—Abbonda dove c'è dell'acqua il riso.

Nicodemo sbarrò tanto d'occhi in volto alla servetta che pareva prendersi giuoco un pochino del grave maggiordomo, indi proruppe:

—Sei una bestia, non è così. Risum abondant… ah, ecco qua, in hore stultorum. Hai capito?

—No.

—Fa niente. Dunque ritornando a bomba io diceva averti a fare rivelazioni di sommissima importanza unitamente a delle proposte che ti faranno molto onore.

—Sentiamo signor maggiordomo.

—Ecco; è dovere d'ogni mortale saggio e provvidente allorquando arriva ad un certo stadio della vita procrearsi una famiglia in seno alla quale passare tranquillo gli ultimi restanti della sua esistenza. Per avere questa famiglia è necessario prima di tutto cercarsi una moglie causa unica della propaginazione della nostra razza e questa moglie, è naturale, la si desidera d'una certa formosità dico… ed appariscenza. Ebbene io sono fra codesti mortali, cerco una campagna onde a lei accoppiarmi legittimamente e credo d'averla trovata. Sarò breve; senza perdere il tempo—che agli uomini come noi è molto prezioso—in corteggiamenti inutili, tutte frascherie ch'io lascio ai gingillini della giornata, io ti dico schietto e netto: Marta, vuoi tu divenire mia moglie? io ti faccio l'onore di sposarti.

Marta avrebbe voluto prender tutto in ischerzo ma poscia vedendo che la fisonomia del maggiordomo aveva l'aria di chi parla sul serio e che vuole, gli si risponde pure seriamente, mutò consiglio. Riflettè in cuor suo:

—Si tratta d'accasarmi ed il partito che mi si presenta non mi pare del tutto da disprezzarsi. Il signor Nicodemo ha un buon impiego, costumi irreprensibili; ha una figura è vero… ma è un uomo e gli uomini sono sempre belli. Chissà che non riesca anche ad amarlo!

La furba servetta nondimeno finse d'abbassare gli occhi modesta e con piglio vezzosamente imbarazzato rispose: