L'occasione della morte di Luchino la riferirò colle parole istesse di Pietro Azario.[57] Voverat autem praedicta domina Elisabeth, ejus uxor, visitare ecclesiam Sancti Marci in Venetiis, ut dicebat. Cui itineri dominus Luchinus annuit. Et sociata multis proceribus utriusque sexus, iter arripuit, et tamquam imperatrix et cum maximis dispendiis et curia pubblicata, recepta fuit in Verona per dominum Mastinum. Complevitque iter suum, et dicitur etiam voluntatem suam complevisse circa coitum; et aliae sociae suae de majoribus Lombardiae fecerunt illud idem. Propterea multa scandala sequuta sunt. Sed quia amor et tussis nequeunt celari, nec aliquod tam occultum, quod non reveletur, quum ipsa rediisset, dominus Luchinus scivit et audivit de gestis. Sed tamquam sapiens curavit dare ordinem de vendicta. Et quia una die dixit, quod in brevi facturus erat in Mediolano majorem justitiam, quam umquam fecisset, cum pulchro igne, praedicta ejus uxor percepit quod ipsa erat in justitia; illa intellecta, propter commissa cum persona, non poterat se excusare a praedictis, sicuti alias excusaverat. Qualiter autem processissent negotia, ignoratur, nec scribitur. Sed dominus Luchinus vindictam illam facere non potuit propter defectum vitae[58]. (1349) Così Luchino Visconti si trovò improvvisamente morto il giorno 24 di gennaio 1349, all'età di cinquantasette anni, dopo di avere signoreggiato nove anni ed alcuni mesi. L'Azario non dice che la moglie lo avesse avvelenato, ma con un verso conclude:
Nam nulli tacuisse nocet: nocet esse locutum.[59]
Ei ci descrive Luchino così:[60] Austerus homo visu et opere erat, parcus in promittendo, largus in attendendo. Sotto il principato di lui in Milano crebbe notabilmente la popolazione, la ricchezza e l'industria; e non poteva a meno che ciò non accadesse in una metropoli mantenuta in pace, situata in un fertilissimo terreno, sotto un sovrano che proteggeva e vegliava su i poveri e popolari, contenendo i potenti, che manteneva l'ordine pubblico e il facile corso alla giustizia: essendo la sede d'un principe che dominava diciassette città del contorno. Il carattere di Luchino è un misto di buone e di cattive qualità: cuore insensibile e mente illuminata per governare, unita a forza d'animo e valor personale, il che può formare un fausto principato, non mai un principe buono o grande; qualità generose, che hanno sempre per base un cuore buono. Le lacrime sparse alla morte d'Azzone erano un encomio per il principe trapassato, e un biasimo preventivo per quello che subentrava; simili desolazioni pubbliche si voglion sempre dividere per metà. Luchino in fatti fu sommamente temuto per la sua risolutezza, per la sua implacabile severità e per la sua profonda dissimulazione
Ostendebat de paucis curare et de multis curabat,[61]
dice l'Azario.
Giovanni Visconti, figlio di Matteo I, fino dall'anno 1317 era stato canonicamente eletto arcivescovo di Milano; ma il papa, al quale dava non poco fastidio la rapida fortuna dei Visconti, di propria autorità nominò e consacrò un altro arcivescovo, e fu, siccome dissi, il francescano frate Aicardo; il quale visse sempre ramingo ed esule dalla sua chiesa, dove appena potè ricoverarsi un mese prima della sua morte, accaduta nel 1339. Allora di bel nuovo gli ordinari elessero per la seconda volta Giovanni Visconti. I tempi erano mutati, e quantunque Giovanni avesse accettata la dignità di cardinale della chiesa romana dall'antipapa Nicolò V (dignità ch'ei però aveva deposta al riconciliarsi che fecero i Visconti col papa), Clemente VI lo riconobbe e preconizzò arcivescovo l'anno 1342. Giovanni, il giorno 17 di agosto 1339, era già stato dichiarato signore di Milano dal consiglio generale, insieme col fratello Luchino; quindi, dopo la morte di questi, non v'ebbe bisogno di nuova elezione per dargli la signoria; onde egli, senza altra cerimonia, venne da ognuno obbedito. Si trova però un decreto memorabilissimo, fatto dal consiglio generale, verosimilmente in questo tempo; poichè, oltre al confermare il dominio all'arcivescovo Giovanni, il principato, che sino a quel giorno era stato elettivo, si stabilì ereditario. Tale decreto leggesi in un antico codice segnato A, che si conserva nell'archivio del reale castello, segnato n.