomini, e guardandolo alla fisonomia sola del volto, ognuno ravvisava in lui un uomo nato per comandare. Non vi fu chi lo superasse, mentre fu giovine, nella robustezza, ovvero nella agilità. Fu pazientissimo d'ogni disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con volto sereno. In faccia al nemico non palesò mai, non che timore, ma nemmeno inquietudine; nè mai si mostrò dolente per le ferite che riportò. Abitualmente visse sobrio in ogni cosa, moderato alla mensa, sempre semplice e frugale. Amava di pranzare in compagnia, ed oltre ai commensali, lasciava a moltissimi la libertà di visitarlo mentre era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli con pazienza e bontà. Poco dormiva, ma quel poco non mai lo perdè, nè per animo turbato, nè per rumore alcuno: dormiva in mezzo a qualunque strepito. Egli era dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza, per modo che niente intraprendeva se prima diligentemente non l'avesse esaminato, ma poich'era deciso, con mirabile magnanimità e celerità incredibile l'eseguiva. Malgrado la scostumatezza di quei tempi egli fu sempre alieno dal disordine, nè si lasciò sedurre alla lascivia. La virtù signoreggiollo per modo, che negli avversi casi non s'avvilì giammai, e quanto più gli venne prospera la fortuna, tanto più modesto mostrossi ed incapace di usar contumelia ai nemici, anzi nel corso intero di sua vita non si vendicò mai[264]. Testimonio ne fu il conte Onofrio Anguissola, piacentino, il quale, capo della sedizione di Piacenza, colle armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire bensì, come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente ci informa del suo militare talento e della mirabile provvisione di lui anche nei dubbi eventi della guerra, e de' ritrovati impensati e opportuni che venivangli in mente per superare le difficoltà, e della liberalità e beneficenza sua abituale e quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu sempre questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si conteneva, siccome è l'indole dei generosi, e colui al quale avesse fatto danno o con parole o altrimenti, non occorreva che chiedesse cosa alcuna, che il buon principe coi beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i lodatori, e conosceva che questa è la maschera seducente colla quale il vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi era cosa più sicura che la fede e la parola di Francesco. Così ce lo descrive il citato Simonetta, che termina con queste parole:[266] Sed illud certe ausim affirmare, post Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam reperies, quem jure possis cum uno Francisco Sfortia conferre. Qui quidem, cum vicisset semper, et victus fuisset numquam, ita diem obiit ut omnibus de se non minus desiderium, quam fletum relinqueret[267].
Già da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei nell'aspetto sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le quali anche talora si gonfiavano. Egli tentò qualche rimedio per ridurle alla loro figura di prima; e v'è chi attribuisce a tal cagione la quasi improvvisa di lui morte, accaduta con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno 8 di marzo dell'anno 1466, all'età di sessantacinque anni, dopo sedici anni di signoria, morì il duca Francesco Sforza. Tutta la città rimase squallida e desolata a tale inaspettata disgrazia: «Stimando ogniuno, dice il Corio, non solo havere perduto uno duca, ma uno colendissimo patre». La duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare e sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito, Galeazzo Maria, in quel punto era nella Francia. Se la duchessa si abbandonava al femminil dolore, la casa Sforza perdeva la sovranità, alla quale mancava la sanzione imperiale. Ella si mostrò degna di essere stata moglie amatissima di Francesco Sforza: compresse il dolore; pensò a salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena spirato il duca, convocò un consiglio dei primari signori milanesi. Con poche, ma gravi e accomodate parole raccomandò loro l'ordine pubblico, la fede verso il sangue del duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi d'Italia la perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a pro del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poichè ebbe così adempiuti con magnanimità i doveri di sovrana e di madre, si pose ad eseguire quei di moglie, secondo l'usanza di que' tempi. Il cadavere del duca nel palazzo ducale si espose; e la vedova mai non si dipartì dal suo fianco, dando segni, come dice il Corio, d'incredibile amore. Il terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, e cinto di quella spada la quale fortissimamente in tutte le victorie aveva usato[268], venne con magnifica pompa tumulato in Duomo.
Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi, e si fece incoronare in Roma dal papa, egli non toccò nemmeno le terre soggette allo Sforza, non volendo pregiudicare alle ragioni dell'Impero col riconoscere per legittimo sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo imperiale, ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto importante assai per la dominazione della casa sforzesca, di cui era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo Maria, in marzo del 1466, allorchè morì suo padre, era, siccome già dissi, nella Francia, comandando nel Delfinato l'armata che il duca aveva allestita in soccorso del re contro la Lega. Appena ricevè l'avviso che spedigli la madre Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia, confidò tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi come un famigliare di Antonio da Piacenza mercatante, s'incamminò per la Savoia alla volta di Milano. Il giovine Galeazzo aveva ventidue anni; temeva le insidie del duca di Savoia, il quale sulla dominazione della casa Sforza pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare la libertà e il ducato con qualche notabile sacrificio. Malgrado il cambiamento del vestito e della condizione, convien credere che egli venisse riconosciuto, poichè, attorniato da una turba di persone, appena ei potè ricoverarsi nell'asilo di una chiesa, ed ivi dovette starsene tre giorni interi; e la seguente notte poi, mercè la cura di un fedele suo domestico, potè sottrarsi colla fuga, e proseguendo il suo cammino per dirupi e balze non frequentate, potè finalmente ridursi in salvo. Pare impossibile che, malgrado il ritardo de' tre giorni dell'asilo, Galeazzo Maria fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel cambio de' cavalli; tanto più che non si sarebbero potuti altrimenti trasmettere sollecitamente gli avvisi dell'armata che era nel Delfinato. Il nuovo duca Galeazzo Maria fece la solenne entrata per porta Ticinese il giorno 20 di marzo del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza, composto di quindici città nominate disopra, passò al nuovo duca Galeazzo Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il duca di Savoia, poichè vide il duca Galeazzo assicurato sul trono, pensò a stringere non solamente amicizia, ma parentela con esso lui. (1468) Si conchiusero le nozze; e il duca Galeazzo Maria sposò la principessa Bona di Savoia, il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della duchessa Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo Maria Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di cui avo cinquant'anni prima era un avventuriere, divenne cognato del re di Francia.