«Finalmente seppi come in Francia si stesse componendo un esercito che capeggiato da Napoleone doveva scendere in Italia. Si trattava di muover guerra all'Austria che per tanti anni teneva avvinta la patria nelle catene del più duro servaggio. Mi sentii ribollire nelle vene il sangue italiano ed accendermi indomito desiderio di prestare il mio braccio al riscatto dei fratelli. La santità della causa mi ritornò il coraggio e le forze. Mossi verso la Francia e non camminava più curvo sotto l'avvilimento e la vergogna, ma la fronte alta, fiero di me stesso e del nobile pensiero che guidava i miei passi. Vestii la divisa del soldato, con qual gioia! Essa mi riabilitava a' miei occhi.
«Arrivò il sospirato giorno della partenza; erano trentamila uomini che raggianti di gioventù e di entusiasmo movevano baldi alla vittoria. Valicammo le Alpi e ci battemmo a Monte Legino, a Montenotte, a Millesimo, a Dego. Nulla poteva resistere al valore dei francesi, le loro armi erano invincibili. I popoli redenti ci accolsero con gaudio e noi ci spingemmo in pochi giorni fin sotto Lodi. Quì fu data ancora battaglia ed ostinata e sanguinosa più che mai. Ci abbisognò lottare contro forze di molto superiori alle nostre, ma alla deficienza del numero suppliva l'eroismo e la vittoria non tardò a sorriderci. Coperto di sudore e di polvere ma gagliardo sempre di forze e di slancio io era fra i primi all'assalto, ma la fortuna cessò d'essermi amica. Una palla mi colpì al ginocchio e vinto dallo spasimo caddi privo di sensi.
«Allorquando rinvenni mi trovai all'ospedale di Lodi ove rimasi molto tempo prima di poter ricuperare la salute. Mi alzai dal letto ma la mia gamba si sovveniva ancora della crudele ferita; presi una gruccia e non m'abbandonò più mai. Ebbi però una gioia in questo frattempo, una gioia ineffabile cui pochi è dato di godere; fu di vedermi fregiato della medaglia dei forti. La Repubblica testimoniava il mio valore.
«Libero di me stesso, sciolto dal servizio militare, mi strascinai a stento infino a Milano ove esaurite le mie poche risorse. Dovetti ricorrere ancora alla pubblica carità; come mi augurava d'esser morto sul campo! Ma un giorno una mano benefica si stese verso di me e fui accolto in questa casa, ove trovai per più anni pace, lavoro ed affetti.
«Amici, quì nelle mie braccia, è giunta l'ora della ricompensa, l'ora in cui la virtù dev'essere giustamente premiata.»
E Papà Gervaso stringeva in un affettuoso amplesso Bastiano e
Maddalena.
—Io sono ricco, proseguì Gervaso, immensamente ricco, ebbene voi dividerete con me le mie agiatezze siccome ho diviso finora il vostro pane. Flavio sposerà Erminia che io adotto da questo istante…
Un grido di gioia partì dai due innamorati che si gettarono pieni di riconoscenza al collo del buon vecchio.
Bastiano e Maddalena fatti ebeti dalla sorpresa rimasero immobili cogli occhi spalancati e la bocca semiaperta.
—Io venderò la mia casa in Milano ed il castello di Magenta che mi richiamano troppo tristi rimembranze e compererò invece una vasta possessione che si trova in vendita in un punto amenissimo della nostra Brianza. Voglio vivere colà il restante della vita nella cara compagnia de' miei buoni amici. Non è vero Bastiano, non è vero Maddalena, che non abbandonerete il povero vecchio mentre ha così tanto bisogno di obbliare i suoi dolori?