º 1, pag. 11. Ecco le di lui parole:[62] Quod praefatus magnificus et excelsus dominus Johannes, filius quondam bonae memoriae domini Matthei de Vicecomitibus et post ejus domini Johannis decessum, eo modo, quilibet alius masculus descendens per lineam masculinam et ex legitimo matrimonio ex praefato quondam domino Matthaeo de Vicecomitibus sit et sint perpetuo verus et legitimus et naturalis dominus, et veri et legitimi et naturales domini civitatis et totius districtus et dioecesis et jurisdictionis Mediolani. Questo decreto ivi è mancante e del principio e del fine. Forse vi erano delle condizioni colle quali veniva moderata la perpetua sovranità; anzi è assai probabile che il consiglio non volesse privarsi del prezioso diritto dell'elezione, senza una reciproca ricompensa che assicurasse la immutabile conservazione dei privilegi del consiglio medesimo. Ma questo archivio, stato custodito dai sovrani che in séguito signoreggiarono, non poteva essere un sicuro deposito di simile documento, in quella parte che avrà limitata la sovranità. Il consiglio, composto di cittadini che non erano stati nominati nei comizi generali, ma dal principe istesso, ovvero da un podestà che gli era subordinato, non poteva obbligare la città, la quale non era rappresentata dal consiglio, se non illegalmente. E quand'anche i consiglieri poi avessero una legittima rappresentanza, non potevano conferire ad altri, se non quanto era in dominio della città medesima. La suprema sovranità dell'Impero, per diritto, sussisteva; e la pace di Costanza l'aveva definita centosessantasei anni prima. Onde quest'atto non poteva confidare ai Visconti se non quella porzione della sovranità che, in vigore di quella pace, era rimasta alla città; cioè i tributi, l'elezione dei magistrati, la guerra e la pace; ma non mai toglierci l'appellazione all'imperatore, nè il vassallaggio stabilito nell'anzidetta pace.
Appena l'arcivescovo Giovanni rimase solo alla testa dello Stato, ognuno dovette conoscere che la passata sua non curanza del governo certamente non nasceva da mancanza di talento per governare, nè da indifferenza per la gloria, nè da insensibilità per il pubblico bene. Il virtuoso principe cominciò il suo regno col far la pace coi vicini; col conte di Savoia, coi Gonzaghi, col marchese di Monferrato e coi Genovesi, posti prima in armi per le invasioni che Luchino aveva fatte, dilatando lo Stato proprio a danno loro. Assicuratosi così d'un pacifico dominio, la natura e l'indole sua benefica lo portarono a terminare la miseria degli esuli nipoti. Matteo, Barnabò e Galeazzo furono richiamati dall'esilio ed accolti come a principi si conveniva. Diede Regina della Scala in moglie a Barnabò, e Bianca di Savoia a Galeazzo; e festeggiò quelle nozze illustri con pompe ed allegrezze pubbliche; fra le quali vi furono dei tornei d'una nuova foggia, cioè colle selle alte, usanza che Barnabò aveva insegnata, seguendo la costumanza da lui imparata nella Francia. Oltre lo stato signorile e lieto al quale fece passare i nipoti, quel magnanimo arcivescovo si risovvenne di Lodrisio Visconti, che, dopo la battaglia di Parabiago, da più di dieci anni languiva in carcere, e lo rese libero. L'anima grande e generosa di Giovanni non dava luogo a quelle diffidenze e sospetti che dominavano nel cuore di Luchino. (1350) Appena un anno era passato da che Giovanni reggeva lo Stato, esteso sopra diciassette città, quale glielo aveva lasciato Luchino, che egli, senza umano sangue e senza pericolo, fece un insigne acquisto; e col mezzo di duecentomila fiorini d'oro sborsati a Giovanni Pepoli, comprò il dominio della città di Bologna l'anno 1350[63]. Prevedeva però il sovrano arcivescovo che questa importantissima addizione non poteva accadere senza forti contrasti, singolarmente per parte del papa, il quale, sebbene domiciliato in Avignone, sempre stava vigilante sull'Italia; e se tollerava che il Pepoli, piccolo principe, e che facilmente poteva superarsi, dominasse Bologna, non così tollerante doveva essere poi, passando quella a incorporarsi nella potente dominazione dei Visconti. In fatti Clemente VI mandò un ordine all'arcivescovo Giovanni, acciocchè, entro lo spazio di quaranta giorni, dovesse restituire Bologna alla Santa Sede; minacciando in caso di contumacia di volerlo scomunicare, insieme ai nipoti suoi quanti erano, e porre all'interdetto tutti i popoli del suo dominio[64]. (1351) Giovanni non si cambiò per questo, nè pensò di abbandonare Bologna; onde il giorno 21 di maggio dell'anno 1351 il papa scomunicò l'arcivescovo e i tre nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo, e pose l'interdetto su tutte le diciotto città dei Visconti[65]. Il Corio ci racconta come «il pontefice, sdegnato contra di lui per la presa di Bologna, havendo questa città interdicta, li destinò uno legato, il quale con somma humanità dal Presule fu ricevuto. Duoppo li expuose per parte del summo sacerdote che a Santa Chiesia volesse restituire Bologna, e che anche dil suo dominio una cosa facesse, e che il spirituale o che il temporale solo administrasse: la qual cosa intendendo Giovanne respuose che la proxima domenica nel magiore templo de Milano li darebbe conveniente risposta, dove il deputato giorno convenendosi ogniuno, Giovanne con grande solennitate celebrò la messa, la quale essendo finita, in cospecto dil populo, il legato, secundo l'ordine dato un'altra volta replicò l'ambasciata dil pontefice, onde dappoi il magnanimo arcivescovo evaginò una lucente spada quale haveva a lato, e da la mano sinistra pigliò una croce dicendo: questa è il mio spirituale, e la spada voglio che sia il temporale per la difesa di tutto il mio imperio; e non con altra risposta il legato tornando al pontefice referì quanto da lo arcivescovo Giovanne haveva havuto». Siegue poscia il Corio medesimo a narrarci come, essendo il papa sempre più irritato ed animoso contro dell'arcivescovo Giovanni, lo citasse a comparire in Avignone; e che l'arcivescovo Giovanni, preparato già a comparirvi col séguito di dodicimila cavalli e seimila fanti, venisse poi dispensato dal papa istesso dall'intraprendere il viaggio, e si accomodasse in tal guisa pacificamente ogni cosa. Anche il Giovio e il Ripamonti raccontano questi fatti. Il Muratori ed il conte Giulini non prestano in ciò fede al Corio. Sono però gli autori d'accordo nell'asserire che la scomunica e l'interdetto vennero pubblicati, e che la riconciliazione si fece ben tosto, ritenendo il Visconti Bologna in qualità di Vicario della Santa Sede. Fra le mie monete patrie una ne ho d'oro, valore d'un gigliato, di Bologna, colla biscia Visconti, che credo battuta in questi tempi.
(1353) Bologna erasi acquistata senza pericolo e senza sangue; e senza sangue o pericolo l'accorto Giovanni acquistò un'altra non meno cospicua città, cioè Genova, l'anno 1353, ed ecco come. Erano i Genovesi impegnati sventuratamente a guerreggiare contro de' Veneziani, collegati col re Pietro di Aragona. Erano stati malamente battuti da quelle forze preponderanti i Genovesi. Le loro navi erano quasi distrutte; e Genova si trovava bloccata dalla parte del mare; e per terra ancora, dalla parte di ponente, custodita dagli Spagnuoli; per modo che non le rimaneva altra via per ottenere i viveri, che già mancavano, se non dalle terre possedute da Giovanni arcivescovo. Proibì questi che nè da Alessandria, nè da Tortona, nè da Piacenza, nè dalla Lunigiana, nè da veruna altra parte del suo Stato venisse portato alcun alimento ai Genovesi; e così, anzi che perire o cader nelle mani de' loro nemici, quei cittadini presero il solo partito che loro rimaneva offerendo a Giovanni la signoria della loro città. Quest'offerta venne accettata ben presto, e il nuovo principe, nel mese di ottobre del 1353, prendendo solennemente possesso di quella illustre città; v'introdusse al momento l'abbondanza e la gioia. Così aggiunse Giovanni al suo Stato la decimanona città, e diventò padrone di un porto di mare. Ciò fatto spedì quel principe a Venezia degli ambasciatori, acciocchè cessassero i Veneziani di offendere Genova, divenuta cosa sua. I Veneziani, i quali già dovevano vedere con sospetto la potenza preponderante del Visconti, non vollero ascoltare discorso di pace. (1334) Giovanni fece allestire una poderosa armata navale, la quale lasciò il porto di Genova, spiegando al vento del mare, per la prima volta, le insegne della vipera; e seppe così bene farsi rispettare, che bruciò Parenzo, città marittima dell'Istria soggette ai Veneziani, indi battè la flotta veneziana presso Modone, sulle costiere della Grecia[66]. Quando, ventisei anni prima, Giovanni Visconti trovavasi coi fratelli nel carcere orrendo di Monza, chi avrebbe mai potuto prevedere ch'ei dovesse un giorno rappresentare sul teatro del mondo il personaggio che vi sostenne poi! Chi mai avrebbe potuto accostarsi all'orecchio di Matteo, mentre vivea da povero privato in Nogarola, e dirgli: Tu sarai sovrano, e da qui a quarant'anni i figli tuoi domineranno un principato che potrà nominarsi un regno: Bologna, Parma, Piacenza, Cremona, Crema, Bergamo, Brescia, Como, Milano, Lodi, Pavia, Vigevano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Asti, Genova e Bobbio; dicianove città! L'Ente Supremo regge gli avvenimenti. Il saggio impara ad adorarne i decreti; si tiene modesto nella prospera, e fermo nell'avversa fortuna.
Se Azzone aveva invitato, siccome ho detto, i migliori artisti, e gli aveva condotti a Milano, Giovanni vi accolse e vi onorò sommamente il più dotto ed elegante letterato di quel secolo, Francesco Petrarca. Egli venne a Milano l'anno 1353 per vedere la città; e l'arcivescovo Giovanni, sensibile al merito, lo onorò tanto, che lo indusse a fissarvi la sua dimora. Il buon principe era magnifico e sociale. La corte era aperta agli uomini di merito, nazionali o forestieri. Egli amava la società della mensa; e tanto crebbe presso di lui la stima del Petrarca, che lo fece sedere nel suo consiglio, e lo spedì a Venezia suo ambasciatore all'occasione detta poc'anzi. Petrarca, nelle sue lettere si esprime che egli amava in Milano gli abitanti, le case, l'aria, i sassi, non che i conoscenti e gli amici. L'unica figlia sua la maritò in Milano a Francesco Borsano; e la tenerezza che egli aveva per quella e per il figlio adottivo Borsano, ch'egli poi istituì suo erede, gli rendevano caro questo soggiorno come una nuova sua patria. Scrivendo Petrarca della prepotente influenza del clima, oggetto sviluppato nel nostro secolo dall'immortale Carlo Secondat, ma non intentato dal Petrarca, ei così dice de' Milanesi:[67] Totam praeterea Rheni vallem colonis ab Augusto missis habitatam invenio; verum haec sedium mutatio non patriam ad quam pergitur, sed pergentes immutat. Itaque et Galli in Asiam, Asiani, et Itali in Phrygiam profecti, Phryges, et post Troyae excidium in Italiam reversi, Itali iterum facti sunt. Sic nostri, in Galliam vel Germaniam traslati, naturam illarum partium imbiberunt moresque barbaricos, et Mediolanenses, a Gallis conditi atque olim Galli, nunc mitissimi hominum, nullum servant vestigium vetustatis; ita vis coelestis humana moderatur ingenia[68]. Petrarca aveva tanta passione per l'Italia, che potevasegli imputare a ragione la ingiustizia colla quale detestava i costumi oltramontani; dal che però ne risultava una lode esimia ai Milanesi. Egli alloggiava dicontro a Sant'Ambrogio; anzi nel suo testamento, pubblicato nelle opere sue, ordinò d'essere ivi tumulato, qualora fosse morto in Milano. Questo testamento lo fece in Padova l'anno 1370. Aveva Petrarca una piccola villa, poco discosta dalla città, nelle vicinanze della Certosa di Garignano; e quel casino solitario lo chiamava Linterno, col nome della villa di Scipione Africano; comunemente poscia acquistò nome l'Inferno, parola più nota della prima. Si dice che Giovanni Boccaccio, per amore del suo amico Petrarca, vivesse qualche tempo con lui in Milano, e al suo Linterno. Si dice ancora che, dopo la morte Giovanni arcivescovo, cadendo la signoria di Milano nelle mani de' tre figli di Stefano, Matteo, Barnabò e Galeazzo, Petrarca recitasse l'orazione inaugurale nella chiesa maggiore, ove celebravasi la funzione di consegnar loro il dominio; e che un impudente astrologo, ad alla voce gridando, lo interrompesse asserendo che in quel momento i pianeti erano faustamente collocati; e non si doveva perderlo, per non avventurare la prosperità del nuovo governo. Si pretese anzi, che, essendosi consegnato il bastone del comando a Matteo fuori del tempo, da ciò ne accadesse poi il misero e presto suo fine. La credulità e l'ignoranza erano certamente grandi a quei tempi; e alcuni pochi uomini illuminati non bastavano a sgombrarla sì tosto dai popoli, che le avevano ereditate dalla lunga notte de' barbari secoli precedenti. Petrarca fu da' Visconti spedito ambasciatore al re di Francia Giovanni, ed all'imperatore Carlo IV, che trovavasi in Praga, e tanto venne considerato il di lui merito, ch'egli stesso fu trascelto all'onore di levare al sacro fonte il primogenito che nacque dalle nozze di Barnabò, e in quella occasione compose il Genethliacon Marci Mediolanensium principis, che così comincia:
Magne puer, dilecte Deo, titulisque parentum