Questo scritto mi fa sovvenire d'un progetto ventilatosi in quei dì tra i capi dell'insurrezione e poscia scartato.

Nel palazzo Wedekind in Piazza Colonna, ove ora ha sede l'Associazione della Stampa e un tempo c'erano gli uffici della Posta, avea allora stanza il Casino militare frequentato, specialmente la sera, dall'alta ufficialità dell'esercito pontificio. S'era progettato di tentare un colpo di mano su quel posto, impadronirsi d'un tratto dei capi del presidio, rizzare simultaneamente le barricate gettando lo scompiglio nella truppa che, priva o decimata de' suoi capi, male avrebbe potuto reprimere la rivolta.

Non ricordo il motivo per cui fu abbandonato un tal progetto. Probabilmente sarà stata la mancanza di mezzi e più specialmente delle armi e delle trecentosessantaquattro bombe sognate dalla Civiltà Cattolica e dal suo sicario. Certo che se lo si fosse tentato, non poteva riuscire che ad una inutile carneficina.

Il numero dei cospiratori in città andava intanto ogni giorno aumentando, ma pur troppo continuavano a difettare pur anco i mezzi.

Un giorno l'amico Cella, il valoroso e gentile eroe del Caffaro, venne a trovarci e ci portò un altro suo amico e prode compagno d'armi della gloriosa schiera dei Mille. Era certo Erter di Venezia, che aveva avuto il suo battesimo di fuoco a Palermo lanciandosi all'assalto d'un pezzo d'artiglieria che molestava i nostri.

Si trovava in Roma da parecchi giorni ed era rimasto senza quattrini. Ricorse all'amico Cella e questi, trovandosi in condizioni poco dissimili, lo condusse a noi perchè lo invitassimo a desinare. Fu ricevuto a braccia aperte e così i nostri luculliani desinari furono onorati della presenza d'un duodecimo commensale.

Questo nuovo amico suonava pur esso la chitarra e cantava; non era però all'altezza di Pietruccio.

Ci si intratteneva pure assai volentieri colle due figlie del Giovanelli, due buone ragazze (ora saranno matrone!) e tanto simpatiche. Si chiamavano Ghitina e Ginevra.

La Ghitina, la sposa, ricordo che aveva un suo topolino bianco, cui prodigava molte cure ed affetto. Quella bestiolina alla sera specialmente formava il nostro spasso. Era domestica oltremodo, correva a prendere il cibo in mano e saliva dalle braccia sul collo e sulla testa della sua padroncina.

Un giorno essa lo mise in camera sotto un cuscinetto ch'era su d'una sedia. Il topolino s'addormentò per davvero e la Chitina dimenticò d'avercelo collocato. Un'ora dopo, distratta e senza avvedersene, si mise a sedere su quel cuscino. Povera Ghitina! chi può ridire il suo dolore quando lo rinvenne soffocato? i suoi occhioni ridenti si sciolsero in grosse lagrime. L'aveva proprio ucciso lei, e con quale arma!