[326]. Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato che al tempo del duca Filippo Maria si cominciò a staccarle, ed ho trovate cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe, non avendo eredi, cominciò a largheggiare. Poi, sotto Francesco I, fu il più gran colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben quarantaquattro donazioni di regalie. Anche sotto Francesco s'introdusse il patto di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione fiscale di ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non furono mai tante poi, quanto sotto Francesco, che doveva rendere accetta la signoria, che mancava in lui di legittima ragione; ma sotto Lodovico il Moro in vece grandiose furono le vendite, delle quali ne ho contate settantaquattro. Tutto il secolo XVI fu più moderato. Non è da maravigliarsi che il duca Filippo Maria, ultimo di sua casa, donasse largamente regalie annesse alla sovranità o destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel terminare delle famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate nel ducale patrimonio, ne rimanevano tuttora in mano di privati quattordici, dieci anni sono. Nè vi è pure da maravigliarsi se dieci anni fa rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte da Francesco Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla benevolenza ed al consenso de' popoli.
[327]. In porta Romana nella contrada della Ruga Bella.
[328]. Questo palazzo era dove ora trovasi la casa del marchese Litta in porta Vercellina.
[329]. Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi si pose una lapida con queste parole: Lodovicus, Galliarum rex et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit, ut in urbe triumpharet. (Lodovico, re di Francia e duca di Milano, ottenuta avendo la vittoria su i Veneti, qui montò a cavallo onde nella città trionfasse.)
[330]. Murat. Annali d'Italia, A. 1509. — Du-Mont, Corp. Diplomatique.
[331]. Lib. IX.
[332]. Guicciard., lib. X.
[333]. Lib. X.
[334]. Lib. X.
[335]. Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Murocchi nella tragedia intitolata: L'Avogadro.