Ci fermeremo a narrare diffusamente quest'avvenimento anch'esso luttuoso per parecchi motivi, per indi parlare della distruzione dei due Tempii di Gerusalemme, ma in particolare modo del secondo, maggiormente importante per noi. Infatti dal dì della sua caduta data non solo la cessazione della indipendenza politica d'Israele, ma il principio di quella lunga sequela di sofferenze e di persecuzioni inenarrabili, che se la mercè di Dio cessarono ora in quasi tutta l'Europa civile, e delle quali noi dobbiamo conservarne la memoria per solo rammarico di vedere distrutto quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge divina, e per ammirazione verso i nostri padri, che con invitta costanza verificarono alla lettera l'espressione di Davide: «Tutto questo soffrimmo ma non dimenticammo Te, (Dio) e non mentimmo al tuo patto», dobbiamo però constatare che pur troppo tali sofferenze e persecuzioni durano tuttavia in parecchie contrade, dove il sole della libertà e della universale fratellanza degli uomini, non potè ancora farvi penetrare i suoi raggi benefici.

Correva il secondo anno dall'uscita d'Egitto, e il popolo d'Israele, che toccava oramai i confini dell'Emoreo, si raccolse presso Mosè e lo richiese di mandare «innanzi [pg 66] a sè alcuni uomini ad esplorare il paese che doveva conquistare: onde sapessero indicargli «la via per cui doveva andare, e le città a cui doveva rivolgersi». La manifestazione di questo desiderio poteva interpretarsi come un atto di diffidenza verso lo stesso suo condottiero, che ripetutamente gli aveva assicurato il possesso immancabile di un «paese di frumento e d'orzo, di viti, fichi e melagrani; paese d'olivi (abbondanti) d'olio e di miele. Paese, ove senza scarsezza mangerebbe pane, ove non mancherebbe di cosa alcuna; paese di cui le pietre erano (dure come il) ferro, e dai cui monti ricaverebbe rame». Pure, anzichè adontarsene Mosè dichiara che «la cosa gli piacque»; e scelti a quest'uffizio dodici uomini, il capo di ciascuna tribù, con particolareggiate istruzioni li inviò a riconoscere tutto quel paese. Partiti il giorno 29 di Sivan, impiegarono quaranta giorni nel loro viaggio d'esplorazione, ed arrivarono all'accampamento ebreo il giorno 8 del mese di Ab.

Onde assecondare la raccomandazione fatta loro da Mosè, che desiderava dimostrare al suo popolo con prova evidentissima la verità delle sue dichiarazioni; gli esploratori portarono di colà alcuni frutti, che presentarono al popolo ansioso di conoscere il risultato delle loro osservazioni. Per una colpevole leggerezza o per un criminoso accordo, come pretendono alcuni commentatori, dieci di loro, dopo d'aver magnificato la, prodigiosa fertilità del paese visitato, ne esagerarono assai i difetti. Dissero, che la statura degli abitanti era gigantesca, e superiore all'ordinario la loro forza; che le mura che cingevano le città erano alte e forti e per loro indubbiamente inespugnabili; che il clima era tanto inclemente e micidiale, che quella terra poteva dirsi con tutta ragione, una madre divoratrice dei proprii figli. Queste false notizie spaventarono in modo straordinario i loro ascoltatori, i quali dimenticarono tutto d'un tratto i grandi miracoli operati da Dio in loro favore, e di cui furono testimoni essi stessi: rammaricarono amaramente di avere prestato fede alle [pg 67] lusinghiere ma fallaci promesse di Mosè; dubitarono stoltamente della potenza di Dio, e manifestarono il timore di vedersi destinati a morire di stenti in quell'inospitale deserto, o di divenire essi e i loro figliuoli facile preda di quei formidabili nemici. Nè le assicurazioni degli altri due esploratori Giosuè e Caleb, valsero a fare loro riconoscere la grave offesa che facevano a Dio con questo atto di ribellione, e a rinfrancare i loro cuori: che anzi arrivarono a tale punto di demenza, da concepire e manifestare altamente la iniqua e vilissima intenzione di lapidare quei due coraggiosi e intemerati uomini, e poscia darsi un capo che facesse loro ripigliare la via dell'Egitto. Ma la divina giustizia già offesa parecchie altre volte, non poteva lasciare impunito questo nuovo gravissimo atto d'ingratitudine per parte di quella nazione, che per ripetere l'espressione di Mosè, Dio «era andato a togliere da mezzo ad altre nazioni con prove, con miracoli, con prodigi, con battaglie, con potente mano, con braccio disteso e con grandi spaventi», nel solo intento di farla depositaria delle sue eterne verità, e di condurla a fruire i beni di quel paese promesso ai suoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. La divina giustizia per quanto longanime e clementissima, non poteva permettere che quella generazione che in ogni occasione si dimostrò riluttante alla voce dell'Eterno e che la schiavitù aveva resa paurosa, vile ed ostinata, andasse a godere di «quei campi ch'essa non aveva dissodati e di quelle case piene d'ogni bene ch'essa non aveva fabbricate».

