Poco dopo aver preso possesso del nostro alloggio, ecco un cameriere tutto giuggiole e tutto inchini a domandarci ossequiosamente i nostri riveriti nomi, o meglio ancora, se non c'era d'incomodo, i rispettivi passaporti. Consegnammo i nostri nomi scritti su di un polizzino, non essendo il caso di porgere carte da visita; quanto ai passaporti, rispondemmo che li avremmo consegnati l'indomani, perchè ci scomodava levarli allora dal fondo dei bauli.
Il cameriere ricevette la carta, mormorò uno strascicato e gentile: Benissimo! poi avendoci chiesto se desideravamo mangiare, scendemmo senza altro con lui al restaurant.
Era un salone vastissimo decorato a marmi e stucchi con colonne di marmo, nicchie e statue; qualche cosa di mezzo fra l'aula accademica e la chiesa. Un unico candelabro illuminava il vasto ambiente, che rimaneva quasi tutto in penombra o buio, e davanti al candelabro sedevano a tavola un prete e un suo giovane allievo. Mangiammo di buon appetito. Il prete e l'allievo sorbivano un the, e rammento ancora la strana impressione che ci fece il veder l'allievo, prima di bere e dopo aver bevuto, fare certi enormi segni di croce, come se avesse avuto da esorcizzare la bevanda.
Cenando però mi venne un dubbio, che cioè il protrarre al domani la presentazione dei passaporti potesse dare qualche sospetto; ne feci motto al mio compagno ed egli pure fu del mio avviso. Perciò, finito alla meglio il desinare, risalimmo nella stanza e chiamammo il cameriere.
— Eccole i nostri passaporti, disse tosto il Muratti con un tono burbero in lui abituale, e accentuando le parole sì che uscivano come schioppettate.
— Oh si figuri! rispose l'altro cerimoniosissimo. Non occorreva che lor signori si disturbassero per questo; facciano il loro comodo; se non è questa sera, sarà domattina che daranno conto di sè alla polizia.
Questa parola, detta, io credo, affatto innocentemente da quel loiolino ganimede, fece scattare il mio compagno come se l'avesse punto una vipera, e affrontando minaccioso il cameriere
— Che polizia! gridò.
— Sì, riprese impaurito ed officioso il cameriere, la polizia, cioè l'ufficio dei passaporti, perchè l'ordine è così; sa, noi non c'entriamo per nulla!
— Che polizia, che polizia! per chi ci prende lei? Eccole i passaporti! e li buttò al cameriere con tale una grazia, che questi pel suo meglio sgattaiolò lesto come una gazzella e scese di corsa per il corridoio probabilmente a raccontare al padrone le suscettività tempestose del forestiere nuovo arrivato, mentre io strapazzavo di santa ragione l'amico, dicendogli che con simili modi non si va a cospirare in paese nemico e che se cominciavamo così, non sarebbe passato un giorno che ci avrebbero legati, e l'avremmo finita male!