Le persone di bassa estrazione si seppellivano in una semplice fossa in cimiteri comuni: ma le famiglie agiate avevano tombe particolari, ed il sito a preferenza d'ogni altro, era scelto nei giardini e nei luoghi ombrosi.
In tutte le epoche della storia nostra, cominciando dal patriarca Giacobbe che ne innalzò una alla sua dilettissima Rachele, che perde immaturamente nel suo ritorno in patria; vediamo fatto menzione di massevoth o tumuli, che erano fatte d'un sol sasso grande e scolpito, come se ne incontrano tuttavia in Oriente, e che risalgono alla più alta antichità.
Sono quasi incredibili, dicono i viaggiatori, le dimostrazioni di dolore a cui si abbandonano in Oriente i parenti dei defunti. Noi abbiamo già accennato che quelle che davano gli ebrei in tali luttuose circostanze non erano meno intense. Aggiungeremo qui, che fra i molti segni di lutto consacrati presso di loro, è principalmente da notarsi quello di squarciarsi gli abiti sino alla cintola, di camminare a piedi e capo nudo, e di tenere barba e cappelli arruffati. Era pure proibito l'uso dei profumi e degli olii odorosi, i bagni e le conversazioni. Taluni astenevansi pure dal vino e digiunavano.
La legge però proibiva severamente di strapparsi le sopracciglia, di graffiarsi il viso ad imitazione dei gentili.
§ 4.—Medici.
S'ignora affatto in che consistesse la medicina presso gli uomini primitivi; ma si può bene affermare che non era tale certamente da meritarsi il nome di scienza. Strabone ed Erodoto ci dicono che presso i Babilonesi e gli Egiziani, gli infermi erano esposti al pubblico affinchè i già colpiti e sanati dalle stesse infermità, [pg 140] aiutassero di consigli quelli che ne soffrivano: questo sistema che aveva il vantaggio di fare profittare a ciascuno delle scoperte particolari fu probabilmente accettato da altri popoli.
La prima volta che nella scrittura si parla di medici rofeím, è in un versetto del Genesi ove è detto che essendo morto Giacobbe, «Giuseppe ordinò ai suoi servitori i rofeim d'imbalsamare suo padre». Ma convien notare due cose: La prima che non è detto che Giuseppe abbia mandato medici a visitarlo malato; la seconda che in tutta la Genesi, non v'ha altra parola riguardante i medici e le medicine; quantunque si parli bene spesso di malattie come quelle che afflissero Faraone, Abimelecco, Isacco, Rebecca e alcuni altri ragguardevoli personaggi. A proposito anzi di Rebecca sappiamo, che trovandosi essa assai indisposta in una certa epoca di sua vita, e non sapendo come spiegarsi i patimenti che soffriva andò a consultare Adonai (Iddio), dizione che i commentatori intendono per un profeta di Dio e che credono fosse Sem o Abramo.
In due luoghi però Mosè accenna a medici e medicine. Primieramente quando parlando di due abbarruffatori, l'uno dei quali fosse stato così malconcio da dovere mettersi a letto, ma non per ferita mortale statuisce che: «il feritore sia assolto; ma indennizzi il ferito dell'interruzione del lavoro, e della spesa voluta per la compiuta guarigione». L'altro luogo si è quando tratta della lebbra. Egli ne distingue le differenti specie, ne indica i segni e i sintomi, e descrive persino gli indizii d'una lebbra incominciata, inveterata, guarita. Nella Bibbia si fa pure menzione di ulceri, di fratture, di contusioni e dei rimedii che venivano impiegati per la loro guarigione, e che consistevano principalmente nel balsamo, nella resina, nelle fasciature e nell'olio. Appoggiandoci al fatto, che la massima parte dei malori nominati si riferiscono alle parti esterne del corpo, noi siamo portati ad inferirne che presso gli Ebrei come presso gli altri popoli antichi, le discipline mediche [pg 141] consistessero per la massima parte nelle nozioni chirurgiche[77]; e che presso d'essi come presso gli Egiziani, la medicina fosse dapprincipio affidata esclusivamente ai sacerdoti. Sono essi infatti che dichiarano la comparsa della lebbra negli uomini, nelle stoffe e nei muri delle case[78]; sono essi che ne curano gli affetti e ne attestano la guarigione.
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