I dieci esploratori causa dell'enorme peccato morirono di morte improvvisa, e tutta la parte del popolo che già aveva oltrepassato i vent'anni di età il giorno dell'uscita dall'Egitto, e che pertanto non avrebbe dovuto mai dubitare della onnipotenza di quel Dio che aveva fatto a suo pro' tanti miracoli e in Egitto e nel deserto, fu condannata a morire nel deserto nel corso di quarantanni, epoca fissata allo ingresso della nuova generazione nella terra [pg 68] promessa. Due uomini soli furono esclusi da questo castigo, Giosuè e Caleb, perchè dice il testo «adempirono (ebbero fede) dietro Iddio». La morte di Mosè ed Aronne avvenuta parimenti nel deserto in sullo spirare dell'anno quarantesimo, fu occasionata dal peccato da loro commesso nel fatto delle così dette me merivà (acque della contesa).[46]

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E quasi la giustizia divina non si tenesse tuttavia paga del castigo inflitto a quella generazione, i nostri dottori vogliono ch'essa sia uscita in queste lugubri parole: «Voi piangeste questa notte senza verun motivo. Ebbene! sin d'ora io stabilisco in essa un pianto secolare pei vostri figliuoli». Nella caduta di Gerusalemme si trova la spiegazione di queste parole di colore oscuro.

Caduta del regno d'Israele.

Se pressochè in ogni caso la parola divisione è sinonimo di indebolimento, i suoi tristi effetti sono poi più funesti ed immediati, quando la divisione avviene tra individui o nazioni fra le quali esistono o possono svilupparsi germi di rivalità, per motivo d'interesse o di dominio.

Per quanto il regno di Salomone fosse stato glorioso, ed avesse portato la grandezza e la prosperità d'Israele ad un punto non mai raggiunto allora da nessun popolo dell'Asia, ciò malgrado uno scontento grandissimo serpeggiava nel popolo. Per sopperire alle ingenti spese causate dalle città che egli fece costruire in diversi punti [pg 70] del regno, e per la costruzione del tempio e dei sontuosi suoi palazzi; Salomone dovette imporre sul popolo pesi enormi. Sia quindi per questo motivo, e sia perchè offese gravemente Dio e il sentimento nazionale, erigendo templi dedicati agli idoli delle sue tante mogli nella Santa Città, lo scontento era tanto profondo e generale, che non attendeva che una favorevole occasione per prorompere in fatti. E questa occasione, pur troppo, non si fece attendere lungamente.

Morto Salomone, il popolo si raccolse in Sichem per la incoronazione del di lui figlio Roboamo; e si valse appunto di questa occasione per fare sentire al suo futuro re, come avrebbe desiderato un alleviamento ai troppo pesanti carichi che aveva dovuto sostenere lungo il regno del padre. Roboamo chiese tre giorni di tempo per riflettervi, e intanto si rivolse agli antichi consiglieri di suo padre. Questi nella loro prudenza ed esperienza, gli suggerirono una risposta mite e conciliante colle seguenti parole: «Se oggi ti mostri compiacente verso questo popolo soddisfacendo al suo desiderio, e parlando ad essi con buone parole, esso ti sarà soggetto per tutti i giorni». Ma sia che questo savissimo consiglio urtasse il suo orgoglio, o sia che gli facesse temere che scendendo a patti col popolo e annuendo alla sua richiesta, venisse a dare un cattivo precedente di debolezza e a menomare il suo prestigio e le prerogative reali; fatto sta, che ebbe l'infausta inspirazione di consigliarsi pure coi giovani suoi coetanei. E questi nutriti cogli stessi sentimenti d'alterigia, risposero colle seguenti insensate e crudeli parole: «Così devi dire a questo popolo, il quale ti parlò dicendo: Tuo padre ci ha imposto un grave giogo, ora tu ce lo allevia, così devi dire loro: il mio dito mignolo è più grosso dei lombi di mio padre. Ora dunque mio padre vi caricò di un grave giogo, ma io ci aggiungerò ancora: mio padre vi castigò colle sferze ed io vi castigherò con flagelli a punture».